L’AQUILA – I risultati delle elezioni amministrative e dei referendum sulla giustizia ci offrono un quadro non rassicurante. Da un lato la considerevole astensione, soprattutto nella consultazione referendaria (minimo storico col 20,8% di partecipazione), dall’altro la crisi dei partiti di governo, in primis M5s e Lega, ma neanche Pd e Forza Italia se la passano bene.

L’unico vincitore reale sembra essere Fratelli d’Italia, la cui opposizione ai governi Conte e Draghi ha prodotto i suoi frutti in termini elettorali.

Vediamo separatamente entrambe le consultazioni elettorali.

REFERENDUM.

Le responsabilità della bassissima partecipazione popolare sono da addebitare in primis ai promotori, che di fatto hanno iniziato a fare campagna elettorale non prima di 10-15 giorni antecedenti la data del voto. A ciò va aggiunta la scarsa informazione televisiva sui cinque quesiti, soprattutto da parte della televisione pubblica pagata coi soldi degli italiani (canone in bolletta).

Più di qualcuno, all’interno della magistratura, del governo e delle redazioni televisive non aveva interesse affinché gli italiani conoscessero nel dettaglio il contenuto dei cinque quesiti, determinando così il mancato raggiungimento del quorum e la scarsa partecipazione.

Un vile cordone contro la democrazia. Sta di fatto però che degli oltre 10 milioni di italiani che sono andati a votare per il referendum, il Sì all’abrogazione ha prevalso per tutti e cinque i quesiti. Un segnale che la politica non può ignorare, soprattutto in ordine alla necessità di andare verso una giustizia liberale e garantista, mettendo fine al giustizialismo degli ultimi decenni.

ELEZIONI AMMINISTRATIVE.

Il dato di fatto saliente, in controtendenza rispetto alle amministrative dell’ottobre scorso, è il vantaggio del centrodestra, che al primo turno elegge sindaci in comuni importanti come – tra gli altri – L’Aquila, Genova e Palermo, mentre l’alleanza Pd-M5s non ha pagato, si veda il caso dell’Aquila, con la rielezione di Pierluigi Biondi, e non solo. Il Movimento è praticamente scomparso sui territori, fagocitato dal Partito democratico. A livello nazionale, stando ai risultati di queste amministrative, la coalizione di centrodestra è in vantaggio – seppur di poco – su quella di centrosinistra.

Partito democratico e Fratelli d’Italia si contendono il primato come primo partito del Paese. Subisce un duro colpo la Lega, che a questo punto deve decidere se restare al governo (e continuare a perdere consensi) o andare all’opposizione, recuperando voti a Fratelli d’Italia.

La Lega e Matteo Salvini pagano elettoralmente la partecipazione al governo di Mario Draghi, che da novembre scorso fino a marzo di quest’anno ha in effetti attuato una forte repressione sanitaria che l’elettorato leghista non ha affatto gradito. Medesimo discorso per il M5s, ridotto a percentuali da prefisso telefonico. Ora che l’emergenza Covid è finita, o quantomeno è in fase di soluzione, la parentesi del governo istituzionale non ha più ragione di esistere.

Che interesse avrebbero Salvini e Giuseppe Conte, arrivati a questo punto, a tenere in piedi il governo Draghi? In sostanza nessuno, a meno che non vogliano continuare – in ottica masochista – a perdere consensi.

E allora, spread permettendo, è probabile che nelle prossime settimane si ricominci finalmente a fare politica. Già, lo spread. Non appena la Banca centrale europea ha annunciato che intende porre fine all’iniezione di liquidità, il differenziale è schizzato a quasi trecento punti base. Dunque, come sosteniamo da anni, non è la politica a fare impennare lo spread ma le decisioni della Bce. Ma più di qualcuno ignora volutamente questa verità.

Negli ultimi due anni viviamo in emergenza permanente. Prima la pandemia, subito dopo la guerra e ora (di nuovo) lo spread. Un’emergenza dietro l’altra, senza tregua. Il tutto per impedire alla politica di fare la politica. C’è l’emergenza? Non è il tempo della politica. Questo il mantra degli ultimi undici anni, ma gli ultimi due (dal marzo 2020 ad oggi) senza alcuna interruzione. Emergenza permanente, cioè l’emergenza che si fa nuova normalità.

Ma poi, siamo proprio così sicuri di essere ancora in democrazia? L’astensionismo registrato al referendum e alle amministrative dimostra che gli italiani si son resi conto, molto prima della politica, che è lo stesso principio democratico ad essere stato messo in discussione negli ultimi due anni: che cosa vado a fare alle urne se poi si mettono tutti insieme e mi fottono con la scusa dell’emergenza permanente?

Tanto vale restare a casa o andare al mare. Il popolo domenica ha ragionato così. Domenica non ha perso questo o quel partito, ha perso la democrazia di un intero Paese. Mala tempora currunt.

*Avvocato, giurista e scrittore