La crisi economica in atto è ormai evidente, anche nel nostro Paese. Se dopo il Covid sembrava che l’Italia fosse in grado di ripartire e consolidare un trend di crescita, gli eventi che hanno fatto seguito al conflitto tra Russia e Ucraina rischiano di ripercuotersi in maniera pesantissima sulle imprese e sulle famiglie del nostro Paese. Anche in considerazione del fatto che la crisi non è stata affrontata con la dovuta decisione da un potere politico concentrato sul rinnovo del Parlamento, dopo la fine del governo guidato da Mario Draghi.
La crisi energetica fa paura
I rapporti provenienti dagli analisti sembrano convergere su un punto: la crisi degli approvvigionamenti energetici che ha fatto seguito alle sanzioni elevate da Stati Uniti e Unione Europea nei confronti della Russia potrebbe travolgere gran parte del sistema produttivo europeo. Una situazione particolarmente critica per un Paese come l’Italia che dipende in larghissima parte dal gas russo e che fatica a trovare reali alternative ad esso. Soprattutto alla luce delle recenti notizie provenienti dagli Stati Uniti, relative all’impossibilità di fornire gas in sostituzione di quello proveniente da Mosca.
Agli eventi russi si è poi andata a saldare l’abnorme crescita dei prezzi del gas conseguente ad una disastrosa gestione del settore energetico a livello continentale. Una crescita talmente clamorosa da aver reso praticamente impossibile tenere aperti molti esercizi commerciali e che inizia a falcidiare imprese di piccola e media grandezza che già hanno iniziato a mettere in cassa integrazione la propria forza lavoro, in attesa di tempi migliori. Naturalmente, una situazione di questo genere ha riversato le sue conseguenze non solo sul commercio e sull’economia tradizionale, ma anche sulle tante realtà che hanno scelto il web per portare avanti la propria attività.
L’inflazione in crescita è destinata a zavorrare i consumi

Alle conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina, si è poi andata ad aggiungere una fiammata dei prezzi che ha riportato molti Paesi nel pieno degli anni ‘70, quando l’inflazione era attestata costantemente in doppia cifra. Una crescita che non è stata arginata dalla recente decisione presa dalla Banca Centrale Europea (BCE) di aumentare i tassi di interesse dello 0,75%. Un aumento seguito dalla dichiarazione relativa all’intenzione di dare vita a nuovi aumenti per riportare l’inflazione al 2% che però, al momento, non ha sortito alcun risultato apprezzabile.
L’ultimo rapporto pubblicato dall’Istat nel mese di luglio recita del resto in maniera eloquente: l’inflazione sarebbe aumentata dello 0,4% su base mensile e del 7,9% se il raffronto è con il mese di luglio del 2021. Ancora più forte è però la crescita del cosiddetto “carrello della spesa”, quello che interessa realmente alle famiglie, che si è attestata al 9,1%, un livello che non si registrava dal 1984.Una fiammata che rischia naturalmente di cumularsi a rincari delle bollette energetiche che si preannunciano astronomici e di affossare i consumi delle famiglie. In questa situazione, molte aziende potrebbero ben presto ritrovarsi a convivere con un quadro del tutto nuovo, in cui i soldi per i consumi non necessari potrebbero diventare una vera e propria rarità.
Una tendenza abbastanza prevedibile se si pensa come abbia destato un notevole clamore il risultato di una recente indagine formulata sugli stipendi dei Paesi che fanno parte dell’Eurozona. A condurre lo studio sui dati OCSE è stata Openpolis, con conclusioni che pur conosciute dai nostri connazionali non hanno mancato di destare sconcerto. In Italia, infatti, gli stipendi sono diminuiti rispetto al 1990, nell’ordine del 2,9%. A rendere ancora più critico il dato è il fatto che in questo lasso di tempo il nostro è stato l’unico Paese dell’UE a registrare simile trend.
Quello che ha fatto registrare la performance peggiore, dopo di noi, è stata la Spagna, ove però i salari sono cresciuti del 6,2%. Nello stesso periodo, i diretti concorrenti dell’Italia sui mercati globali, ovvero Francia e Germania, hanno messo a segno una crescita nell’ordine rispettivamente del 31,1 e del 33,7%. I risultati dello studio sono consultabili in questo articolo, ma già da quanto detto è facile comprendere come il combinato disposto tra inflazione e salari ormai ai minimi termini aprano le strade ad una situazione drammatica per le famiglie italiane.
Anche il gambling online è destinato a risentire della situazione in atto

Tra i tanti settori che potrebbero risentire non poco della crisi in atto c’è anche il gambling. I migliori casino online necessitano di una situazione di normalità a livello di economia. Se i loro clienti non hanno una eccedenza di denaro da poter spendere per beni o servizi che non siano di prima necessità va in pratica a prosciugarsi lo stagno in cui sono soliti pescare. Se è vero che ci sono persone che vivono il gioco alla stregua di una dipendenza, una volta venute a mancare risorse in tal senso, anche per loro diventa praticamente impossibile fare visita al proprio casinò online preferito.
Basta in effetti vedere quanto è accaduto nel periodo che ha visto il nostro Paese subire i contraccolpi pesantissimi a livello di economia, e quindi di consumi, del Covid. In quel periodo, la platea di giocatori passò dal 16,3% dei nostri connazionali al 9,7%, proprio per l’impossibilità di destinare al gioco risorse che diventavano improvvisamente fondamentali per sostenere i traballanti bilanci domestici.
Una volta terminata la fase del lockdown, con un ritorno alla normalità e alla possibilità di guadagnare, il numero dei clienti dei casinò sul web ha iniziato a crescere di nuovo, raggiungendo il 18%. A testimoniarlo è stata uno studio fatto dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) insieme all’Istituto Mario Negri, l’Università degli Studi di Pavia, all’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica (ISPRO) e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, che ha avuto come tema le abitudini di gioco degli italiani.
Il motivo della risalita messo in evidenza dallo studio contribuisce anche a spiegare quello che potrebbe accadere nell’immediato futuro all’economia dell’Italia, nel caso il combinato disposto tra esplosione delle bollette energetiche e inflazione dovesse di nuovo influire sulla nostra economia, in negativo. Una previsione che sembra farsi sempre più attendibile man mano che si avvicina l’autunno.
Il precedente del 2012
C’è un precedente che potrebbe rincuorare le società delegate alla gestione del gioco d’azzardo online, quello relativo agli anni successivi allo scoppio della bolla dei mutui Subprime, che ebbe una ricaduta pesantissima sulla nostra economia.
In quegli anni, infatti, si verificò un vero e proprio boom delle piattaforme di gambling in Italia. Una crescita imponente, fotografata da uno studio dell’associazione Libera, secondo cui nel 2011 ogni cittadino italiano spendeva il 13,55 del suo reddito in giochi e scommesse. Tanto da fruttare all’erario la bella cifra di 79,8 miliardi di euro.
La situazione dell’epoca dell’economia in Italia, però, era abbastanza diversa da quella che si sta prospettando ora. In quel caso, le famiglie avevano ancora a disposizione risorse aggiuntive che potevano permettere anche consumi non propriamente di necessità. Risorse che oggi sembrano non esserci più, almeno per quanto riguarda i ceti popolari, i più colpiti dalla pandemia, che sembrano destinati ad entrare immediatamente in difficoltà di fronte alla tempesta che sembra addensarsi sull’Italia.
I mesi freddi potrebbero quindi portare una vera e propria gelata sui consumi e spingere un gran numero di nuclei familiari a concentrare la spesa sui generi di prima necessità. In tal modo verrebbe a formarsi il peggior quadro possibile per il settore del gioco d’azzardo in Italia, in linea con quello che si va prefigurando per un gran numero di comparti produttivi e commerciali.






