L’AQUILA – È morto, all’ospedale San Paolo di Milano, il boss Bernardo Provenzano.
Il corleonese capo di Cosa Nostra aveva 83 anni e si trovava detenuto al carcere di Parma in regime di 41 bis. Da anni gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica.
Il boss, secondo quanto rivelò il magistrato Sebastiano Ardita, a capo dell’ufficio detenuti del Dap tra il 2002 e il 2011, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, nell’ambito del processo per la trattativa Stato-mafia, sarebbe dovuto essere trasferito all’Aquila dopo il suo arresto, avvenuto l’11 aprile 2006.
Ardità dichiarò di aver ricevuto insistenti richieste, ma che alla fine l’Ufficio detenuti del Dap decise di inviare Provenzano nel carcere di massima sicurezza di Terni e lo stesso Ardita si recò, “non più di due giorni dopo a verificare, di persona, il livello di sicurezza e lo stato di detenzione e di salute di Bernardo Provenzano. Il boss era fisicamente detenuto in un’ala completamente staccata dalla zona degli altri 41 bis”.
Da Corleone ai vertici di Cosa Nostra
Classe 1933, Binnu u’ Tratturi (come veniva chiamato per via della violenza con cui uccideva i suoi nemici) inizia l’attività criminale nel suo paese di origine, Corleone: nel 1963 denunciato dai Carabinieri per l’omicidio di un mafioso, Provenzano si rese irreperibile dando il via alla sua latitanza record.
Assieme all’amico Totò Riina scatenano negli anni ‘80 la “guerra di mafia” attraverso la quale fanno terra bruciata sui boss rivali e compiono la scalata che li porta ai vertici di Cosa Nostra.Nel 1993, dopo l’arresto di Riina, Bernardo Provenzano è il capo della cupola mafiosa e da il via alla cosiddetta “strategia della sommersione”, limitando le azioni eclatanti.



