BUSSI – A tre anni dalla scoperta della discarica più grande d’Europa che ha inquinato le acque di Bussi (Pescara) e di tutta la Val Pescara, la situazione è ancora ferma.
A denunciare la stagnante situazione, è il responsabile di PeaceLink Abruzzo, Alessio Di Florio. “L’area è totalmente in stato di abbandono – afferma – nulla impedirebbe persino ai bambini di entrarvi e giocarvi. Un campo da calcio alto 130 metri di quasi due tonnellate di Arsenico, benzene, cromo esavalente, piombo, mercurio e decine di sostanze cancerogene e tossiche sono lì ferme”.
“Su tutto questo – prosegue Di Florio – improvvisamente irrompe ora un nuovo progetto dell’imprenditore pescarese Toto: un cementificio che andrebbe ad insistere proprio sull’area contaminata”. Questo comporterebbe un grande rischio per l’ambiente: “la cava – afferma – sarà sfruttata per 30 o 40 anni, al termine del quale la collina sarà più bassa, e si potrebbero causare “alterazioni della potabilità dell’acqua”.
Di Florio torna sulla dichiarazione, avvenuta circa due settimane fa, del commissario governativo Adriano Goio di avere a disposizione due milioni di euro per la messa in sicurezza e la bonifica dei “veleni di Bussi” aggiungendo però che ne occorrerebbero “centinaia di milioni”.
“Senza dinari nun si canta missa – dice Di Florio – senza soldi non si canta messa, dice un proverbio siciliano. E, a quanto pare, i veleni di Bussi non sono una messa che interessa finanziare. Appare ancora più clamorosa qualsiasi considerazione se si pensa che la Regione sta valutando un progetto di Goio di derivazione delle risorse idriche del lago di Camposto. Un progetto, con gravissimi impatti ambientali, il cui costo è esponenzialmente superiore ai due milioni finora erogati per la mega-discarica di Bussi”.
“Lo scandalo della Val Pescara – conclude – la discarica di Bussi, appaiono quasi consegnate alla storia e agli annali. Non se ne parla più, se non in rarissimi casi e la cittadinanza sembra distratta e lontana. Il disastro di Bussi ha avvelenato tutti, tutti ne siamo (o almeno dovremmo essere) coinvolti. Ma non è così. Prevale una sorta di menefreghismo generale, e all’indignazione non si è più abituati”.




