L’AQUILA – Con i dazi globali imposti da Donald Trump sulle importazioni negli Stati Uniti, sono in ballo anche quasi 183 milioni di euro di prodotti dell’agrifood abruzzese, e la provincia di gran lunga a rischio è quella di Chieti,  con 124.690.455 euro di valore, il 20% di quanto viene esportato.

Il conteggio lo ha fatto l’Ufficio studi della Cia – Agricoltori Italiani, secondo cui i dazi imposti dagli Usa metterebbero a rischio il settore agroalimentare di una provincia italiana su cinque, con in testa per esposizione quelle di Salerno, Milano e Cuneo.

Per quanto riguarda l’Abruzzo, effetti relativamente significativi anche per la provincia di Pescara, con il 24% dei prodotti esportati in Usa, per 30.216.921 euro, segue la provincia di Teramo, che esporta negli Usa il 10% dei prodotti per una cifra di 25.362.693 euro, effetti più contenuti per la provincia dell’Aquila, con il 5% dei prodotti per un valore di 2.532.606 euro. Provincia dell’aquila che però è più colpita in altri settori, in particolare il farmaceutico.

Nella lista delle province ad alto rischio, a seguito delle barriere protezionistiche annunciate da Trump, secondo l’Ufficio studi di Cia, ce ne sono 21 – su un totale di 107 – le cui esportazioni di food verso gli Stati Uniti generano un valore superiore ai 100 milioni di euro.

La più esposta, in questa classifica che guarda ai valori assoluti dell’export, è la provincia di Salerno con 518 milioni, suddivisi soprattutto in ortofrutta lavorata e conserve di pomodoro, oltre a zucchero, cacao e condimenti vari.

Segue Milano, con 422 milioni di spedizioni verso gli Stati Uniti, che vedono in primo piano le bevande alcoliche da aperitivo.

Cuneo è, invece, regina dell’export di vini con quasi 400 milioni di euro venduti negli Usa dalle cantine dell’Albese, delle Langhe e del Roero (Barolo e Barbaresco, in primis).

Poco fuori dal triste podio il trevigiano con il prosecco delle colline di Valdobbiadene (355 milioni) e la Food Valley di Parma, 306 milioni, nella quale i dazi colpiranno soprattutto i Consorzi di Parmigiano e Prosciutto e le conserve di pomodoro.

C’è, poi, il confronto sui valori percentuali, con un quadro ugualmente allarmante, che mette in risalto le province più vulnerabili, perché tanto dipendenti dall’export verso gli Stati Uniti. Se Grosseto, infatti, esporta negli Usa 236 milioni di olio d’oliva, preoccupa ancor di più che queste spedizioni rappresentino il 71% di tutte le vendite agroalimentari della provincia verso l’estero.

Senza contare che “anche con un valore inferiore ai 100 milioni di export, sono tante le province piccole e rurali per le quali l’impatto sull’economia locale sarebbe maggiore rispetto ai territori più ricchi, che riescono a diversificare i loro sbocchi commerciali”, ricorda il presidente nazionale Cia, Cristiano Fini.

Cia valuta particolarmente fragili le situazioni di Nuoro e Sassari, che destinano al mercato statunitense il 65% di tutta la loro produzione agroalimentare, soprattutto quel Pecorino romano prodotto per il 90% in Sardegna utilizzato oltreoceano dall’industria alimentare per aromatizzare patatine in busta e altri snack.

“Se il prezzo del Pecorino romano non sarà più competitivo, verrà probabilmente sostituito da altri formaggi di pecora americani -evidenzia Fini- determinando un crollo per l’economia delle province dell’isola che si regge su quella filiera. A preoccupare sarà il prezzo del latte, che potrà subire contraccolpi immediati”.

Tra le province più esposte, fuori dal territorio sardo, ci sono anche Catanzaro, dove il mercato Usa assorbe il 42% della produzione agroalimentare provinciale (ortofrutta lavorata, marmellate e conserve di pomodoro), Siena (vino e olio d’oliva) con il 34% e Roma (vino, olio d’oliva e di semi) con il 33%.

C’è poi un altro aspetto sottolineato da Cia, che riguarda anche l’Abruzzo,  dove negli anni sono esponenzialmente cresciute le produzioni di qualità e certificate e no ogm.

“Trump lamenta l’impossibilità di utilizzare termini americani (“tawny” o “ruby”) a livello di etichettatura. Ma anche, e soprattutto, nell’ambito di ogm e delle protezioni di indicazioni geografiche. Riguardo alla coltivazione di piante geneticamente modificate, nello specifico di sementi biotecnologiche, l’Italia è uno dei Paesi che ha rinunciato a questa possibilità. Una rinuncia valida, dato che Bruxelles con una normativa comunitaria aveva lasciato ai membri dell’Ue libera scelta in materia per la coltivazione non scientifica. Ma che per Washington è assimilabile a un rifiuto del partner americano, che nel 2023 ha fatturato 67,7 miliardi di dollari solo con la vendita di biotech seeds”.

Per quanto concerne le protezioni di indicazioni geografiche, su tutte Dop (denominazione di origine protetta) e Igp (Indicazioni geografiche protette), “la critica è portata sul livello dell’equo scambio. Secondo gli Stati Uniti, infatti, la gestione di queste etichette non garantirebbe un accesso al mercato a pari condizioni. E, inserendo proprio l’Italia tra i principali artefici di questo esclusivismo, suggerisce la valutazione delle protezioni sulla base di ‘accordi bilaterali’, che possano quindi premiare anche i prodotti americani. Una negoziazione che, secondo Trump, Roma starebbe attivamente ostacolando”.

A lanciare l’allarme per quel che riguarda l’agrifood è stata nei giorni scorsi anche Confcooperative Abruzzo, presentando alcuni dati che emergono da uno studio effettuato dagli uffici nazionali della confederazione.

“Stimiamo una sensibile contrazione delle vendite per vino, olio d’oliva, formaggi, pomodoro e pasta – spiega il presidente Antonio Marasca -. A ogni contrazione dell’export agroalimentare del 10% temiamo anche una consistente perdita di occupazione per ciascuna filiera cooperativa”.

“Siamo preoccupati perché le cooperative abruzzesi dell’agroalimentare contribuiscono in maniera sostanziale alle dinamiche del mercato: la nostra è una rete che fattura oltre 700 milioni di euro e che danno lavoro a oltre 3mila addetti. Dobbiamo attuare tutte le misure per proteggere questa ricchezza economica e sociale”.

“Le imprese hanno bisogno di risposte immediate – gli fa eco il direttore regionale, Filippo Turi – Negli ultimi 5 anni le cooperative hanno subito i danni del covid, la tempesta dei prezzi dell’energia e delle materie prime con aumenti che non sono più rientrati. E ora la guerra dei dazi”, aggiunge Marasca.

Il presidente nazionale Confcooperative, Maurizio Gardini, osserva che “quando dall’Europa sento che apriremo nuovi mercati posso essere d’accordo, ma occorrono anni. E di tempo le cooperative non ne hanno, se pensiamo che nei porti italiani sono ferme già oltre 1 milione di bottiglie di vino e tanti altri prodotti del nostro agroalimentare Made in Italy stoccato nei magazzini a partire dai formaggi e dal pomodoro”.

“Al danno si aggiunge la beffa perché i dazi americani favoriranno l’Italian Sounding. Questa partita va affrontata con la massima determinazione e concretezza a livello comunitario. Preferendo gli accordi al protezionismo. Misure di sostegno alle imprese e cooperative piuttosto che muro contro muro. I dazi e il protezionismo – conclude il presidente Marascia – non convengono a nessuno”.

Ad esprimere preoccupazione è anche l’assessore regionale alle Attività produttive, Tiziana Magnacca: “nel 2024, l’Abruzzo ha avuto esportazioni verso gli Stati Uniti per 2 miliardi, sui 9 miliardi e mezzo di esportazioni complessive. Dobbiamo, quindi, considerare un quinto dell’export abruzzese è diretto verso gli Usa. Come non pensare che tutto questo non possa avere ripercussioni sulle nostre produzioni e che non mancherà di creare tensioni commerciali che dobbiamo aspettarci quanto prima”. L’invito dunque anche quello di trovare sbocchi alternativi per la produzione delle aziende abruzzesi.

L’introduzione di dazi americani del 20%, ha poi reso noto al Vinitaly Enpaia-Censis, sui prodotti provenienti dall’Italia avrà un impatto significativo sul settore vitivinicolo nazionale. Le esportazioni italiane di vino negli Stati Uniti potrebbero mantenere una certa stabilità in termini di valore ma una parte consistente degli introiti finirà nelle casse dello Stato USA.

In particolare, circa il 20% del valore dell’export, pari a 1,9 miliardi di euro, sarà assorbito dai dazi. Questo comporterà una significativa perdita economica per gli operatori italiani, che si troveranno a fronteggiare un’incertezza crescente.

Le stime indicano che circa 54 milioni di bottiglie di vino italiano non troveranno più spazio sul mercato americano. Questo volume dovrà essere ricollocato nei mercati alternativi, come Germania e Regno Unito, che sono le due principali destinazioni del vino italiano.

Tuttavia, la differenza nei prezzi tra gli Stati Uniti e questi Paesi rende difficile compensare pienamente le perdite.

Per recuperare il valore economico, gli operatori italiani dovrebbero riuscire a vendere 92 milioni di bottiglie, un’impresa che richiederà un notevole sforzo per garantire la sostenibilità del settore vitivinicolo e tutelare la sua posizione nei mercati globali.

Secondo il Report Enpaia-Censis, la bolla di incertezze generata dai dazi commerciali, unitamente alla logica conflittuale che permea il commercio internazionale, richiederà un’azione tempestiva da parte degli operatori e delle istituzioni italiane per evitare danni a lungo termine e per ripensare le strategie di esportazione.