L’AQUILA – Ottimo calciatore e persona simpatica e alla mano. Daniele Russo è riuscito per una volta a mettere d’accordo in ambito calcistico sia L’Aquila che Pescara.

E tanto i tifosi rossoblù quanto i biancazzurri devono essersi sentiti orgogliosi quando hanno scoperto che, appese le scarpette al chiodo, “Lele” è arrivato a diventare vice allenatore della Roma di Vincenzo Montella.

Una promozione a sorpresa, per lui che già era il braccio destro delll’“Aeroplanino” nei Giovanissimi giallorossi, e che all’improvviso dai ragazzini da far divertire si è trovato ad avere a che fare con Totti e De Rossi da riportare nelle zone alte della serie A.

Un salto che poteva far venire le vertigini, ma fin qui i risultati premiano Montella e il suo “collaboratore tecnico”, ruolo che Russo ricopre attualmente, non potendo figurare ancora come secondo, perché gli manca il patentino.

Lo prenderà a giugno, quello di seconda, quando avrà finito il corso da allenatore che sta frequentando assieme al neo tecnico dell’Aquila Calcio, Maurizio Ianni, nuovo incrocio con l’Abruzzo.

Daniele Russo si racconta, con il trionfo del derby ancora fresco, un occhio al futuro e un ricordo della “tranquilla” L’Aquila e della “coinvolgente” Pescara, senza dimenticare l’annata fatta a Castel di Sangro.

Da quanto conosci Montella e come sei diventato suo collaboratore?

Ci conosciamo ormai da dieci anni. Quando era a Empoli giocava assieme a un carissimo amico mio, vicino di casa, Alessandro Di Curzio, che poi ha smesso di giocare giovane. Ci siamo conosciuti casualmente, poi l’anno scorso quando ha cominciato ad allenare mi ha chiesto se gli davo una mano ed è cominciata quest’avventura, che poi è andata avanti perché a parte l’amicizia ci siamo anche presi come idee calcistiche.

Poche settimane fa, quest’improvviso salto su un altro pianeta. Come lo hai vissuto?

Da romano e romanista si può immaginare, è un sogno. E poi dai bambini di tredici anni ti ritrovi ad allenare i campioni, una bella emozione, anche se stressante perché pensi al lavoro 24 ore su 24. E poi, se subentri è perché c’erano problemi di risultati, una situazione non semplice. Abbiamo firmato di lunedì e il mercoledì già giocavamo a Bologna, abbiamo giocato quasi sempre ogni tre mesi, solo quest’ultima settimana è stata più tranquilla, quella post-derby.

Parliamo proprio del derby. Com’è stata l’attesa?

L’attesa sin da ragazzino è stata sempre tantissima, ora che ero coinvolto in prima persona ancora di più. Poi venivamo dall’eliminazione in Champions in una partita molto brutta, quindi per noi era un derby che valeva doppio. È stata una bella gara perché non abbiamo concesso niente, è stato tutto perfetto.

Come hai festeggiato?

Abbiamo fatto una cena a casa di Vincenzo con i miei genitori, i miei suoceri, suo fratello, una cosa molto familiare. Anche perché la mattina avevo la sveglia alle 4.30 per andare a Coverciano! L’emozione importante è stata la vittoria, non c’era bisogno di troppi bagordi, quello che c’era dentro era sufficiente.

Tra allenare ragazzini e campioni affermati c’è una differenza abissale. Cosa avete dovuto cambiare nei vostri metodi?

Non è paragonabile, prima non era un lavoro. Ai ragazzini cercavamo di non dare mai pressioni, di farli divertire, dicevamo loro che diventare calciatore vero non sarebbe mai stato facile, cercavamo di far giocare un po’ tutti i ragazzi. Ora invece è proprio una professione, non serve dire che significa allenare a Roma e la Roma.

Siete dovuti crescere in fretta.

Sì ma è anche vero che Vincenzo fino a due anni fa giocava con loro e quindi sotto questo punto era preparatissimo. Io non ho giocato a quei livelli, ma so che significa stare in prima squadra. Cambia il modo di gestire, però le cose stanno andando bene. Su cinque partite  abbiamo fatto tre vittorie e due pareggi con tre partite esterne e due in casa tra cui il derby, per di più in una situazione in cui i rumor societari non è che facevano bene alla squadra.

Adesso che è certo l’arrivo di Dibenedetto vedi più serenità?

Sì, e anche chi è rimasto da prima vede più sorrisi, si risente la musica negli spogliatoi, i ragazzi sono più allegri. Non voglio parlare male di chi c’era prima, dico solo le sensazioni di chi era già là. I numeri dicono che Ranieri quando c’è stato ha fatto bene.

Nel tuo futuro ti vedi allenatore?

Mi trovo benissimo con Vincenzo quindi per ora non mi vedo come primo allenatore. Certo, il corso l’ho fatto, se c’è modo andrò avanti, perché no. Si vedrà.

Comunque, vuoi restare nel calcio come tecnico.

Sì sì  anche perché una volta che mi ritrovo in prima squadra nella Roma… Ormai mi ha coinvolto troppo, mi sa che me tocca.

Domanda di rito, a quali tecnici ti vorresti ispirare?

Mi sono trovato molto bene a Perugia quando ho vinto il campionato con Giovanni Galeone, oltretutto per me era il primo di serie B, e mi ha fatto giocare 20 partite. Il suo era un gioco offensivo e mi piaceva, viste le mie caratteristiche.

Uno che non ha avuto una grossa carriera ma tra quelli che ho avuto in B era uno dei più bravi era Gianni Simonelli, che ora allena il Sorrento. Un ottimo allenatore, ma devi avere anche fortuna: so che ha perso cinque play-off per la promozione in B.

Poi ho un buon ricordo del vecchio Giorgio Rumignani. Più che un allenatore era un papà, cercava sempre di tirare su l’ambiente, di occuparsi dell’aspetto psicologico, più che quello tattico. In un posto come Andria, conta pure quello.

Hai giocato in tre piazze abruzzesi, sarai molto legato a questa regione!

Certo, sono molto legato all’Aquila e a Pescara, perché ho fatto due anni e due anni, mentre a Castel di Sangro ho sono stato solo cinque mesi e, anche se ci siamo salvati in serie B, alla fine ho giocato molto poco, penso perché ero un prestito dal Perugia.

All’Aquila sono legato perché dopo un brutto periodo in cui avevo avuto infortuni sono tornato ai miei livelli, ho fatto due anni di C1, bene. A Pescara mi sono trovato benissimo, mi piaceva il posto e ho fatto discreti campionati. Ho un buon ricordo di entrambe.

Per come le hai vissute tu, quali sono le differenze tra queste due piazze?

Quando sono arrivato io, L’Aquila veniva da due anni in cui con il presidente Passarelli avevano investito molto, ma gli obiettivi non erano stati centrati. Quando sono arrivato era una fase di stallo. Pescara ha altre pressioni, c’è più gente che ti segue e poi abbiamo fatto più anni di B. Ti coinvolgeva di più, anche durante la settimana. L’Aquila era un po’ più tranquilla, forse perché c’era anche un po’ di malumore per i soldi spesi.

Ci torneresti in uno di questi posti da tecnico?

Adesso non ci penso perché ho la testa da un’altra parte, ma perché no! Mi sono trovato benissimo, quindi…