L’AQUILA – Futuro del governo e ricostruzione del “cratere”: due destini incrociati.
Da mesi si parla della necessità di nuovi fondi per i centri storici dell’Aquila e del resto del territorio terremotato e il mantra ripetuto a più riprese dal fronte bipartisan della politica nazionale e locale è sempre lo stesso: “le troveremo nella legge di stabilità”, cioè quella che un tempo si chiamava la finanziaria.
Si tratta della norma con la quale si disegna il bilancio dello Stato, dove si iscrivono nuovi capitoli e, più spesso, si decidono tagli alla spesa e istituzione di tasse e balzelli per far quadrare i conti.
Una manovra che muove circa 800 miliardi: ne basterebbe “solo” uno l’anno per il prossimo decennio per far tirare un sospiro di sollievo alle popolazioni colpite dal terremoto del 6 aprile 2009, e questa era la promessa arrivata da più parti.
Le ultime in ordine di tempo, quella del ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia, l'”inviato speciale” per il “cratere” che ha raccolto il testimone dal suo predecessore, Fabrizio Barca, e quella del suo braccio destro, Aldo Mancurti, capo del dipartimento per lo Sviluppo delle economie territoriali (Diset), che a margine della presentazione della Gran Sasso Rugby nel monastero di Santo Spirito a Ocre (L’Aquila) aveva parlato di “grande attenzione da parte dell’esecutivo nazionale” e dell’impegno di Trigilia a far arrivare “ingenti risorse per la ricostruzione”.
Adesso lo spauracchio del ritorno alle urne potrebbe vanificare ogni sforzo, ammesso che margini di trattativa ce ne fossero comunque, vista la fase convulsa della politica italiana e la necessità di accontentare gli appetiti dei partiti, poco attenti a ciò che succede dalle parti dell’Aquila e dintorni.
Dopo la defezione del Popolo della libertà (o Forza Italia, come si fa chiamare adesso), rimasto scottato dalla vicenda della decadenza del leader azzurro Silvio Berlusconi, il premier Enrico Letta dovrà trovarsi una nuova maggioranza in parlamento, magari puntellata dalle “colombe” del centrodestra, altrimenti l’unica soluzione sarà il ritorno al voto.
Questo significherebbe una legge di stabilità “tecnica”, con pochi punti di interesse nazionale ritenuti indispensabili, o, peggio, il nulla.
A quel punto a decidere le sorti del Paese potrebbe essere direttamente l’Europa, sul cui tavolo la finanziaria deve arrivare entro il 15 ottobre, attraverso una sorta di commissariamento, come prospettato dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Quella Ue che con L’Aquila non è mai stata tenera, in particolare sulla questione della restituzione delle tasse sospese dopo il sisma, considerate al pari di aiuti di Stato, e che non si smuove dal rigido parametro del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, mentre in molti reclamano lo “stralcio” dei soldi impegnati per le calamità naturali.
Se le “mazze” dovessero passare nelle mani dei tecnici di Bruxelles, che dell’Italia hanno un giudizio tutt’altro che lusinghiero, sarebbero dolori per tutti, non solo per i terremotati nostrani.
Senza contare le frittate già fatte, a partire dall’aumento dell’Iva dal 21 al 22%, che inciderà sulle parcelle dei tecnici impegnati nella ricostruzione, assoggettati a tale aliquota (mentre quella sui lavori è al 10%): chi pagherà gli extra è ancora tutto da vedere. Per continuare con il paventato ritorno dell’Imu sulla prima casa: in questo caso, invece, si sa chi dovrà saldare il conto, cioè coloro che sono riusciti a rientrare nelle proprie abitazioni finalmente riparate.
Una mazzata che peserà per centinaia di euro sulle tasche di una comunità che a fatica sta cercando di risollevarsi dopo la tragedia di quattro anni e mezzo fa.
Un residuo lumicino di speranza è legato al senso di responsabilità di deputati e senatori, di qualsiasi schieramento essi siano: si facciano pure la guerra su ciò che ritengono più opportuno, ma lascino il capoluogo e gli altri paesi colpiti dalla scossa delle 3.32 fuori dalle beghe reciproche, inserendo la ricostruzione tra le priorità di questo scampolo di legislatura.
Solo così non si assisterà allo spettacolo vissuto in chiusura della precedente, quando i 900 milioni messi in bilancio per L’Aquila e per altre voci di spesa furono oggetto dell’assalto alla diligenza dei parlamentari, interessati a strappare qualche centinaio di migliaia di euro per soddisfare i propri “clientes” di periferia e conquistare una ricandidatura bis.



