PESCARA – “Cosa mi da gioia nella vita e rinnova sempre il mio amore per il teatro? Il progetto. È importantissimo avere progetti. Ti mantiene in vita, felice e sempre giovane!”

Le T.r.a.c.c.e di oggi ci guidano verso Monte Sacro, noto quartiere di Roma, nella sala prove in cui Teresa Del Vecchio, attrice, regista e autrice partenopea di Teatro e Cinema sta allestendo insieme all’attore e regista Giorgio Carosi lo spettacolo dal titolo “Come una farfalla che si posa sulla testa” di Alessandro Capezzuoli, in scena dal 23 al 26 marzo al Teatro Cometa off di Roma.

Vincitrice di numerosi riconoscimenti come il Premio Cabarte al Festival di Lariano, il Premio come “Miglior attrice non protagonista” al Festival del Cinema di Pantelleria e il Premio Nazionale Mediterraneo, Teresa Del Vecchio è un’attrice dotata di una meravigliosa vis comica e una potenza drammatica di verità rara, qualità queste che negli anni ha messo al servizio della sua carriera lavorando in numerosissime produzioni televisive tra le quali ricordiamo Un posto al sole, L’amica geniale, La Famiglia Salemme Show, Giuseppe Moscati e in Cinema recitando, tra gli altri, ne Il Primo Natale di Ficarra e Picone, Un’estate ai Caraibi di Carlo Vanzina, Mater Natura di Massimo Andrei e Una festa esagerata di Vincenzo Salemme. Con Salemme avvia una straordinaria collaborazione anche in Teatro, condividendo il palcoscenico ad oggi in ben undici spettacoli.

Il Teatro è per Teresa Del Vecchio l’agone naturale della sua vita artistica e le permette di formarsi e di recitare in numerosi spettacoli diretta da Carlo Giuffré, Giuseppe Patroni Griffi, Luigi De Filippo, Beppe Barra e Armando Pugliese, solo per citarne alcuni.

Teresa Del Vecchio, chi ha acceso in lei l’amore per il Teatro?

Bisogna andare indietro nel tempo di qualche anno… diciamo! Avevo sei anni quando a scuola mi scelsero per uno spettacolo teatrale. La nostra Maestra, Giovanna D’Attoli, scelse solo me e un altro compagno di classe per realizzare una piccola rappresentazione e il lavoro che portammo in scena mi piacque tantissimo. Posso confessare che la Maestra Giovanna si sentiva una regista mancatae lo era davvero! Traspariva in lei un amore viscerale per il Teatro e ogni genere di rappresentazione e fu proprio Lei a trasmettermi questo amore. Per tutta la durata delle scuole elementari poi ho sempre partecipato alle recite scolastiche. Erano anni in cui non ci risparmiava in tal senso, si organizzavano recite per la festa della mamma, per la festa del papà, per Natale, Pasqua… ed io ero sempre lì pronta a cantare, ballare, recitare…Ricordo che la Maestra ad un certo punto bloccava letteralmente la lezione che stava spiegando e diceva alla classe “Adesso chiudete i libri che facciamo le prove!”. Era il momento della giornata più bello per me! Ho amato subito quella dimensione. La migliore interpretazione che ricordo in quel periodo fu quella di Maria. Sentivo di essere davvero “La Madonna”. Mi ero completamente immedesimata.

Passato il periodo delle elementari, in che modo ha continuato ad approfondirela sua passione per il Teatro?

Diciamo che arrivata a dieci anni ho dovuto smettere con il Teatro.

Possiamo domandarle il motivo?

Ho avuto una battuta d’arresto a causa della prematura scomparsa di mio padre, in un brutto incidente stradale. Da un giorno all’altro persi il mio grande punto di riferimento. Fu un momento molto drammatico perché lasciò mia madre da sola a dover crescere noi, quattro figli piccoli. Io interruppi di colpo tutto quello che aveva a che fare con i miei sogni… Anche se ero molto piccola, mi sono gettata a capofitto nello studio con mille e più preoccupazioni che nella mia mente di bambina prendevano aspetti sempre più mostruosi.

E il Teatro in che modo ritornò nella Sua vita?

Ad un certo punto, verso i miei sedici/diciassette anni, risposi ad un annuncio su un giornale. Cercavano una ragazza per l’allestimento di una commedia filodrammatica. Mi presero. Da questa esperienza passai poi al teatro per ragazzi. È un periodo che ricordo con molta emozione. Tenevo talmente tanto al mio lavoro con i ragazzi che la mattina mi capitava spessissimo di marinare la scuola per andare a recitare.

Questo ha danneggiato il suo percorso di studi?

No, per fortuna, andavo molto bene al liceo. Le dico anche che per non gravare sulla mia mamma, ero solita dare ripetizioni di italiano, latino e greco! E poi, ci tengo a dire, che il periodo di “lezioni perse” per lavorare nel teatro-ragazzi è durato poco, ho completato regolarmente i miei studi al Liceo Classico.

E in seguito?

Mi iscrissi anche all’Università. Facoltà di Lettere, con indirizzo teatrale. Però per me fu un periodo molto critico questo.

Oltre allo studio portava avanti la sua attività come attrice?

Sì! Ogni volta che avevo un esame cominciavo a stare male. Avevo così tanti sintomi allucinanti che non riuscivo a sostenere quei ritmi! Studiare mentre si è costretti a spostarsi ogni giorno per seguire la tournée, recitare ogni sera, poi prepararsi per la partenza del giorno seguente per raggiungere un nuovo Teatro, con l’aggiunta poi della preparazione degli esami, era troppo snervante e frustrante. Non reggevo il peso di tutto quanto. Solo il palcoscenico invece mi dava serenità. Quando salivo sul palcoscenico e quando ci salgo tutt’ora, provavo e provo una sensazione di grande serenità. Mi sento al mio posto. Quando invece mi sedevo davanti ad un professore mi tremavano le gambe, iniziavo a sudare, non mi venivano le parole. Ho dovuto smettere per questo. Anche se ammiro chi riesce a portare avanti entrambe le strade come Massimo Andrei…

Attore, sceneggiatore e regista con il quale lei ha lavorato anche in Cinema nei film Benur e Mater Natura…

Pensi, la sceneggiatura di Mater Natura, Massimo Andrei la scrisse quando eravamo in tournée insieme. Lui scrisse l’opera mentre mettevamo in scena Non ti pago di Eduardo per la regia di Carlo Giuffrè. Ho vissuto dunque tutto l’iter artistico e produttivo di questo film. Con Massimo abbiamo poi lavorato insieme per molti anni nella compagnia di Carlo Giuffrè. Siamo sempre stati molto amici. Per dimezzare i costi dividevamo gli appartamenti e lui era solito leggermi quanto scriveva. È un film che ho visto nascere…

Lei in questo film interpreta il ruolo di Armandina per il quale ottenne anche il Premio come Miglior attrice non protagonista al Festival del Cinema di Pantelleria. Cosa ricorda di questo film del 2005 che ha per filo narrativo uno dei temi, quello del “genere”, così tanto dibattuto ancora oggi?

È stata una vera esperienza sotto l’aspetto artistico e umano. Pochi mesi prima di girare fui vittima di un bruttissimo incidente stradale. Otto mesi di riabilitazione e tre mesi bloccata in ospedale. Decisi comunque di fare il film nonostante fossi fortemente debilitata con cinque viti al ginocchio e il muscolo della gamba non ancora ripreso. Dissi ai medici di voler uscire per girare un film e loro si opposero. Ma la mia determinazione mi permise di trovare le forze per affrontare questa sfida. Avevo visto nascere questo film, in tutte le sue tappe. Non potevo mancare. Ci tenevo tantissimo.

Tornando alla fine del periodo universitario, come hanno reagito in casa a questa Sua scelta di lasciare l’Università per il mestiere incerto del Teatro?

Consideri che l’Università fu un’imposizione datami da una famiglia nella quale tutti erano laureati e io mi sentivo “obbligata a farlo”, più che volerlo. Mia madre era un medico e in qualche modo spingeva fortemente questo mio percorso accademico. Non voleva, in alcun modo, che io intraprendessi la carriera teatrale. Io invece sono voluta andare controcorrente. Ho voluto recitare con tutta me stessa e mettendo in campo una vera e propria determinazione e questa, nel tempo, ha poi finito per convincere mia madre ad accettare la mia scelta. Anzi, le dirò di più, quando nel corso dei miei trentotto anni di carriera, ho avuto dei momenti di difficoltà e volevo smettere, è stata proprio la mia mamma, che negli anni mi aveva ostacolato, a guardarmi negli occhi e a dirmi “Non arrenderti. Questa è la tua strada!”.

Una bella attestazione di stima da parte della sua mamma…

Vero, ne ho avuta anche un’altra di recente altrettanto forte e che non dimenticherò.

Le va di raccontarla?

Poco prima dello scoppio della Pandemia e l’interruzione dell’attività lavorativa per il settore dello spettacolo dal vivo, mio marito ed io avevamo chiesto il mutuo. Avevamo già versato l’anticipo per la casa quando venne ufficializzato il blocco dell’attività lavorativa. I primi mesi furono terribili,di grande paura e incertezza. Non potevamo pagare la penale, non avevamo i soldi per finire di pagare la casa ela banca ci faceva pressione.Fino a quando tutto si è risolto perché la direttrice della banca, di origine napoletana, riconoscendomi, confessò di essere una mia fan e mi disse “Sono sicura che continuerai a lavorare, ancor più di prima dopo la Pandemia, adesso garantisco io, Ester Errico!”.

Così, dopo aver lasciato gli studi universitari, ha avuto modo di lavorare come attrice superando numerosi provini…

Questa domanda mi permette di ricordare la mia prima “vera” formazione teatrale. Ho avuto l’onore di studiare con Mario e Maria Luisa Santella, simboli dell’avanguardia teatrale storica. Loro hanno segnato un passaggio nella Storia del linguaggio scenico teatrale. Nel periodo delle contestazioni soprattutto. Oggi, la vita mi ha poi portato a lavorare con il loro figlio: Nereo “Samos” Santella, noto light designer delle più importanti compagnie teatrali italiane, fratello di Valia Santella, vincitrice del David di Donatello per la sceneggiatura del filmIl traditore di Marco Bellocchio! Mario e Maria Luisa rappresentano due artisti che hanno dato moltissimo al Teatro italiano e mi dispiace che nel nostro Paese non si valorizzino e ricordino quanto meriterebbero e per quel che hanno realizzato! Sono orgogliosa di essermi formata alla scuola di teatro dei Santella, in un Teatro che oggi si chiama Teatro Totò ma che all’epoca si chiamava Ausonia. Non portai a termine gli studi presso la loro scuola perché il primo provino che feci in vita mia andò subito bene e partì per la mia prima tournée all’estero, nello specifico in Belgio e Lussemburgo con lo spettacolo Francesco d’Assisi per la regia di Salvo Condelli.

Ricorda il ruolo che le venne affidato?

Ero la co-protagonista: Santa Chiara. Si trattava di uno spettacolo che si concentrava più sul movimento che sulla parola, così da poter di coinvolgere anche un pubblico “estero” visto che avevamo una tournée fuori dall’Italia.

Come arrivò poi ad incontrare registi del calibro di Armando Pugliese, Giuseppe patroni Griffi, Carlo Giuffré, Luigi De Filippo…

Prima di poter recitare nelle loro produzioni dovetti superare diversi provini, tra l’altro tutti divisi su più anni…

Che intende?

Un anno mi presentavo alle audizioni, venivo apprezzata ma mi dicevano che in quel momento, per quella produzione, un ruolo per me non c’era. Con Armando Pugliese, simpaticissimo e bravissimo, il primo provino lo realizzai nella stagione 1987/1988. Poi nel 1989 in occasione dello spettacolo La festa di Montevergine al Teatro Sannazzaro con Enzo Cannavale e Luisa Conte. Armando Pugliese mi chiamò per affidarmi un ruolo. Fu uno spettacolo che replicò per due anni interi!Con lui realizzai poi nel 1996l’opera dal titolo Delizie e misteri napoletani prodotta dal Teatro Biondo di Palermo. In questo allestimento lavorai come mimo.

Mimo? La sua esperienza nello spettacolo Francesco d’Assisi nel quale aveva già avuto modo di approfondire l’aspetto di un teatro fisico, le fu dunque d’aiuto…

Esattamente! E, in questo caso, oltre ad essere impegnata come mimo, cantavo e recitavo. Fu uno spettacolo bellissimo. Facevo la parte di un gobbo e di Pulcinella.

Quindi oltre al mimo, lei dovette interpretare una delle maschere più note della commedia dell’Arte…

Mi dissero, “Damm a ess’‘a part e Pulecenella! Pesa quaranta chile… Acussìfacimmampressampress”! Mi diedero il ruolo per il mio peso!

Per il peso?

In questa occasione la mia piccola statura giocò a mio favore. Nell’ultima scena, infatti, Pulcinella muore e le altre maschere della commedia dell’Arte lo sollevano e lo pongo sul carro funebre. Con questa immagine chiudevamo lo spettacolo. Serviva uninterprete “leggero”…

E come avvenne poi l’incontro con Luigi De Filippo, il figlio di Peppino?

Ebbi l’occasione di conoscere Luigi subito dopo Delizie e misteri napoletani. Mi ero trasferita a Roma da un anno circa, era il 1994. Prima, lavorando molto fuori, in tournée con Carlo Giuffré (all’epoca le tournée erano di nove mesi!) non mi conveniva trasferirmi fissa a Roma. Quando decisi che era giunto il momento di farlo, andai a bussare alla porta del Teatro delle Muse, dove Luigi De Filippo aveva la sua Stabile. Mi sono proposta, feci un provino e lui mi scritturò. Con Luigi ho avuto modo di portare in scena Non è vero ma ci credo di Peppino De Filippo e Miseria e Nobiltà di Eduardo Scarpetta, suo nonno.

Prima di lavorare con Luigi De Filippo lei ha avuto modo di recitare con Carlo Giuffré. Che ricordo ne ha?

Mi prese dopo ben quattro provini! Lavorai con lui poi per otto anni. Posso dire che lui è stato il mio “papà artistico”. Quando ho iniziato a lavorare con lui io avevo venticinque anni e Carlo ne aveva circa settanta, l’età perfetta per essere il mio papà!Il primo spettacolo che feci con lui, nel 1991, fu la commedia di Eduardo dal titolo Le voci di dentro. Pensi, questa era la prima volta che gli eredi di Eduardo permisero l’allestimento di un testo di De Filippo ad una compagnia che non era composta e formata da un De Filippo! Si percepiva dunque un clima di grande responsabilità per questo, in tutti quanti. Qui interpretavo il ruolo di Maria, la co-protagonista. Questo è un lavoro che mi ha dato tante soddisfazioni, conservo gelosamente le recensioni che mi vennero fatte in tutta Italia per quell’interpretazione. In quel caso ci fu la definitiva approvazione di mia madre che disse “Avevi ragione, è questa è la tua strada!”.

Come approcciavate il testo di Eduardo durante le prove?

Carlo Giuffré era molto dolce nei miei confronti e “imboccava” il personaggio. Sapeva qual era il risultato fonetico e d’insieme che voleva raggiungere e mi ci accompagnava.  Faceva così con me come con tutti e questa modalità, a qualche collega, dava fastidio perché ricevere toni, emozioni, atteggiamenti “imposti” mentre si cerca di approcciarsi al personaggio può risultare pesante, assillante, ma a me non dava fastidio. Era per me un insegnamento continuo perché poi Carlo lo faceva sempre con rispetto e dolcezza.

Lei ha avuto modo di recitare alcuni testi dei De Filippo diretta da registi come Carlo Giuffré, Giuseppe Patroni Griffi e Luigi De Filippo, discendente naturale di questa straordinaria famiglia. Che differenze ha notato in questi tre registi nel mettere in scena un’opera della famiglia De Filippo/Scarpetta?

Non ho mai avuto prova di una contesa tra i tre. Né episodi di competizione. Sicuramente ognuno dentro di sé credeva di essere il giusto erede. Carlo sicuramente lo credeva. O meglio, lo desiderava. Tutti i suoi sforzi erano finalizzati a rendere omaggio ad Eduardo che lui considerava suo Maestro. Luigi De Filippo invece era un’artista dal carattere molto riservato, era chiuso in sé stesso. Traspariva il desiderio di essere la giusta bandiera dei De Filippo ma non si è mai lasciato andare a confessioni con noi a riguardo. Era un professionista molto serio e molto rigoroso, anche se poi in scena era in grado di suscitare enormi risateportando in sé una tradizione di una comicità meravigliosa. Alle prove non si ammetteva mai uno scherzo, un “uscire fuori da”. Aveva un grande rispetto per quello che era stato scritto dai suoi antenati e si sentiva la responsabilità di portare avanti questo patrimonio culturale. Mentre con Giuseppe Patroni Griffi recitai inNapoli milionaria! di Eduardo. Giuseppe era un uomo estremamente colto, preparatissimo, e affrontava il testo anche partendo da un discorso semantico e “simbolico”. Patroni Griffi andava oltre il fatto che quell’opera fosse stata rappresentata da Eduardo. Lui ne faceva un discorso culturale, di tradizionistoriche e simboliche.

Nel cast di questo spettacolo c’erano Carlo Giuffré e Isa Danieli…

Fu un bellissimo lavoro e Giuseppe Patroni Griffi è stato un grande regista. Ricordo una scena in particolare. Lui dava molta importanza all’atmosfera, tanto è vero che c’era un momento, nel primo atto, nel quale gli attori entravanoin un vicolo e prendevamo il caffè. Nel silenzio ognuno entrava, prendeva il caffè e cominciava a girare il cucchiaino prima di bere. Patroni Griffi riuscì a creare un’atmosfera di suoni che divenne presto un concerto. Tutto ben orchestrato e ritmato. Quella lettura registica, ogni sera, prendeva l’applauso a scena aperta! Era pura regia!

Lei ha lavorato anche con Beppe Barra altro grande cultore della tradizione napoletana…

Ritengo che lui sia l’ultimo grande artista della tradizione napoletana. Se non sbaglio, è reduce da poco da una tournée in Olanda, dove ha avuto gli onori che si merita. Siamo molto amici. Ho fatto con lui La cantata dei pastori, dove per la prima volta fece recitare il personaggio di Sarchiapone ad una donna, me, dopo che era stato interpretato da Concetta, sua madre. È stato per me un vero onore poter indossare il costume appartenuto a Concetta. È un ricordo indelebile ricco di emozione.

E arriviamo all’incontro con un altro grande regista, autore, attore napoletano: Vincenzo Salemme. Avete lavorato insieme almeno in undici spettacoli teatrali, sei film e un programma televisivo…

In televisione sono anche di più le volte! Tra Famiglia Salemme Show e le messe in scena delle sue opere teatrali, il numero sale di molto! Conobbi Vincenzo quando era l’assistente alla regia di Carlo Giuffré. Affrontava quel compito in una maniera così creativa che mi colpì subito. Tant’è vero che lo stesso Carlo molte volte si fermava e diceva “Tu che ne pensi Vincenzo?” e lui proponeva e riproponeva… era una continua fucina d’idee! E io pensavo dentro di me “Caspita che talento che ha questo ragazzo!”.

Poi quando Salemme formò la sua compagniascelseLei per la commedia Pazza d’Amore nella quale era protagonista insieme a Marisa Laurito…

Da quel momento entrai stabile nella sua compagnia,era circa il 1998… Vede, sono stata otto anni nella compagnia di Carlo Giuffré, otto anni con Vincenzo Salemme e otto anni nella compagnia di Biagio Izzo. Posso dire di avere la crisi dell’ottavo anno.

In che senso?

Dopo otto anni “agg’‘a cagnà!”. Devo cambiare! Di solito si parla della crisi del settimo anno, no? Io ho quella dell’ottavo anno! Concedo un anno in più e poi… me ne vado! Evidentemente qualcosa dentro di me mi fa maturare l’idea che sia giunto il momento di fare altre esperienze. Fino adesso è stato così…poi nel 2016 sono tornata a lavorare con Vincenzo perUna festa esagerata prima in Teatro e poi al Cinema, fino a Napoletano? E famme ‘napizza!, commedia teatrale campione d’incassi nelle stagioni 2021/2022 e 2022/2023. Vincenzo è un grandissimo talento, nella scrittura, nella recitazione, nella regia! È un talento puro!

Come si affronta un allestimento sotto la direzione di Vincenzo Salemme?

Lui è una persona che cerca la verità nella recitazione, per cui leggiamo il testo e, se lo ha scritto lui siamo favoriti perché,Vincenzoquando scrive, lo fa già pensando a chi dovrà interpretare quel determinato personaggio e questo ci aiuta moltissimo perché ci viene molto incontro. Alle prove quindi mettiamo le nostre capacità attoriali al suo servizio. In corso d’opera poi Vincenzo cambia, taglia, aggiunge, migliora… è un lavoro sempre in movimento, non è mai statico quello che fa Vincenzo Salemme.

Uno stile davvero differente rispetto a quanto per esempio affrontavate con Carlo Giuffré…

Carlo Giuffré aveva già in testa il suono che voleva ottenere, mentre Vincenzo vuole che sia tu “vero”, non si aspetta suoni predefiniti, viene costruito tutto al momento. Giuffré invece veniva da una tradizione di un certo tipo e si aspettava dunque di ricreare quel certo clima, quel certo suono, quella certa intonazione, quella certa atmosfera… erano prove più “soft” quelle con Carlo Giuffré anche se erano altrettanto impegnative perché imparare a capire come lavorasse, il linguaggio che voleva e quel che richiedeva presupponeva del tempo. Sono entrambe delle bellissime sfideper un’attrice!

Con il cortometraggio Interferenze lei ha anche approcciato la scrittura e la regia cinematografica. Che esperienza ne ha tratto?

Ci tengo a dire che non mi sento una regista cinematografica. Sento di non avere una preparazione che può avere un regista cinematografico. Contrariamente al mio percorso diattrice che pur non essendomi mai diplomata in una scuola ho sempre continuato a studiare, seguendo corsi con Lindsay Kemp, con Susan Stransberg, con Eugenio Barba… cercando cioè di costruire la mia formazione attoriale, nel campo della regia invece non ho questa preparazione. Anche se posso dire di averla un po’ acquisita sul campo lavorando sui set come attrice….

Il suo primo premio come interprete Lei lo ottenne con lo spettacolo Chi ha ucciso Concettina Scapece?, del quale è anche regista e autrice…

In quegli anni si faceva molto Cabaret, parliamo della fine degli anni ’80 inizio anni ’90 così, visto che erano stati per me anni duriche mi stavano tenendo un po’ lontana dalle scene, decisi di scrivere e interpretare un progetto tutto mio. Così nacque Chi ha ucciso Concettina Scapece?Questo fu un lavoro che mi diede molta soddisfazione…

Insieme all’attore e regista, Giorgio Carosi, che tra poco ci raggiungerà, suo compagno di scena e marito nella vita, lei ha già avuto modo di collaborare. Giorgio Carosi l’ha diretta in Eder Speranza, monologo che lei ha scritto…

Dentro lo spettacolo Eder Speranzaci sono molti personaggi della mia vita. Non si tratta della storia della mia vita, ci tengo a dirlo, ma dentro questo lavoro ho messo molto del mio vissuto. C’è il mio sangue, ci sono le mie delusioni e racconto alcune mie esperienze. Anche se, ripeto, non è la storia della mia vita. È la storia di Eder…

Un nome insolito…

Si tratta di un omaggio a Heather Parisi, solo che all’anagrafe del piccolo comune nel quale è nata la protagonista della mia storia, non sapendo come scrivere correttamente questo nome, lo hanno riportato così…Eder! Tengo moltissimo a questo testo.

Ora che ci ha raggiunto dal palcoscenico anche Giorgio Carosi, possiamo raccontare la genesi di questa nuova produzione di Caveart: Come una farfalla che si posa sulla testa….

È un progetto che Giorgio ha fatto nascere e debuttare l’anno scorso e con una struttura monologante, io sono entrata in un secondo momento. Lascerei a lui la parola.

Il mio intento – racconta Giorgio Carosi – era quello di parlare d’amore abbinando un percorso tra parola e musica attraverso delle canzoni d’autore. Coinvolsi per questo un caro amico, nonché autore di narrativa e saggistica, Alessandro Capezzuoli che scrisse delle riflessioniriguardanti diversi aspetti dell’amore: l’amore per i figli, l’amore per i genitori, l’amore tra due persone… alla fine vennero fuori dei veri e propri monologhi che si andarono ad incastonare alle musiche scelte. Visto che c’era solo l’elemento maschile però per questa seconda messa in scenami sarebbe piaciuto avere anche un elemento femminile in questa storia di racconti d’amore, così lo proposi a Teresa che nel frattempo si era liberata da alcuni impegni lavorativi. Leggendo alcuni monologhi scritti da Alessandro,Teresa decise di accettare questa nuova sfida.

Quindi da una struttura monologante della prima edizione si passa, in questo nuovo allestimento, aduna forma dialogica?

È un’osservazione interessante – risponde Teresa Del Vecchio – perché ci permette di spiegare quello che l’autore vuole sottolineare: l’incomunicabilità che esiste tra l’uomo e la donna e quanto questa incomunicabilità sia peggiorata in seguito all’avvento del cellulare. Non ci si guarda più negli occhi, ormai è tutto filtrato attraverso lo schermo del telefonino o del tablet. Quindi anche se siamo due attori in scena e che si incontrano, noi parliamo sempre attraverso uno schermo, mai affrontandoci negli occhi. Si crea così una forma di dialogo-non-dialogica. Ognuno resta nella sua dimensione virtuale. Sia l’uomo che la donna si trovano oggi a vivere proprio questo tipo di disagio.

L’idea dell’opera – continua Giorgio Carosi – è che il genere umano deve maturare la consapevolezza di essere in grado di poter stare da soli, per conto proprio, perché tutti noi in realtà siamo già “completi”. Potremmo anche non avere bisogno di completarci con un’altra persona. Questo vuole sottolineare l’autore, ma dobbiamo scoprirlo, dobbiamo saperlo. Dopo aver ottenuto questa consapevolezza potremmo unirci anche con un’altra persona e avviare un percorso insieme ma parallelo.

Come una farfalla che si posa sulla testa di Alessandro Capezzuoli, per la regia di Teresa Del Vecchio con Giorgio Carosi e Teresa Del Vecchio, le musiche di Luigi Mas e Maurizio Moricci e la coreografia Fabiana Fusaro andrà in scena dal 23 al 26 marzo al Teatro Cometa Off di Roma. Vogliamo dire qualcosa sul titolo?

Il titolo è tratto – ci spiega Giorgio Carosi – da una frase contenuta in un monologo di Giorgio Gaber (del quale quest’anno ricorrono i 20 anni dalla scomparsa). Lui diceva “un amore così strano come una farfalla che si posa sulla testa”. Credo riassuma bene il messaggio del nostro spettacolo. Sia l’amore che i momenti di felicità – continua la regista – sono come una farfalla: ti sfiorano e vanno via. Ed è anche l’immagine della gioia, del colore, della bellezza, ma anche della fragilità e della precarietà. La farfalla vive una giornata sola.

Progetti futuri?

Con la nostra associazione “Caveart”– risponde Giorgio Carosi – oltre agli spettacoli e alle nostre proposte artistiche, abbiamo in cantiere l’avvio di laboratori teatrali e di scrittura creativa e di discipline che possano essere inerenti al Teatro e poi avrò l’occasione di partire per la tournée della commedia dal titolo Trucchi per l’anima di Rosario Galli.

Dal canto mio invece – segue Teresa Del Vecchio – a breve sarà disponibile su Amazon, sia in formato cartaceo che on-line, Grida sussurrate la mia prima raccolta di poesie. È libro strutturato in tre parti “anni ’80 – anni ’90 – anni 2000” inizia con le prime poesie che scrissi quando avevo circa 14-15 anni…

Cosa vi da gioia nella vita?

Il progetto. È importantissimo avere progetti. Ti mantiene in vita, felice e sempre giovane!