L’AQUILA – “Si è appurato nel mondo degli allevatori della zona di Ofena e Capestrano (L’Aquila) che sono stati catturati 8 cinghialetti tramite le gabbie di cattura fornite dal parco e trasferiti vivi addirittura in Toscana con tanto di modello a firma di ignari allevatori, che si sono anteposti ai dirigenti del parco”.

Lo denuncia Dino Rossi del Cospa Abruzzo in una lettera indirizzata all’assessorato regionale alla Sanità e al Parco Gran Sasso Monti della Laga.  

“Gli allevatori sono stati richiamati da me in quanto gli animali non sono dei firmatari, ma dello stato e gestiti dall’ente Parco – aggiunge – nel contempo è stato fatto notare ai soggetti interessati le responsabilità che si sono accollati gratuitamente al posto di chi percepisce uno stipendio alle spalle dei danneggiati e dei contribuenti. Le gabbie di cattura e la vendita della fauna sono vietati dalla Legge157/92, ma sembra che per questo ente la Legge non esista, che comunque cerca in tutti i modi di scaricarsi le responsabilità, facendo firmare documenti di trasporto dei cinghiali vivi, senza nessun certificato sanitario che attesti la negatività di malattie infettive”.

“Mentre per i nostri animali, necessitano passaporti e certificati sanitari ed altre infinità di documenti tanto da rendere più pesante la cartella che accompagna l’animale venduto – aggiunge – Inoltre, risulta essere nel vaglia della Asl L’Aquila se le gabbie di cattura sono costruite a regola d’arte, per la sicurezza dell’operatore, visto che si tratta di una vera e propria attrezzatura utilizzata per la cattura di animali pericolosi, domani sono previsti i sopralluoghi insieme all’ente parco”.

“Spero verranno presi provvedimenti dall’assessorato alla Sanità e dalla Asl di L’Aquila al fine di garantire una cattura in sicurezza ed una movimentazione della fauna selvatica in modo più salubre per la salute pubblica – prosegue Rossi – C’è una cosa che non si riesce a capire. Per quale motivo, un parco, anzi i parchi, visto che ne abbiamo tanti nella nostra Regione, fino ad oggi, con tutte queste risorse economiche da parte della CE e  un potenziale di questi posti incantevoli mantenuti tali, non certamente da loro, ma dagli abitanti del luogo che negli anni lo ha curato con le attività boschive, la pastorizia, l’agricoltura e l’attività venatoria, non sono stati capaci di gestire la fauna, ne il territorio e tanto meno avere una ricaduta economica sul territorio? Quali sono gli interessi di questi dirigenti o impiegati del Parco, con stipendi pagati da tutti noi, che invece di mandare i cinghiali in Toscana dove la caccia in braccata agli ungulati è stata prolungata,  non abbiano pensato a come fare per una ricaduta sul territorio dove il parco tiene la sede? Si pensa solo a come sfruttare progetti per i finanziamenti europei con l’aiuto delle università dell’Aquila e di Camirino, con i progetti extralaife e i SIC siti di interesse comunitari, che di comune hanno solo ed esclusivamente interessi economici per il mantenimento di queste strutture inutili e dannosi”.