L’AQUILA – This must be the place, ultima fatica di Paolo Sorrentino, già regista di pellicole pluri-applaudite come Il Divo e Le conseguenze dell’amore, è uscito nelle sale il 14 ottobre scorso.
Reduce dal grande successo di critica avuto al Festival di Cannes, il film è interpretato dal premio Oscar Sean Penn, nel ruolo della rockstar Cheyenne, da Frances McDormand, nei panni della moglie, e dall’esordiente Eve Hewson, figlia di Bono degli U2, ragazza adolescente cupa e riservata, con una madre ossessionata dalla scomparsa del figlio.
Contornato da un alone di fascino e attesa, che sempre hanno le pellicole applaudite nelle kermesse cinematografiche, This must be the place ha attirato molti spettatori curiosi e qualche intenditore di storie on the road all’americana.
Quello che salta all’occhio allo spettatore medio, non indottrinato dalla visione di decine di pellicole di viaggio “sulla strada” (non deluso dall’ennesimo film alla maniera Usa), abituato a vedere quello che la televisione italiana gli passa, non è principalmente l’uso smodato del clima yankee, che pur pervade gran parte della pellicola (stereotipi di un’americanness che colpisce a pieno volto noi europei e lo stesso Sorrentino), ma piuttosto il protagonista, presenza prepontente, che si tiene a fatica in equilibrio tra originalità e pacchianeria.
La pellicola, infatti, è un eterno primo piano su Cheyenne, seguendo in questo la tendenza di Sorrentino a limitare la trama a sottofondo visivo, come la colonna sonora è soundtrack uditivo, e a concentrare l’attenzione sul personaggio, fino a ridurre l’intero film, per quel che riguarda la fotografia, a primo piano (anche quando la ripresa si allarga, quello che ci fa vedere, in più, è solo per delineare ulteriormente Cheyenne).
Penn è una maschera: capelli corvini abilmente cotonati con la lacca, occhi con matita nera e labbra laccate di un rossetto fuoco, che per metà del film è sbafato.
Rockstar gotica in pensione, lontano dalle scene e dal mondo da più di trent’anni, Cheyenne sembra un incrocio tra cantanti tipo Robert Smith dei Cure (vedi il trucco e i capelli), e il Jonny Depp di Edward mani di forbice.
In quest’ultimo caso la somiglianza è impressionante: il movimento lento, quasi meccanico, lo sguardo spaesato, la risatina da cicisbeo elisabettiano, il candore con cui commenta il mondo che lo circonda, costringe lo spettatore a ridere, spaesato e sorpreso, da tanta mancanza di contatto con la realtà.
Penn è sicuramente lontano dai suoi soliti personaggi, molto deve aver messo di suo nella caratterizzazione di Cheyenne, ma molto deve aver anche trafugato da chi prima di lui si è cimentato con personaggi assurdi, annoiati, lontani dalla realtà, un po’ depressi, eterni Peter Pan, e soprattutto disadattati, che vanno per l’America di provincia, motel dismessi, benzinai buttati nel nulla di un orizzonte infinito, in cerca di se stessi.
Un po’ troppe frasi scontate, modi di dire, aforismi all’Oscar Wilde (come “oggi nessuno lavora. Ognuno fa qualcosa di artistico”), silenzi a effetto in mancanza di parole abbastanza taglienti, questo si può criticare a Sorrentino.
In sostanza però la pellicola risulta piacevole, un po’ lenta a tratti, ma d’altra parte Cheyenne si trascina a fatica nel mondo, barcolla appoggiato al suo trolley; è anche una rivoluzione, un utopico risultato, se si mette a confronto con gli altri film che il botteghino proponeva questo fine settimana (tra tutti il minestrone riscaldato di Ex Amici come prima, il 3D anacronistico dei Tre moschettieri, che della Francia del Re Sole hanno mantenuto solo improbabili capigliature).
La colonna sonora è di David Byrne, ex leader dei Talking Heads, che è anche un interprete del film: alter ego di successo, immagine della rockstar che si reinterpreta con l’età, supera l’adolescenza e non ha più bisogno di mascherarsi per confrontarsi con il mondo.
Cheyenne resta, sostanzialmente, il ragazzo 15enne che ama il rock, che è in piena crisi adolescenziale e che il padre, ebreo che ha vissuto l’olocausto, non riesce a riconoscere. Lo scontro generazionale dura per 30 anni, durante i quali i due non si confrontano mai; Cheyenne non si evolve, non riesce a superare la paura di non essere amato e questo lo tiene lontano dal mondo.
È un essere in rivolta, ma anche ridicolo, perché ha 50 anni e si veste come la ragazza adolescente di cui è amico, ha le stesse paure, fa il teppista contro chi si permette di deriderlo (squarcia il cartone del latte a due ragazze che al supermercato l’hanno preso in giro) e vive il rapporto con la moglie come quello tra madre e figlio.
Muore suo padre e il tema dell’olocausto, che non viene mai realmente sviscerato nella pellicola, ma resta come una reminescenza dell’immaginario comune, sul fondo del viaggio on the road nell’America di un entroterra provinciale e dimenticato, scuote per un momento la vita annoiata e immobile di Cheyenne.
A passo scivoloso, con il suo trolley a sostenerlo per evitare che cada irrimediabilmente nell’irrealtà, unico appiglio con il mondo che lo circonda, coperta di Linus di sicurezza, intraprende il viaggio alla ricerca di un criminale nazista, Aloise Lange, ormai 95enne cieco, che è stato l’aguzzino di suo padre, che ha trascorso l’intera vita a cercarlo, ossessionato dalla vendetta, ad Auschwitz.
In realtà, alla fine del film, si scopre che le sevizie subìte sono state solo verbali e l’offesa, che ha mosso il padre per una vita intera a cercare il tedesco, è stata l’essersi fatto sotto davanti a tutti per la paura di essere azzannato da un cane che Lange gli aveva aizzato contro: ben altre sono state le atrocità naziste.
Cheyenne lo fa spogliare nudo come un verme, come gli ebrei verso i forni crematori, e lo umilia privatamente, in una disgustosa, l’uomo è vecchio con la pelle appesa e curvo, camminata nella neve, “qualcosa mi ha dato fatidio, non saprei dire cosa, ma qualcosa mi ha dato fatidio”, ripete Cheyenne, la sua cantilena abituale.
Le immagini degli ebrei ammassati nudi nei campi di concentramento, dei “pigiami” a strisce, dei corpi scavati, pelle appesa, occhi estroflessi per la fame, si mischiano e confondono con le immagini stereotipiche dell’America più conservatrice.
Enormi bottiglie pubblicitarie di birra sui lati delle strade, il pistacchio più grande del mondo, perfino un nativo americano, in giacca e cravatta, simbolo dell’America che omologa ogni differenza, che s’imbuca nella macchina di Cheyenne e si fa lasciare nel mezzo del nulla di una sconfinata prateria Usa (manca purtroppo il cavallo pezzato selvaggio da domare e montare sul momento).
La fine, forse debole per alcuni, la risoluzione dell’adolescente che ritrova suo padre, anche se ormai è troppo tardi, e che in questo ricongiungimento riesce a diventare uomo, mostra che in realtà il viaggio era quello che contava e che la meta non era che il punto di partenza.
La meta era, infatti, la vita che Cheyenne già aveva, sua moglie e la sua giovane amica, unica che può permettersi di essere adolescente, e che il solo che doveva cambiare, essere diverso, era lui.
Nell’ultima ripresa: occhi nuovi e adulti che hanno perso quell’incoscienza e vacuità che per tutto il film aveva imprigionato l’uomo 50enne Cheyenne.
Consigliato a chi, per poco meno di 2 ore, vuole ridere-sorridere amaramente della disgrazia altrui e chiedersi se per caso qualcosa di quella disgrazia non accomuni, oggi, molti dei cosiddetti “adulti”, tratto radicato di eterni Peter Pan.



