L’AQUILA – Questo appena trascorso è stato il fine settimana del film dei Soliti Idioti, preso d’assolto il botteghino aquilano, facendo tutto esaurito per tre sere consecutive, specialmente tra i giovanissimi che stravedono per la coppia comica di Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli lanciata da Mtv e che adesso è arrivata al cinema: si parla di un incasso, in Italia, di 2,5 milioni di euro solo nei primi due giorni.

Un po’ in sordina, invece, l’uscita del film La kryptonite nella borsa del regista Ivan Cotroneo, al suo esordio cinematografico, tra i più applauditi al Festival del Cinema di Roma, che però non ha avuto un enorme successo tra il pubblico del capoluogo abruzzese che ha preferito gli altri titoli in programmazione.
 
In realtà, il film merita di essere visto, se non altro per l’originalità con cui presenta temi triti e ritriti della cinematografia italiana, in una chiave o meglio in una veste (l’Italia hippie degli anni ’70) decisamente particolare e poi perché fa ridere, di un riso misurato, non volgare ma elegante. 
 
Un film fresco e spigliato come se ne vedono pochi oggi.
 
La pellicola si guarda attraverso gli occhi di tutti i personaggi, questa la particolarità, punto di vista espanso che permette di vedere la narrazione da molteplici angolazioni.
 
È stato tratto dall’omonimo romanzo scritto da Cotroneo e molti critici l’hanno definito un esordio con stile, stile perché non c’è voglia di strafare, di caricare all’inverosimile le situazioni, farle cadere in un ridicolo esagerato che in molti punti quasi si sfiora, ma, abilmente, non si raggiunge mai.
 
La trama scorre senza intoppi e lo spettatore si muove agilmente da un punto di vista all’altro in equilibrio perfetto tra drammaticità delle situazioni e loro canzonatura.
 
Peppino (Luigi Catani) è un bambino di nove anni che vive in una Napoli anni ’70, in parte reale in parte onirica, in quella che è una famiglia allargata, ma in un senso più tradizionale del termine: madre (Valeria Golino), padre (Luca Zingaretti), zii figli dei fiori (Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo), e anche i nonni che vivono nella speranza di una rivalsa, nei confronti delle loro umili origini, attraverso uno zio di Peppino, il genio di casa Sansone, che in realtà sono tre anni che sta studiando il primo esame di giurisprudenza e non sa nemmeno coniugare i verbi in italiano.
 
Il dramma in realtà non è uno solo, sono tanti piccoli drammi che si abbattono su questa umile famiglia napoletana, che talora sembra quasi uscita da una delle opere di Eduardo De Filippo.
 
Il primo più grande trauma è la morte del cugino Gennaro, che crede di essere Superman e che muore sotto le ruotaie del tram. Peppino è l’unico a crederlo davvero un supereroe e per tutta la pellicola continua a vederlo in varie occasioni, come un sogno a occhi aperti che lo guida: guru e commentatore, popolare ma vero, di molti eventi assurdi ma anche difficili che accadono al bambino.
 
Peppino porta gli occhiali e i suoi compagni non lo accettano, è un bambino solo che resta ancora più solo, sballottato tra zii, nonni e un’amica zitella di sua madre, quando la Golino si ammala di depressione.
 
Il cugino Gennaro, Superman partenopeo, suo alter ego maturo, voce interiore che gli fa commentare il mondo circostante, lo porterà a scoprire la più grande realtà, la cosa più importante è restare se stessi, non fare i diversi per farsi accettare: solo così si può vivere bene.
 
La Golino, invece, mamma di Peppino, è una donna che si trova a vivere in un mondo che si sta trasformando, è l’Italia degli anni settanta, della legge sul divorzio e delle manifestazioni femministe per la legalizzazione dell’aborto, e lei, invece, agisce ancora avviluppata in una morale cattolica e conservatrice, da famiglia dabbene. 
 
Suo marito la tradisce con una donna più giovane, il dramma privato si consuma dentro di lei, inconfessabile. 
 
Non una scenata, non una parola, solo una muta depressione che la porta a fare una serie di sedute psichiatriche, novità per il tempo che, infatti, non vengono capite dai suoi familiari (come può il semplice parlare con uno sconosciuto aiutarla più del rapporto con il proprio marito?). Il rimpianto per una giovinezza passata e spensierata la porta a soffrire ancora di più e a chiudersi. 
 
La liberazione arriva con il tradimento, tradire a sua volta, solo questo riuscirà a farla riavvicinare al marito con una nuova consapevolezza di sé e della propria femminilità.  
 
Zingaretti, il papà, è un fedifrago che, alla fine, spaventato dai troppi cambiamenti, deve cucinare perché la moglie depressa dorme tutto il giorno, cosa che per un uomo degli anni ’70 era qualcosa di innaturale, abbandona l’amante e cerca di riconquistare l’amore della Golino e l’affetto del figlio.
 
Zingaretti, per tutto il film, cerca di far capire al ragazzino che la morte del cugino Gennaro è stata terribile ma che “la vita va avanti”.
 
Impresa senza successo purtroppo: i pulcini che regala a Peppino, che dovrebbero dimostrare la forza della vita, speranza per il futuro, muoiono uno dopo l’altro in circostanze assurde e divertentissime.
 
Il bambino affronta tutto con l’ironia dei suoi nove anni. Vive il nuovo clima di ribellione degli anni ’70 prematuramente, seguendo gli zii fricchettoni in giro per feste e riunioni femministe, vedendo due donne baciarsi, prendendo una pasticca di Lsd che lo fa svenire e vomitare.
 
S’interroga senza capire, ma anche senza stupirsi di nulla: è il simbolo della nuova generazione, quella disinibita, quella per cui la novità sarebbe diventata di lì a poco normalità, che sarebbe esplosa nel Bel paese nel giro di una manciata di anni.
 
Il dramma aleggia in tutta la pellicola, dramma che poi non è altro che affrontare la vita con tutto quello che comporta.
 
Le gag tragicomiche sospingono lo spettatore di fotogramma in fotogramma fino alla conclusione, un po’ in sordina, che non risolve al 100 per cento tutto quello che il film propone, ma che risponde esattamente al clima volutamente non incisivo e pressante dell’intera pellicola.
 
Ottimo risultato per l’esordio di Cotroneo, prima pellicola molto attesa che ha egregiamente superato il battesimo cinematografico di un regista che ha lavorato molto in televisione e collaborato con grandi registi, scrive nel 2009 la sceneggiatura del film di Ferzan Özpetek, Mine vaganti, ma che s’impone, oggi, come nuovo interprete nazionale.
 
Che non fosse la solita commedia all’italiana, a cui il mercato ci ha abituati, lo si capisce da subito, dalla colonna sonora che spazia da These Boots Are Made for Walkin’ rifatta dai Planet Funk a pezzi come Lust for Life, cantata da Iggy Pop, e Life on Mars di David Bowie.
 
Ottime anche la fotografia di Luca Bigazzi (sorprendende le riprese degli ombrelli neri, affilati, in un vicolo di Napoli, durante il funerale di Gennaro), la scenografia di Lino Fiorito e i costumi di Rossano Marchi.
 
Voto: 8.