Uno può metterci tutta la buona volontà, ma non capirà mai perché un povero cristo debba andare a rischiare la pelle tra le gole del Canyon saltellando da una parete all’altra, salvo poi cadere come una pera e rimanere per giorni intrappolato tra le rocce, senz’acqua, senza viveri, senza niente di niente, costretto a bere la sua stessa urina per sopravvivere.
Sperando che arrivi qualcuno che poi ovviamente non arriva.
Eppure in giro è pieno di tipi così, ipercinetici, schizofrenici, gente che non riesce mai a star ferma neanche con le cannonate e che se passa due ore su un divano si sente morire.
Questa la sintesi umana del protagonista di 127 ore, nuovo lavoro di Danny Boyle, regista che merita tutta la nostra attenzione perché anno dopo anno è diventato un vero e proprio peso massimo del cinema mondiale.
127 ore è la storia – per una volta vera, nonostante la scritta ‘tratto da una storia vera’ nella locandina – del pazzoide di turno con il gusto sfrenato per l’estremo, che se la va a cercare e immancabilmente la trova.
A qualcuno tutto ciò potrebbe fare venire una certa rabbia, un po’ come con il protagonista di Into The Wild, tanto adorato da chi sogna di avventurarsi in luoghi selvaggi, quanto sbeffeggiato da quelli che pensano sia da cretini fare una fine del genere.
Qui la musica è diversa. Sarà forse merito di Boyle, ma alla fine della fiera è difficile non farsi venire la strozza, non provare una gran pena per la sorte dell’escursionista Aaron Ralston, interpretato dall’ottimo James Franco.
Dopo aver visto scorrere le immagini dei ricordi, delle amanti, degli amici, dei demoni personali che hanno segnato la sua vita, dopo aver scoperto cosa questo ragazzo è stato costretto a inventarsi per non tirare le cuoia, si esce dalla sala con un bel po’ di malessere dentro.
Sì perché questo è un film molto forte, difficile da digerire senza fare un minimo di sforzo di sopportazione. Troppo dolore, troppa sofferenza, troppo dura in un paio di scene non coprirsi gli occhi per il voltastomaco.
Sia ben chiaro. Si può fare un film inquadrando per due ore la stessa persona solo se dietro c’è un grande regista e un grande attore. Questi requisiti 127 ore ce li ha. Franco è tranquillamente qualche centinaio di spanne sopra la quasi totalità degli interpreti nostrani e se avesse vinto l’oscar come miglior protagonista in fondo non ci sarebbe stato niente da ridire.
Ma qui gli applausi se li merita tutti Boyle. È un signore inglese dotato di un talento naturale nel maneggiare la cinepresa, c’è poco da fare, lo ha dimostrato con The Millionaire e con Trainspotting.
Questa volta è riuscito a rendere splendido un film che in teoria avrebbe tutte le carte in regola per far addormentare mezza sala, ostica com’è la sceneggiatura incentrata su un solo uomo.
E invece ogni scena ha un ritmo, tutto è girato in modo sfavillante, a cominciare dal vortice di ricordi con cui viene filtrata la parabola umana di Ralston. Questo è un film tanto angosciante, quanto imperdibile. Da vedere, una volta e mai più.
Voto: 7/8



