CHIETI – “C’è il mio impegno a risolvere il problema Ciapi senza sicilianizzare la Regione”.

Questo aveva garantito il presidente Luciano D’Alfonso a gennaio 2015.

Ma dopo 10 mesi nel Centro interaziendale addestramento professionale industria, partecipato interamente dalla Regione, permane il problema di un debito che si accumula al ritmo di 80 mila euro al mese, dei 29 dipendenti che ancora resistono lavorando gratis, e anche con 30 stipendi arretrati.

E quel che più preoccupa il direttore del Ciapi Paolo Cacciagrano, è che sarà operazione difficile, e non di breve periodo, la soluzione prospettata ad inizio ottobre, in un incontro in Regione, ovvero vendere la sede via Abruzzo a Chieti, dal valore stimato di 4,5 milioni, per ripianare parte del debito da 7, 5 milioni, pagando almeno i contributi e consentire di partecipare bandi europei. Con la prospettiva di trasformare l’ente in house, da partecipato al 100 per cento che era, per consentire alla Regione di dare commesse dirette, senza partecipare ai bandi.

Non se ne è fatto però nulla.

Il risultato temuto è che intraprendendo però nell’immediato questo vicolo cieco, è che si prolungherà l’agonia infinita dell’ente.

Uno scenario ancora drammaticamente incerto, insomma, ala vigilia di un incontro che si terrà in regioni tra rappresentanze sindacali e il vicepresidente di Giunta Giovanni Lolli e il direttore generale della Regione Cristina Gerardis dall’altra.

“Temo che la proposta che verrà ribadita – anticipa ad Abruzzoweb Cacciagrano – sarà proprio la vendita della sede all’Università. Ma nel precedente incontro avevamo già spiegato che serve una legge regionale, poi vanno espletate le procedura di vendita. E ancora andranno fatte le transazioni con l’erario e altri creditori. Passerà troppo tempo, forse un anno”.

E con il tempo che passa il debito diventerà sempre più alto, tenuto conto della trentina di stipendi da mettere in conto, le bollette e imposte che si accumulano. Sempre se si riuscirà a vendere la struttura.

“La Regione – osserva Cacciagrano – è sicura di vendere l’edificio all’Università di Chieti, che possiede già l’altra metà del palazzo. Ma questo non è affatto scontato, la parte già in possesso dell’Università è in buona parte inutilizzata, e consideriamo anche che le iscrizioni di studenti sono scese quest’anno del 30 per cento. Temo che la cessione all’Università sia più una speranza, che una ragionevole certezza. Ancora più improbabile sarà piazzare la sede sul mercato privato, in tempi stretti, visto la situazione a dir poco stagnante del mercato immobiliare”.

Come stagnante resterà la situazione al Ciapi.

Ad oggi i dipendenti senza essere retribuiti continuano eroicamente a fare corsi di formazione nelle aziende agli addetti assunti con contratti di apprendistato professionalizzante.

Ma i soldi per questo servizio provenienti dal Ministero restano in Regione, e vanno a pagare tasse e debiti arretrati visto che il Ciapi, proprio a causa degli stipendi inevasi, non potendo esibire il Durc, il documento di regolarità contributiva, e dunque non può riscuotere il corrispettivo della prestazione svolta.

E senza Durc neanche a pensarci ad accedere ai fondi europei, compresi quelli consistenti di Garanzia Giovani, rivolto ai giovani dai 14 ai 29 anni che non studiano e non lavorano.

E senza incassi, senza la possibilità di partecipare a bandi il debito aumenta.

La soluzione più volte prospettata dai sindacati e dai lavoratori allo stremo è dunque quella del salvataggio diretto, esattamente come è stato fatto con la Saga, con Abruzzo Engineering, con la società Majella Morrone.

“Evidentemente non c’è la volontà politica di fare altrettanto con il Ciapi – spiega Cacciagrano – non si comprende che la formazione professionale sarebbe davvero strategica per creare occupazione”.

Una scelta che Cacciagrano giudica infatti “miope”.

In Abruzzo infatti i corsi di obbligo formativo, dopo la terza media, rivolta ai ragazzi che non avevano intenzione di proseguire gli studi, ma di imparare subito un mestiere, era arrivata fino a pochi anni fa a 1.2000 allievi. Corsi gratis pagati dallo Stato attraverso la Regione.

Oggi non vengono più finanziati, questa opportunità è scomparsa eppure ricorda Cacciagrano, “dai nostri corsi che duravano 5 anni sono usciti ogni anno centiania e centiania di professionalità residenti in Abruzzo che hanno subito lavoro, poi assunte alla Sevel, alla Fater, all’Enel, e molte altre fabbriche elettrico e metalmeccanico. Ora le aziende queste professionalità se le formano in casa, a spese proprie e i beneficiari sono in buona parte stranieri”.

E in Abruzzo, come in Sicilia, si è costretti ad emigrare.