CHIETI – È arrivato a conclusione, in Etiopia, il microprogetto della Caritas diocesana di Chieti Vasto e della Comunità volontari per il mondo (Cvm) per realizzare nuovi impianti di acqua potabile.
 
Nel mese di novembre la Caritas teatina, nello specifico dell’area Mondialità diretta da don Enrico D’Antonio, ha proposto alla Caritas internazionale un’iniziativa chiamata “Etiopia – progetto idrico e sanitario per le comunità rurali di Bonga”, elaborata e attuata in Africa grazie alla collaborazione del Cvm, onlus d’ispirazione cristiana da oltre trent’anni impegnata in quella zona così martoriata del corno d’Africa.

Il progetto si è sviluppato congiuntamente con la chiesa locale della diocesi di Jimma-Bonga, dando una piccola ma significativa e durevole risposta ai bisogni delle popolazioni del Sud del Paese.

Costata circa 8.000 euro, di cui 5.000 concessi dalla Caritas internazionale e il resto da partner locali, l’iniziativa è andata a incidere in una zona particolarmente problematica a causa della siccità, dove, adesso, oltre 1.200 persone hanno accesso all’acqua potabile, grazie alla messa in sicurezza di cinque sorgenti con la realizzazione di impianti e strutture ad hoc. 

Il problema principale che il progetto intendeva affrontare era la diffusione di malattie derivanti dall’utilizzo di acqua non potabile, ma anche l’assenza di infrastrutture adeguate a preservare le condizioni igieniche dell’acqua fino al momento del prelievo, particolarmente nelle zone rurali.

Si intendeva anche contrastare la recente emergenza siccità aumentando la disponibilità di acqua pulita per uso domestico, in particolare per cinque siti della Woreda di Gawata nel sud del paese.

L’iniziativa mirava, infine, a promuovere interventi finalizzati a rafforzare la sostenibilità futura del progetto. Le cinque comunità, infatti, a seguito delle attività specifiche, hanno acquisito così le competenze adeguate per assicurare la sostenibilità degli impianti costruiti nel tempo.

Gli interventi sono stati condivisi attraverso una capillare e continua attività di animazione che ha condotto le comunità non solo ad accettarne lo spirito, ma anche a prenderne parte, con la formazione di cinque “comitati” sulla corretta gestione dell’impianto.

I training group e la formazione, inoltre, hanno mirato a rompere i legami di dipendenza che troppo spesso determinano la non autosufficienza delle comunità locali e un conseguente abbandono degli interventi.

Si è anche tentato di potenziare il ruolo della donna, attraverso la formazione di ben dieci donne per sito, con importanti sviluppi nello sviluppo comunitario; la loro posizione, infatti, è cruciale nel processo di approvvigionamento idrico, di diffusione dei comportamenti igienico sanitari e di educazione collettiva.