L’AQUILA – Tra i diffusi rincari dovuti alla crisi energetica e alle conseguenze della guerra in Ucraina, un’altra voce rischia di pesare sul bilancio familiare degli italiani il prossimo autunno: il prezzo del pellet, infatti, ha registrato nelle ultime settimane un aumento che è raddoppiato rispetto allo stesso periodo di un anno fa, arrivando anche oltre i 10 euro per un pacco standard da 15 kg.

Da Nord a Sud tantissimi cittadini stanno facendo i conti con una nuova stangata che, nonostante la scelta ‘ecosostenibile’, pagano lo scotto di quella che sembra un’ingiustificata e folle impennata dei prezzi per il pellet da combustione.

Se prima, infatti, il costo di un sacco da 15 chili oscillava intorno ai 5/6 euro per la miglior qualità (ad esempio in abete bianco) e lo scorso anno si sono registrati solo lievi aumenti, da qualche mese il prezzo è più che raddoppiato.

L’Abruzzo non fa eccezione e il prezzo oscilla tra gli 8 e i 10 euro di media per le varietà standard, quelle più comuni.

“Quando abbiamo capito che la situazione sarebbe stata triste abbiamo fatto una prima scorta che al ritmo di circa un sacco al giorno ci consentirà di arrivare a febbraio/marzo, in base a quelle che saranno le esigenze dettate dal ‘freddo’. Abbiamo pagato 8.80 euro al sacco a luglio, ma in due mesi i costi sono già aumentati nettamente, ho visto prezzi esposti che arrivano anche a 11 euro”, spiega un lettore di AbruzzoWeb.

“Prima, prendere un sacco intorno ai 5 euro era un lusso che ci si concedeva in caso di impellenze, oggi sarebbe un miracolo. Tra l’altro, va considerato che raramente una stufa a pellet riesce a scaldare completamente grandi ambienti, figuriamoci una casa intera, contando anche il consumo di energia. Visti i costi alle stelle a qualcosa dovremo rinunciare per forza. Sono prezzi davvero insostenibili”.

Insomma, non sarà il pellet a quanto pare la soluzione che molte famiglie pensavano di adottare per mettersi al riparo dall’aumento del prezzo del gas.

L’aumento del prezzo di questo combustibile sempre più usato dalle famiglie italiane è legato alle sanzioni dei Paesi occidentali contro la Russia dopo l’invasione in Ucraina, seppur indirettamente.

L’Italia infatti importa la maggior parte del pellet da  Austria, Francia e Germania. L’effetto insomma è indiretto e legato al blocco del legname proveniente dalla Russia che ha determinato per i paesi europei già citati, una diminuzione del legno da lavorare. E, di  conseguenza, degli scarti del legno che poi vengono lavorati per il pellet. La legge della domanda e dell’offerta ha fatto il resto: la crescita della domanda  – anche di biomasse nel settore industriale – dopo l’aumento del prezzo del gas ha determinato la situazione attuale.

Una condizione che rischia a catena, di determinare altri effetti negativi.

“La furia sostitutiva del gas sta mandando all’aria tutta la filiera del mobile italiano”, ha  affernato Paolo Fantoni, vice presidente di FederlegnoArredo associazione che rappresenta i produttori di mobili, arredamento e accessori.

“Con il prezzo dell’energia alle stelle, il mercato compra tronchi interi per trasformarli in pellet – prosegue Fantoni -, un fenomeno deleterio che mette in difficoltà interi distretti industriali”.

Nell’immediato è difficile per l’Italia fare fronte a un aumento della produzione nazionale di pellet  mentre nel medio e lungo periodo una soluzione potrebbe essere quella prospettata nel “Libro Verde dell’Energia dal Legno” di AIEL (Associazione Italina Energie Agroforestali) che propone di sostenere la nascita e il consolidamento di nuove imprese forestali e di piattaforme logistico-commerciali a scala regionale. Oltre a favorire investimenti da parte delle industrie di prima lavorazione del legno finalizzati alla realizzazione di impianti di produzione di pellet.

In generale, i rincari stratosferici dell’energia hanno pesanti ripercussioni anche sulla filiera legno-arredo, che stanno facendo calare l’attività di lavorazione primaria del legno che, soprattutto, la successiva trasformazione, sia per l’industria del mobile che per l’utilizzo energetico.

“Siamo fortemente preoccupati per il futuro dell’intera filiera legno-arredo. Alcune aziende trasformatrici hanno già comunicato ai proprietari forestali e alle imprese boschive il blocco di alcune linee di produzione. Se l’industria del settore si ferma, ci sarà anche una contrazione del ritiro del legname, con conseguente crollo della produzione”, afferma il presidente della Federazione nazionale Risorse Boschive e Coltivazioni Legnose di Confagricoltura, Enrico Allasia.

Oltre all’aumento senza precedenti dei costi di produzione, la parte industriale della filiera legno-arredo sta facendo i conti con l’impennata degli oneri legati alla logistica e con la tendenza dei Paesi esportatori a utilizzarele produzioni nazionali per rispondere alla domanda interna.

La materia prima italiana oggi lavorata dalle industrie di trasformazione non supera il 30% del totale.

“L’Italia è il primo Paese per importazione di legname da industria – prosegue Allasia – e questo è dovuto alla scarsa pianificazione che ha caratterizzato negli ultimi decenni la gestione della risorsa forestale nazionale, nonostante la ricchezza di aree boschive che ci contraddistingue”.

Oggi il tasso di utilizzo dell’incremento annuo dei boschi è fermo al 33%, notevolmente inferiore alla media europea.

“Gli strumenti non mancano – prosegue Allasia –. Oltre alle risorse previste dal Pnrr, non dimentichiamo che oggi abbiamo a disposizione una nuova Strategia Forestale Nazionale, con una dotazione annuale di 30 milioni di euro per il periodo 2022/23 e di 40 milioni per il 2024/32. Fondi destinati, tra l’altro, all’incremento delle superfici boschive sottoposte a pianificazione e allo sviluppo della bioeconomia forestale per rendere il nostro comparto sempre più sostenibile anche sul fronte ambientale”.

Infine, per Allasia “il settore forestale potrebbe fare la propria parte anche contro i rincari del costo del gas. Con una corretta gestione delle risorse boschive, la produzione di pellet, legna da ardere e cippato italiani potrebbero contribuire alla riduzione dei consumi di metano ad uso domestico”.