L’AQUILA – Celle sovraffollate, mancanza di personale, penuria di mezzi blindati.

Una realistica rappresentazione della condizione in cui versano le carceri abruzzesi è l’episodio accaduto il 27 giugno al Tribunale dell’Aquila, in occasione degli interrogatori degli imprenditori Michele Bianchini e dei fratelli Alfonso, Cipriano e Domenico Di Tella, finiti in cella nell’ambito dell’inchiesta “Dirty Job” su presunte infiltrazioni camorristiche nella ricostruzione post-sisma e reclusi nella casa circondariale ‘Le Costarelle’ del capoluogo abruzzese.

Per essere riportato in carcere, uno dei fratelli Di Tella ha infatti dovuto attendere quasi un’ora piantonato in una stanza del Tribunale, perché non c’erano a disposizione mezzi blindati nel numero necessario.

Con gli agenti costretti a fare la spola con quello che avevano a disposizione. Episodio solo in apparenza marginale, perché è sintomo delle gradi difficoltà in cui versano le carceri abruzzesi, come del resto parecchie strutture in tutta Italia.

Lo conferma ad AbruzzoWeb Corrado Clementoni, segretario generale Fns-Cisl Abruzzo e Molise.

“La situazione delle carceri in Abruzzo rispecchia il quadro nazionale e può essere definito ancora molto problematico, anche se si è registrato qualche miglioramento, ma solo perché l’Europa ha minacciato il nostro Paese di una maxi multa – spiega – Il problema del sovraffollamento resta critico e anche quello della carenza di mezzi e di organico, in Abruzzo infatti in servizio il 25 per cento in meno dei poliziotti penitenziari”.

Le carceri abruzzesi, del resto, sono quelle dei numeri drammatici da sovraffollamento. In base ai dati più aggiornati, a fronte di una capienza complessiva di 1.533 detenuti, ve ne sono oggi 1.935 con una eccedenza di 402 detenuti.

Nel 2013, negli istituti di pena abruzzesi sono avvenuti 118 casi di grave autolesionismo, 31 tentativi di suicidio e un suicidio.

“L’episodio accaduto all’Aquila non mi sorprende, con la spending review sono stati effettuati consistenti tagli lineari del budget e non ci sono soldi per fare la manutenzione del parco macchine, le camionette blindate sono contate di numero, e gli addetti ai nuclei di traduzione sono in crescente difficoltà – aggiunge Clementoni – Si pensi che alcune volte al pieno di carburante, devono provvedere con soldi propri i poliziotti penitenziari”.

A denunciare la mancanza di mezzi blindati, questa volta nel carcere di Sulmona (L’Aquila), era stato a maggio il segretario provinciale della Uil Penitenziari, Mauro Nardella.

“Abbiamo a disposizione un solo mezzo e per di più non blindato – aveva tuonato il sindacalista – fino a qualche anno fa erano decine i mezzi messi a disposizione del carcere sulmonese. Oggi per far fronte alle moltissime traduzioni ci si deve confrontare con non più di due mezzi e per di più non idonei al trasporto dei detenuti reclusi a Sulmona. Resta la speranza oramai mal nutrita di poter contare sull’acquisto di nuovi mezzi, che sostituiscano quelli obsoleti e che spesso hanno più di 600 mila chilometri percorsi”.

Il rischio è insomma che, in caso di avaria, i detenuti non partecipino alle udienze o non possano essere curati in ospedale.

A causa della spending review, rivela Clementoni, vengono messi a rischio anche i sistemi di sicurezza.

“Se si guasta un metal detector non ci sono soldi per ripararlo o sostituirlo, e accade che le perquisizioni sui detenuti vengono effettuate a mano, ma senza la necessaria velocità e affidabilità”, conclude.