L’AQUILA – Il 23 maggio di vent’anni fa il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro perdevano la vita in un attentato mafioso sull’autostrada A29 nei pressi dello svincolo per Capaci, a pochi chilometri da Palermo, nel territorio del comune di Isola delle Femmine.

 
I responsabili materiali dell’attentato furono almeno cinque. Ad azionare il telecomando, il boss mafioso Giovanni Brusca al momento del passaggio dell’auto blindata del magistrato siciliano, che tornava da Roma.
 
In quel momento l’Italia, o quella che più genericamente può essere identificata come la parte sana dell’Italia, rappresentata al meglio da Falcone e dal collega Paolo Borsellino, ucciso a due mesi di distanza, perse la guerra contro la mafia. La mafia in quel momento stravinse, perché fu in grado di piazzare 500 chili di tritolo sotto un’autostrada per far saltare in aria i nemici e mandare un messaggio di morte a chi avesse voluto imitarli, i nemici.
 
Se l’analizziamo con gli occhi di adesso, dalla strage di Capaci emerge un dato chiarissimo tra le nubi di quell’autostrada sventrata visibili ancora oggi: il mondo nel 1992 era cambiato radicalmente rispetto al passato.
 
Con Tangentopoli era crollato un sistema di partiti che per decenni aveva fatto da cuscinetto in Occidente nello scacchiere della Guerra fredda, il modo di fare business anni ’80 si era cristallizzato, la finanza aveva surclassato la vecchia economia legata al mondo del lavoro, i sindacati erano stati abbattuti ovunque e gli affari sporchi volavano ormai senza più freni anche verso l’Europa dell’Est da poco liberata dall’ombra proiettata sulle folle dal muro di Berlino.
 
Un mondo nuovo, insomma, era ormai pronto per essere preso d’assalto dal cancro del business più sfrenato. E di quel mondo faceva parte, ovviamente, anche la mafia, in Italia e nella nuova Europa disegnata con la penna di Maastricht dopo anni di gestazione.
 
In quel contesto, Falcone e Borsellino si dimostrarono avversari durissimi in grado di spedire in galera una valanga di mafiosi e di allargare il discorso a macchia d’olio fino a toccare politici, imprenditori e anime nere come mai era accaduto prima. Arrivati, però, a un metro dalla zona inviolabile del Potere, gli fu proibito di proseguire. Da chi? Da tante persone anche all’interno della procura di Palermo, quella che avrebbe dovuto proteggerli fino alla fine, dalla cultura del silenzio, dell’omertà e della correità nel malaffare frutto di un secolo di errori istituzionali in Sicilia e nel Sud d’Italia, e, non dimentichiamolo, da uno Stato colpevole, presente ai funerali del magistrato perché assente nel momento decisivo, ossia quando Falcone doveva essere difeso, e accostato a volti criminali in troppe occasioni, vedi trattativa Stato-mafia.
 
Da quel 23 maggio del 1992 di parole sulle stragi mafiose ne sono state dette a milioni. Eppure, di parole giuste, definitive, ne mancano parecchie, ma siamo sicuri che ne basterebbero poche per far emergere la verità. In fondo, il quadro è chiaro e i nomi degli autori, almeno quelli materiali, si conoscono. A mancare, però, è sempre l’ultimo elemento, il dato inconfutabile che unisce ogni punto e disegna la figura così com’è ma che nessuno vede o, a seconda dei casi, vuole vedere. Manca il vero mandante. Se volete, al plurale.
 
C’è chi da tempo e con ostinazione cerca la verità in ogni angolo oscuro di questa storia, che rappresenta un pezzo consistente d’Italia e dell’Italia nello scacchiere mondiale. E più scava e più l’aria si fa irrespirabile. I servizi segreti, una strategia internazionale oltre la folkloristica coppola mafiosa, possono dimostrare la non regionalità dell’attentato. Dove cercare, allora?
 
Una cosa è certa. Le molte parole legate alle commemorazioni di questo attentato, come dell’attentato a Borsellino, come dell’attentato di Brindisi in cui è rimasta uccisa la studentessa Melissa Bassi nella scuola che porta il nome di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, non porteranno notizie utili ai familiari delle vittime e agli italiani. Forse non è il momento di sapere, forse non sarà mai il momento.
 
Mentre scriviamo, l’Italia sta conoscendo l’ennesimo cambiamento nel ventre e sulla pelle. Come in quel lontanissimo 1992. Oggi come allora, una bomba non si nega a nessuno.