MONTESILVANO – “Il decreto Sicurezza è assurdo, la cannabis light non è una droga, non lo è nemmeno per la normativa europea, ed ora migliaia di lavoratori, quasi tutti giovani, che hanno investito su questo prodotto, dalla coltivazione alla commercializzazione rischiano di ritrovarsi, da un giorno all’altro, sul lastrico. Vittime di una decisione ideologica, senza alcuna base scientifica: è come voler proibire la birra analcolica, per combattere l’alcolismo…”.

Sono giorni di apprensione, incertezza e rabbia, per Yuri Di Sabatino, 35enne , che assieme al suo socio e coetaneo Stefano Nepa, dal 2015 gestisce il Green store di Montesilvano, che commercializza, come prodotto di punta, la cannabis light.

Come centinaia di lavoratori in Abruzzo, quasi tutti giovani, impegnati nell’agricoltura e nel commercio , sono vittime, a rischio disoccupazione e indebitamento, del Decreto sicurezza approvato il 4 aprile scorso, fortemente voluto dal vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, da Alfredo Mantovano sottosegretario del Consiglio dei ministri e anche dal ministro Matteo Piantedosi, entrambi di Fdi.

Decreto che in uno dei suoi articoli ha vietato di importare, cedere, lavorare, distribuire, commerciare, trasportare, inviare, spedire e consegnare le infiorescenze della canapa coltivata, la cosiddetta cannabis light, “anche in forma semilavorata, essiccata o triturata”, considerata una droga, anche se la legge italiana dice che non lo è, visto che il principio attivo thc è ben inferiore alla soglia dello 0,5%.

Ad essere colpito in Italia, a differenza del resto d’Europa, è dunque un settore che in Italia fattura oggi quasi 2 miliardi di euro e dà lavoro dalle 22.000 alle 30.000 persone, a seconda delle stime sull’intera filiera e sull’indotto, con più di 3 mila aziende attive, esploso grazie alla legge 242 del 2016 del governo di Matteo Renzi, con lo scopo di promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa.

Una decisione che si ritiene contrasti anche con una sentenza della Corte di Giustizia europea, che a ottobre aveva stabilito che che gli Stati membri non possono imporre restrizioni alla coltivazione della canapa industriale in mancanza di prove scientifiche che evidenziano rischi per la salute pubblica. È infatti già ​è mobilitazione per presentare ricorsi al Tar e alla Corte di giustizia europea, ma ad oggi di fatto migliaia di agricoltori e commercianti rischiano il sequestro della merce ed una denuncia penale.

Tra questi Yuri Di Sabatino, che è anche membro dell’associazione di categoria Canapa Sativa Italia.

“Siamo nati nel 2015, come grow shop di prodotti per la coltivazione, articoli per fumatori e oggettistica, semi da collezione e quant’altro – spiega l’imprenditore -. Poi, quando c’è stata la legge 242, che ha reso commerciabile la cannabis light, abbiamo puntato su questo prodotto, diventato ben presto il nostro core business. Abbiamo ottenuto anche finanziamenti regionali per ampliare il negozio. E’ diventato il mio lavoro e fonte di reddito. Ultimamente siamo in trattativa per un distributore automatico, ma come tutto il resto è in stand by”.

Green store si rifornisce di infiorescenze anche in Abruzzo, da coltivazioni di canapa industriale di Francavilla e Vasto, oltre che da Roma, dalla Sicilia, dal Nord Italia.

“Noi rimarremo aperti, perché comunque abbiamo altre tipologie di merce, anche se sarà dura, il decreto ci toglie da un giorno all’altro il grosso dell’introito. Tanti nostri colleghi rischiano invece di chiudere i battenti, sono davvero nei guai, visto che si sono specializzati nella cannabis light. Ci sono poi giovani agricoltori, che hanno già seminato, in vista del raccolto che si fa in autunno, e non sanno che fare. Alla faccia della retorica del favorire il ritorno alla terra dei giovani…”

Una “follia”, si accalora Di Sabatino: “la cannabis light scientificamente non è una droga, è un dato oggettivo. Io non capisco tutta questa guerra che il governo ha deciso di muoverci, per pura propaganda, per mero furore ideologico. Per essere precisi andrebbe chiamata canapa industriale, la cui inflorescenza ha un quantitativo minimo, dall0 0,2% allo 0,4% di thc, la sostanza psicotropa, del tutto ininfluente, e infatti si può parlare di droga solo sopra lo 0,5%, mentre per capirci, la marjuana ha un thc del 20%. La cannabis light contiene poi il cbd, un cannabinoide che non ha alcun effetto psicoattivo, ma solo analgesico e rilassante, come la camomilla, del tutto innocuo. Fa molto, ma molto più male alla salute la Red bull e la Coca cola, e altre bibite eccitanti, di cui fanno liberamente abuso i  minorenni. E non sto qui a  dilungarmi su alcol e tabacco, droghe legali, che fanno ogni anno migliaia di morti”.

Denunciano poi le associazioni di categoria: molti degli addetti della filiera già si stanno organizzando per andare all’estero, in Spagna, Francia, Germania, e inoltre sottolineano che in altri Paesi europei già si sfregano le mani, perché esploderà l’e-commerce verso l’Italia, e si dubita che tutti i pacchi potranno essere controllati e intercettati, e comunque sarebbe un aggravio di lavoro per le forze dell’ordine che già faticano a reprime i traffici e lo spaccio di droghe.

C’è poi un altro paradosso, relativo alle coltivazioni: nella norma approvata, rispetto ad una prima versione, il divieto non si applica alla produzione agricola di semi che sono destinati a quegli usi consentiti dalla legge, entro certi limiti di contaminazione che saranno stabiliti dal ministro della Salute con un decreto apposito. Ma come dice la celebre canzone di Sergio Endrigo, “per fare il seme ci vuole il fiore”.

“Ho parlato con tanti agricoltori della mia filiera – conclude Di Sabatino -, e vivono nella grande incertezza, perché in realtà la norma non è chiara. Di fatto coltivare la canapa fino all’inflorescenza è oggi vietato, e rischiano il sequestro e la denuncia penale, ma come fanno senza fiori a produrre i semi? Basterà fare una dichiarazione formale alle autorità competenti? Ma comunque anche l’aver fatta salva la possibilità di coltivare canapa per produrre farine alimentari, con i semi, o fibre, per uso edilizio e per tessuti, non risolve certo il problema. Il mercato è esploso, si è potuto fare impresa e profitti e creare tanti posti di lavoro solo da quando, dal 2016, è stato possibile commercializzare le infiorescenze di cannabis light. Questa legge grottesca taglierà le gambe ad un settore che esporta il 60% del prodotto all’estero. Anche perché l’Italia ha un clima eccezionale, unico, per questa coltura, e per la qualità finale. Alla faccia dei ‘patrioti’ al governo, che dicono di voler difendere gli interessi della nazione…”.