NAVELLI – C’è un agricoltura di vetrina, dipinta come un idillio in convegni e in trasmissioni domenicali, dove assessori e inviati speciali metropolitani nei contadi e nei ridenti villaggi dell’Italia rurale decantano e degustano prodotti tipici, circondati da folle plaudenti e figuranti in costume agrario.
C’è poi una realtà molto più dura, che ha però il pregio della verità. Quella raccontata ad Abruzzoweb ad esempio da Tommaso Cantalini, agricoltore e allevatore di Navelli, borgo aquilano che dà il nome all’altopiano famoso per lo zafferano.
Il mestiere Tommaso l’ha ereditato dal bisnonno. Il padre a costo di grandi sacrifici ha acquistato terreni e stalle nella vicina Capestrano, allargando l’attività.
“Il punto – spiega però Tommaso – è che prima i sacrifici venivano ripagati, ora le cose sono cambiate, noi agricoltori lavoriamo come matti, sette giorni su sette, ma rischiamo comunque di essere ridotti alla fame, e nessuno fa qualcosa di concreto per aiutarci”.
Tommaso alleva 350 ovini, 190 bovini e una cinquantina di suini.
Per foraggiarli, in modo naturale e sano, coltiva un centinaio di ettari a rotazione con lupinella, erba medica e orzo. Nell’azienda lavorano anche la moglie Tiziana Semproni, e due operai macedoni. “Mi sarebbe piaciuto assumere gente del posto, ma oggi – spiega Tommaso – qui nessuno vuole fare più questo lavoro. Eppure i miei operai hanno regolare contratto, li pago 800 euro al mese, più vitto e alloggio però, e godono anche di lunghe pause durante l’anno”.
Ma la vita per Tommaso è sempre più difficile.
“Il problema è che quello che produciamo ha sempre meno valore, per colpa della concorrenza dei prodotti esteri a prezzi stracciati, e del monopolio della grande distruzione e dei grossisti. Nel 1990 un litro di latte ce lo pagavano 900 lire, ora costa 0,38 centesimi, ovvero 800 lire circa”.
Il latte cioè a Tommaso come agli altri allevatori viene pagato meno di quello che veniva pagato a suo padre trent’anni fa. Una vergogna che passa sotto silenzio, visto che nel frattempo il prezzo del gasolio, dei mangimi, delle attrezzature e delle loro manutenzioni si è più che triplicato. Come pure il costo della vita.
“Siamo costretti a svendere anche la carne, e la mia è di altissima qualità, quella ovina ha il marchio Ipg. Del resto ad aver distrutto il mercato è l’invasione della carne straniera, che ha prezzi stracciati, e non dà nessuna garanzia di qualità”.
Come se non bastasse nell’altopiano di Navelli e nella conca di Capestrano è esplosa negli ultimi anni l’emergenza dei danni provocati alle coltivazioni delle scorribande della fauna selvatica, cinghiali in particolare.
È accaduto infatti che il vicino Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga ha distribuito ad agricoltori e allevatori dentro il territorio protetto reti e pali per realizzare efficaci recinzioni. E dunque i cinghiali si sono riversati fuori i confini del Parco, dove ci sono anche i terreni di Tommaso.
“Alcuni terreni li ho recintati salvando i raccolti, ma farlo per tutti è impossibile, essendo frazionati e lontani l’uno dall’altro. Mica possiamo recintare tutte le nostre valli! Ed ogni anno subisco dunque danni significativi, che nessuno mi rimborsa, anche perché gli abbattimenti selettivi non sono efficaci, non riducono il numero degli ungulati in modo significativo”.
Tommaso non ha dubbi: per salvare l’agricoltura delle aree interne serve prima di tutto una politica degna di questo nome che metta in cima all’agenda “la necessità di imporre il giusto prezzo a quello che con tanto sacrificio produciamo. Il resto è inutile, anche i fondi del Piano di sviluppo rurale e di altre misure di sostegno, anche perché gli incentivi rischiano di creare un’agricoltura assistita, un’economia drogata, dove sono quelli più furbi ad approfittarsene, e che spesso fanno gli agricoltori solo per finta”.
Ci sarebbe anche un’altra soluzione più immediata, vendere direttamente al consumatore carne e latte, sottraendosi dal giogo degli intermediari che speculano sui prezzi.
“Ho un piccolo punto vendita per la carne – spiega Tommaso – ed in effetti la filiera corta potrebbe rappresentare la nostra salvezza, ma non è una cosa facile, ad esempio andrebbe realizzato un caseificio per trasformare il latte in formaggio, ma per poterlo fare senza rimetterci l’osso del collo, noi piccoli produttori dovremmo unire le forze e condividere l’investimento”.
“Ecco, c’è una cosa che dovremmo fare, e che dipende solo da noi, cambiando mentalità: unirci, imparare a cooperare, sostenerci a vicenda”.






