L’AQUILA – “Il blues nella sua essenza è un urlo di libertà che nasce dalla sofferenza. Oggi è un modo di essere che può consentire di trasformare in bellezza il dolore e la morte, in riscatto la costrizione e la miseria, che questa pandemia ci sta lasciando in eredità”.
Parola di Gianfranco Caruso, 53 anni, abruzzese per scelta, da tutti conosciuto nel panorama jazz e blues come Frankie J. Finger.
Abita con la compagna Assunta sulle colline che guardano alla poderosa catena del Gran Sasso a Cermignano, in provincia di Teramo.
Anche Frankie vive sospeso in questi mesi di pandemia e isolamento domestico, “sospeso come nel jazz è un accordo di dominante funzionale alterato”, suggerisce lo stesso.
La sua testimonianza è oggi emblematica, e un po’ blues, della situazione drammatica in cui si trovano a vivere tanti artisti abruzzesi e italiani, piegati dalle misure di distanziamento fisico e sociale adottate per contrastare la pandemia del coronavirus.
A causa delle quali è da quasi un anno che sono stati annullati, tranne una parziale parentesi in estate, concerti, eventi musicali e culturali dal vivo, sono stati chiusi teatri e cinema.
Basti citare i dati più aggiornati dell’Osservatorio dello spettacolo della Siae, che hanno messo a confronto eventi, spettatori e incassi dei primi sei mesi del 2019 con quelli del 2020, e che parlano anche per l’Abruzzo di un autentico tracollo, che ha avuto conseguenze pesantissime per migliaia di lavoratori, caduti in non pochi casi nell’indigenza. Complessivamente nel primo semestre 2020, rispetto ai primi sei mesi del 2019 si sono svolti 35.610 eventi in meno, con una riduzione del 59,8%. Per quanto riguarda i soli concerti: 343 eventi nel 2019, appena 133 nel 2020, spettatori scesi da 86.000 circa a 29.300, incassi da 1,2 milioni a a 172mila euro.
Nato a Genova, arrivato a Cermignano a 17 anni, spostandosi in tutta Italia al seguito del padre Antonino Caruso, dirigente d’azienda settore dolciario, Frankie J Finger spiega che in Abruzzo “ho trovato il clima senza afa della città, fatto di freddo secco e caldo avvolgente, i boschi, le montagne e il mare, il mangiare bene”.
Un talento della chitarra finger style, che con una particolare tecnica della mano destra riesce a tramutare un solo strumento in un’orchestra, spaziando tra jazz, blues e world music. E’ stato promoter della mitica chitarra Larrivée Guitars, tre album in attivo, di buon successo, ha suonato insieme a tanti grandi del blues mondiale. A pochi metri da casa sua ha poi creato Pangea, un circolo privato che rappresenta, o meglio ha rappresentato, un punto di ritrovo di musicisti e di appassionati di tutt’Italia, teatro di interminabili jam session.
“Dal punto di vista economico la situazione è drammatica – spiega ad Abruzzoweb – , e penso di non fare chissà quale clamorosa rivelazione. Da un anno non posso fare concerti, che per me erano una voce importante per vivere, o meglio, essendo musicista di un genere di nicchia in Italia negli anni Duemila, per sopravvivere dignitosamente. Inoltre ho un’attività di insegnante di musica, anche lì tutto azzerato”.
C’ è però un aspetto poco considerato nel marasma pandemico: la desertificazione creativa ed energetica che questa situazione ha determinato, forse più grave dell’aspetto economico.
“Ora Pangea la uso come legnaia – confida Frankie – e forse la cosa che mi manca di più sono le jam session e le contaminazioni musicali di cui era teatro. L’ho immaginato come un juke joint, le baracche dove gli afroamericani andavano a incontrarsi per scaricare con la musica e il canto le fatiche del lavoro, e dove il blues è nato. Pangea era un luogo libero dove passare il tempo insieme, molto di più di più di una sala prove. Chissà se qualche esperto al governo ha calcolato come la pandemia e le restrizioni, parzialmente stringenti proprio per l’attività culturale, hanno determinato in termini di creatività, soprattutto per chi suona il blues e il jazz, che non può fare a meno dell’improvvisazione e dunque ha bisogno dello scambio di energia e vibrazioni tra chi suona e chi ascolta e balla, in un evento unico e irripetibile che in nessun modo potrà mai davvero essere replicato”.
Non a caso Frankie si è sempre rifiutato di partecipare alle varie iniziative in streaming, con gruppi di musicisti che suonano da casa a centinaia di chilometri di distanza, pensate anche per tenere alto il morale dei cittadini tappati in casa nei periodi più duri del lock down.
“No, non mi è mai interessato. Non basta la visibilità on line di quell’evento, i ‘click’, i ‘mi piace’ e i ‘cuoricini’. Magari se si potessero convertire in pane e salsiccia ci avrei fatto un pensierino. Se non c’è il minimo sindacale per suonare insieme, preferisco comporre e ascoltare buona musica, o semplicemente non fare nulla. Anche perché per chi sta a casa non sono un vero conforto, a mio modesto parere, queste iniziative virtuali e distanziate, c’è sempre uno schermo che ti divide dalla vita reale. È un surrogato di normalità”.
Poi per dirla tutta, Frankie assicura che in fondo che per un musicista la crisi la viveva già ben prima della pandemia.
“Nei miei concerti e anche di tanti colleghi, visto che parliamo di quello che oramai è un genere di nicchia, nei piccoli locali al massimo assistevano 20 o 30 persone. E dunque la butto lì: magari si poteva prevedere in uno dei tanti Dpcm sfornati del governo, una deroga speciale per il solo genere blues che tanto non attira certo le grandi masse assembrate di fans. Scherzo, voglio dire però che anche con le restrizioni più stingenti si poteva prevedere eventi musicali di piccole dimensioni adottando le misure di sicurezza e distanziamento all’aria aperta, in esterno, confidando anche sull’intelligenza e maturità delle persone. Del resto nei supermercati è un assembramento continuo, le strade sono spesso piene di persone che passeggiano e che si sono inventate gli aperitivi itineranti d’asporto. Fuori i locali si assiste a bevute di persone a pochi centimetri di distanza, mentre è vietato sedersi ad un tavolo. Ma la musica, l’arte, il teatro no, tutto cancellato. Siamo stati considerati come una sorta di untori”.
Per campare però Frankie per riempire le giornate lasciate vuote dalle tournée cancellate, proprio al web, segno dei tempi, si è dovuto affidare.
“Un musicista non può stare senza suonare – sottolinea – , è un fatto di salute fisica e mentale, quindi ho incrementato i miei studi didattici sui metodi di esecuzione di chitarra jazz e arrangiamenti in chitarra fingerstyle, di brani miei e cover di pezzi fondamentali. Li promuovo dunque con video su youtube nel canale “frankjejfinger”, oltre una ventina quest’anno, e vendo on line i relativi file pdf e soprattutto i file guitar pro, che permettono non solo di ascoltare il brano e focalizzare l’attenzione sull’esecuzione riprodotta in video, rallentando lo spartito per analizzarlo, ripeterlo in loop per assimilarlo meglio. Un efficacissimo strumento di apprendimento, da fare a distanza a conferma che talvolta la tecnologia non viene per nuocere”.
E così puntando sull'”innovazione e formazione”, per dirla con il gergo di un assessore alle Attività produttive, anche Frankie è riuscito in parte a far di necessità virtù.
“Finora non mi posso lamentare, ho circa 1,5 milioni di visualizzazioni complessive su youtube, che consentono anche una piccola entrata in pubblicità, e anche i file hanno un buon successo. Infine faccio lezioni di musica individuali on line – rivela il musicista -. Insomma un po’ di like e cuoricini, correggo quello che ho detto prima, possono anche convertirsi in pane a salsiccia, e poi riconosco che avere misura dell’apprezzamento del tuo lavoro, anche attraverso uno schermo, fa piacere. Del resto dietro ci sono persone, non avatar. Sto constatando però in prima persona tutti i limiti della didattica a distanza, e trovo folle chi sostiene che dovrà essere in una certa misura conservata anche in futuro, quando l’emergenza coronavirus sarà un brutto ricordo”.
La pandemia una cosa l’ha resa evidente: la musica in Italia non è considerata un bene di prima necessità. E ha messo in luce la fragilità dell’intero comparto.
“Conosco tanti bravissimi colleghi che vivono una condizione economica difficilissima, sono alla fame, molti vivono con il reddito di cittadinanza, molti non hanno avuto accesso agli aiuti governativi, non avendo i requisiti in termini di concerti fatti e di regolarità contrattuale. Del resto diciamoci la verità: se non suoni in nero, spesso tuo malgrado non suoni per niente, e questo avviene anche a chi è stato ingaggiato nelle tournée di celebrati big della musica pop italiana, che eppure riempiono stadi e teatri e intascano cachet stellari. Gli stessi che durante il lockdown della prima ondata pandemica dalle loro ville con piscina incitavano gli italiani a stare a casa, e vivere con filosofia e ottimismo la dura prova”.
Ricorda poi Frankie: “Ho iniziato suonare per strada, che è la più grande scuola di musica e di vita che si possa immaginare, ogni centesimo che ti mettono nel cappello te lo devi meritare e conquistare. Poi ho iniziato a fare concerti, ho avuto più di una band e ricordo che il panorama blues in Abruzzo era importante, c’era Campli nel blues, dove ho suonato più volte, davanti a migliaia di persone, ho aperto il concerto di Big Time Sara, grandiosa contante nata sulle rive del Mississippi. C’era Atri blues, dove ho suonato con Brian Lee, c’era Oh jazz be good di Mosciano Sant’Angelo dove ho diviso il palco con Bob Brozman, un genio della word music, E non possiamo non citare Blues sotto le stelle a L’Aquila, grande festival, nel meraviglioso scenario delle 99 cannelle, il Festival di Alba Adriatica e della Val Vibrata, e potrei aggiungerne altri. Tutti finiti, perché non hanno avuto più sostegni economici, gli sponsor hanno preso altre strade, i gusti sono cambiati, chi governa e dovrebbe gestire al meglio i soldi dei cittadini per sostenere per la cultura, li ha sostanzialmente dimenticati”.
Eppure osserva amareggiato, “sono stati festival che hanno portato in Abruzzo grandissimi musicisti, e decine di migliaia di appassionati. Ci sono per fortuna ancora tanti talenti. Basti citare Elisa Coclite, in arte Casadilego, della vicina Montorio, che ha una voce straordinaria, e ha avuto il merito di farmi guardare per la prima volta nella mia vita Xfactor, esultando alla sua vittoria come in una finalissima dei Mondiali”.
C’è chi ha vinto e c’è chi si è perso per strada. Come Adriano Urso, pianista jazz, 41 anni, romano, morto a dicembre di infarto mentre faceva una consegna a domicilio di cibo. Spinto dal bisogno di soldi a fare il rider, dopo mesi che non poteva lavorare come musicista.
“Mi ha molto intristito la notizia. Mi sono messo nei suoi panni, nella difficoltà che ha vissuto, probabilmente avrei fatto la sua fine. Io vivo di musica da quando avevo 13 anni, ora ne ho 53, non saprei fare altro, e soprattutto non voglio farlo. Alla musica è necessario dedicare la vita, donare tutto se stessi, la tua giornata deve essere consacrata a inseguire le note, esplorare mondi sonori sconosciuti e restituire emozioni”.






