SANTO STEFANO DI SESSANIO – In una fredda sera d’autunno, accanto al camino, in un vecchio ma suggestivo cantinone, nel meraviglioso borgo di Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila) si attende colui che qui tutti conoscono come “lo Scrittore”.
Ariele Pittalà arriva all’appuntamento con una cartella nera sotto il braccio dalla quale mostrerà alcune foto scattate da ragazzo che immortalano momenti di vita di alcuni senza tetto nella Roma degli anni Ottanta: il suo primo approccio all’arte.
Ariele, 46 anni, romano, è veramente uno scrittore e da sette anni ha scelto di vivere in Abruzzo, proprio a Santo Stefano.
Perché qui?
Dopo essermi laureato al Dams di Bologna in Storia dell’arte, non ho capito subito con quale espressione artistica dovesse materializzarsi la mia arte: ho spaziato dalla fotografia alla pittura, passando attraverso la sceneggiatura cinematografica. Poi, un giorno, ho capito e dopo una lunga peregrinazione in giro per l’Italia, Bologna, Roma poi di nuovo Bologna, Ferrara, San Sepolcro in Toscana, sono finalmente arrivato a casa.
In questo posto mi sono sentito subito a casa mia, su tutto è la luce di qui l’elemento che mi ha rapito al mondo e poi quella sensazione di libertà che provo ogni mattina quando mi sveglio.
Quando hai capito che da grande volevi fare lo scrittore?
L’ho capito? Scherzi a parte, la mia è stata una vita molto travagliata, all’età’ di nove anni ho perso mia madre e con lei mio padre, annullato dal suo lutto. È seguìta una fase di ribellione: ho vissuto per strada, senza regole, freddo spettatore della mia vita alla ricerca di qualcosa, senza capirci niente per molto tempo.
Quando avevo all’incirca vent’anni, un’amica di famiglia mi ha regalato un manoscritto, un racconto di mia madre, e dopo averlo letto è scattato qualcosa. Ho preso coscienza di quanto si può perdere se non si studia seriamente e ho capito che scrivere mi avrebbe aiutato nella mia ricerca. Una ricerca alimentata dal bisogno di sconfiggere quel senso di frustrazione che è il mio più costante compagno di vita.
Da quali autori è ispirata la tua arte?
All’inizio è stata dura. Trovare un proprio stile è faticoso, i miei maestri sono stati Kafka con Il castello, Dino Buzzati, Pasolini, Antonioni, tutti quelli che sono riusciti a rendere la quotidianità e la banalità lirismo. E ci metterei anche Dante con l’Inferno.
Di cosa parlano i tuoi libri?
Sono racconti brevi, autobiografici. Parlano della vita, della natura, delle donne, di alcuni personaggi che ho incontrato, delle cose che capitano. In genere sono molto ispirato quando sono innamorato, sono un po’ schiavo delle emozioni forti, che sono benzina per la mia arte e per la mia vita, l’assenza di tali stimoli mi rende un po’ incostante.
Nell’ultimo anno e mezzo però ho prodotto poco. A volte mi capita di scrivere e di non essere soddisfatto. Capisco che un racconto funziona quando io stesso mi sorprendo del finale, scrivere per me, come ho già detto, è una ricerca, alla fine della quale trovo sempre qualcosa.
Oltre all’amore quale altro sentimento ti ispira?
La nostalgia, quella positiva, quella che nasce dalla consapevolezza della perdita.
Cos’è per te l’arte?
In fondo l’arte non è che una forma di socializzazione della realtà personale e io ho deciso di farlo scrivendo.
Come trascorri le tue giornate in questo posto così diverso dalla tua città di origine?
La mattina mi alzo molto presto e pratico un’ora di yoga, amo definire questa disciplina, per me importantissima, una tecnologia del corpo che consente di conoscere se stessi e la verità. Poi vado in montagna: bike, escursioni, arrampicate. La natura non mi delude mai, a differenza degli uomini.
L’amore per la montagna me lo ha trasmesso mia madre: durante le nostre, ahimè troppo poche, estati insieme andavamo in vacanza a Tremosine, sul lago di Garda, lei era originaria di Garniano, le piaceva coinvolgermi nelle passeggiate e nell’osservazione della natura.
Quali sono i tuoi affetti?
Mio padre, mia sorella, che fa la stilista a New York, e mia madre, che sto ancora cercando.






