L’AQUILA – “Bisognerebbe pensare alla macellazione non solo come al sacrificio, ma anche come fonte di reddito per gli allevatori e per tutto il territorio”.

A parlare nel periodo in cui si riaccende il dibattito sull’utilizzo alimentare degli ovini, in concomitanza cioè delle festività pasquali, è Valeria Gallese, giovane imprenditrice abruzzese che dell’allevamento ha fatto il suo mestiere.

Sono forti infatti le proteste degli animalisti, soprattutto durante il periodo pasquale. 

Ex studentessa di Veterinaria all’Università di Teramo, la Gallese si occupa della produzione e della lavorazione di lana da cui nascono filati che, sotto il marchio AquiLANA, sono richiesti da tutta Italia e venduti in una piccola bottega a Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila).

Sciarpe, guanti, maglioni. Tutti capi naturali provenienti dalle pecore del gregge del marito, grazie a cui poter rilanciare l’economia e la cui produzione è volta in un certo senso anche al rilancio del Made in Abruzzo.

Un made in Abruzzo che sta particolarmente a cuore alla giovane imprenditrice soprattutto, afferma, se si considera che “molti abruzzesi si sostentano per tradizione proprio tramite la pastorizia contribuendo, al contempo, anche alla salvaguardia del patrimonio paesaggistico della regione”.

“Tanto per fare un esempio – dice ad AbruzzoWeb – la famiglia di mio marito si occupa della pastorizia da generazioni. Si tratta di un lavoro pesante che è difficile da portare avanti se non è alimentato dalla giusta passione, anche perché è molto faticoso e non è che dia grandi soddisfazioni dal punto di vista economico. E la cosa si fa ancora più significativa se teniamo conto del fatto che la bellezza dei nostri territori dipende anche e soprattutto dalla presenza dei pastori, i veri custodi dei paesaggi e delle vallate che si stanno pian piano spopolando”.

Affermazioni, quelle della Gallese, che sembrano andare in controtendenza rispetto al recente aumento della popolazione vegana e vegetariana.

Secondo i più recenti dati Istat elaborati dalla Lav per queste festività, ogni anno sono infatti ben 400 mila gli agnellini che arrivano sulle tavole degli italiani nel giorno di Pasqua.

Cifre in decrescita se si considera che, nel 2010, gli agnelli e i capretti macellati in un anno in Italia, si aggiravano attorno ai 5 milioni mentre nel 2015 sono diventati poco più di 2 milioni.

Una cifra dimezzata, alla quale ha sicuramente contribuito la diffusione di stili di vita più salutisti e orientati all’ecobio che, a loro volta, hanno sensibilizzato la popolazione sulla sorte di questi animali negli allevamenti intensivi: qui, infatti, vengono strappati alle mamme appena nati, condotti allo svezzamento forzati e, una volta ammassati in camion senza né cibo né acqua, portati nei paesi occidentali per essere macellati.

“È necessario fare una distinzione di base – sottolinea la Gallese – I nostri sono allevamenti estensivi, in cui non solo produciamo lana e carne in maniera limitata, ma tutti gli agnelli crescono per mesi all’aperto, bevendo il latte della mamme, e vengono macellati solo quando raggiungono i 20 o 25 chili, cioè quando sono stati svezzati naturalmente senza forzature di sorta, e sono quindi in grado di mangiare da soli”.

Più che altro, sempre secondo l’allevatrice abruzzese “bisognerebbe trovare un compromesso tra animalisti e allevatori che favorisca la convivenza e lo scambio di opinioni da entrambe le parti”.

“Sono d’accordo – aggiunge – quando si criticano le pratiche agghiaccianti dei grandi allevamenti intensivi che, tra le altre cose, sono anche altamente inquinanti, ma i nostri metodi di allevamento sono completamente diversi e, oltre ad essere per molti una vera e propria passione, rappresentano una fonte di reddito per tante famiglie aquilane e abruzzesi”.

“Stiamo parlando di una verità che sta nel mezzo perché, se da un lato è sbagliato acquistare carne di dubbia provenienza e a prezzi altissimi al supermercato, dall’altro è anche giusto contribuire all’economia regionale, acquistando direttamente dal produttore e, soprattutto, evitando di estremizzare gli ideali animalisti a scopi propagandistici”, prosegue.

Il riferimento della Gallese è a tutte quelle campagne “portate avanti da diverse associazioni animaliste grazie al contributo di personaggi famosi che hanno deciso di farsi fotografare a torso nudo con in braccio alcuni agnellini”.

“Gli stessi allevatori vivono a contatto con gli animali praticamente 24 ore su 24 – conclude – Sanno come trattarli e lavorano agendo nel totale rispetto della natura e dei suoi processi. Anzi è grazie a loro, soprattutto a quelli più giovani che, in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando hanno deciso di rimettersi in gioco e riprendere in mano gli antichi mestieri dei genitori, dalle nostre parti possiamo ancora parlare di economia di montagna. Dobbiamo quindi difendere queste filosofie, senza travalicare le ideologie degli altri o contrapporci ad esse, cercando magari di trovare un equilibrio attraverso un dibattito che sia costruttivo”.