L’AQUILA – “Non è possibile che questa città consenta oggi il mantenimento di posizioni di privilegio a chicchessia, non è possibile che permetta ad alcune categorie di continuare ad arricchirsi e a proliferare in quella che è l’acquisizione di profitti in ambiti di lavoro magari assolutamente leciti quando c’è una situazione che tutto questo non ha”.

Il prefetto Francesco Alecci lascia L’Aquila con un forte messaggio alla comunità e alle istituzioni.

Siciliano di Catania, dal primo novembre in quiescenza per raggiunti limiti di età, è arrivato in Abruzzo nel dicembre del 2012.

“Il rispetto della legge naturalmente deve essere assicurato dalla Valle d’Aosta fino alla Sicilia, ma secondo me – afferma in un’intervista di commiato – il rispetto della legge deve essere ancora di più assicurato in terre dove a causa di fenomeni naturali o di accadimenti magari provocati dall’uomo ma che hanno avuto un respiro di conseguenza forte e pesante la situazione è diventata precaria”.

D’altra parte, aggiunge, “soltanto attraverso una osmosi tra chi è riuscito a ricollocarsi in una posizione di significativa rilevanza nel contesto sociale e chi invece rimane ancora difficoltizzato nel riappropiarsi non solo di ciò che materialmente aveva ma anche di quella serie di riferimenti che poi al cittadino medio garantiscono giornalmente serenità e sicurezza, si può tracciare la strada maestra”.

Dottor Alecci, che periodo è stato quello all’Aquila?

Sono stati gli ultimi anni da prefetto di un periodo complessivo di 16 anni, sono stato nominato prefetto e ho iniziato l’esercizio di queste funzioni il 20 dicembre dell’anno 2000, quando raggiunsi la mia prima sede che fu Siracusa. Lì sono stato cinque anni, poi sono andato a Taranto, poi sono tornato in Sicilia a Messina e poi da lì questa ultima sede, L’Aquila.

Si conclude un periodo di quattro anni importanti per me per la conclusione di un percorso professionale dove evidentemente ho potuto dedicare in quest’ultima sede la sintesi, spero di poter dire positiva, di una serie di esperienze, competenze e di stratificazioni di responsabilità avvenute nel corso della mia intera carriera.

Importanti anche per L’Aquila, per chi si rapportava alla città e alla sua provincia, come avveniva da parte mia nell’esercitare le funzioni di prefetto, naturalmente non si poteva non tenere conto delle peculiarità storiche. Una città uscita, già quattro anni fa, significativamente dalla emergenza del post-sisma ma ancora con grandi difficoltà nell’iniziare un percorso che si fosse liberato di tutti quei condinzionamenti che si sono verificati a seguito di un disastro naturale di così gravi conseguenze e che se fossero stato in grado di produrre una conclusione di quelle esperienze post-emergenziali avrebbero potuto già cominciare a ridefinire una sua cifra identitaria, la riacquisizione di quei punti di certezza e di forza, quegli elementi che poi diventano trainanti per il recupero da parte dell’intera comunità di un percorso di vita ordinario, sereno.

Cosa che invece a mio avviso ancora oggi non si realizza pienamente. Ancora oggi si respira un’aria di precarietà, dove le conseguenze del terremoto sono forti, sono vive, hanno ancora disallineato i comportamenti che i cittadini pongono in essere a volte necessariamente a volte per loro scelte individuali, in una maniera non coerente con quella che dovrebbe essere la situazione generale laddove questa città non avesse avuto il 6 aprile 2009.

È dovuto al fatto che si tratta del primo terremoto di queste dimensioni dei tempi moderni o ci sono responsabilità ben precise?

La dimensione del sisma assolutamente fuori dall’ordinario ha inciso profondamente anche perché pur avendo 7 anni fa una macchina della Protezione civile sia a livello nazionale che a livello regionale, provinciale e comunale certamente già definita, nonostante le istituzioni sapessero cosa dovevano fare e in un certo senso lo hanno posto in essere, quello che è mancato è stato il collante, cioè il collegamento del percorso del singolo cittadino in un contesto di scelte collettive.

C’è stata sempre un’amministrazione comunale in carica, c’è stato sempre un sindaco in carica, ci sono stati sempre la Regione, il Governo nazionale al fianco degli aquilani però naturalmente quello che è il risultato che noi complessivamente vediamo è che ancora oggi la realtà sociale tarda ad individuare quei capisaldi da cui poi derivano anche quelle scelte meno fondamentali ma altrettanto significative.

Se questo è avvenuto naturalmente io credo che i cittadini devono ancora di più, a causa di questo ritardo nella ripresa corretta dello svolgimento sociale complessivo, compiere quello sforzo ulteriore.

Ci sono categorie di questa comunità aquilana che sono ancora di più chiamate in causa, parlo dei giovani, di coloro che hanno responsabilità istituzionali, parlo di quella parte che avendo già soddisfatto i propri personali bisogni conseguenti ad un ripristino di una situazione post-terremoto, adesso devono dare. Devono dare parte delle loro ricchezze, non in senso economico ma di competenze, di salvezza delle loro certezze professionali a favore di questa comunità, laddove altri componenti ancora non hanno recuperato questa autosufficienza.

Soltanto attraverso una osmosi tra chi è riuscito a ricollocarsi in una posizione di significativa rilevanza nel contesto sociale e chi invece rimane ancora difficoltizzato nel riappropiarsi, non solo di ciò che materialmente aveva ma a quella serie di riferimenti che poi al cittadino medio garantiscono giornalmente serenità e sicurezza, si può tracciare la strada maestra.

Di chi è di più la responsabilità? Del prefetto, per esempio, del sindaco, di chi amministra questa realtà, dei direttori delle banche, di chi governa il mondo della scuola, così significativo per consentire ai giovani di conoscere le prospettive, ai genitori di affidare serenamente i loro figli a questa struttura che li deve formare e che deve insegnar loro le regole fondamentali della vita, del magistrato che deve essere inflessibile nel perseguire le patologie, i comportamenti che assumono i profili di rilevanza penale ma che deve essere anche giusto nei provvedimenti che poi vanno ad essere le sentenze di quei processi che sfocino in delle sentenze di condanna se ci sono i presupposti perché esse vengano emesse.

Perché soltanto attraverso questo processo di selezione dei comportamenti validi, ottimali, rispetto ad una moltitudine di azioni che se lasciata abbandonata a sé stessa non permetterà mai il ricrearsi di un equilibrio complessivo.

È indispensabile che chi ha deve dare a tutti, chi sa deve trasmettere il proprio sapere a tutti. Questo avviene con la scienza accademica, noi abbiamo la fortuna di avere in questa città un’università che ha delle tradizioni bellissime e che è stata presente in certi momenti di crescita della comunità complessiva grazie appunto al valore aggiunto che derivava dalla presenza di accademici, di gente che faceva ricerca scientifica. Ci sono state aziende che sono state pilota in determinate attivazioni di questo genere, ma ci sono tuttora, pernso ai Laboratori del Gran Sasso, penso al centro di specializzazione post universitaria (Gssi, ndr) che è stato istituito recentemente e che ancor più recentemente è stato sussunto nell’ambito di quei pochi centri di ricerca italiani. Tutto questo deve essere messo a servizio della comunità, vedo che c’è una certa ritrosia a che ciò avvenga.

Allora occorre che chi governa la città, l’amministrazione comunale con tutte le sue articolazioni, dall’ufficio tecnico alla Polizia municipale agli uffici che seguono la ricollocazione di questa comunità nel territorio, attraverso il governo dei piani di regolazione urbanistica, il Consiglio comunale, definisca il quadro strategico complessivo che faccia ritrovare forza, vigoria, autosufficienza.

Ho vissuto da cittadino cercando risposte ai miei bisogni individuali che poi presumo siano gli stessi di tutti gli altri, talvolta ho trovato delle risposte utili, talvolta delle permanenti difficoltà o latitanze.

Questa analisi tira però in ballo anche le istituzioni e il loro ruolo, esse nel corso degli anni spesso non sono state da esempio quindi hanno contribuito a questo sfilacciamento.

Le istituzioni come i singoli cittadini sono state travolte dal terremoto, le istituzioni non sono state laterali o estranee al disastro. Lo hanno vissuto e ne hanno patito le conseguenze, pertanto ritardi. Le inadeguatezze correlate alle difficoltà oggettive che ci sono state non solo devono essere comprese e devono essere onestamente espresse da chi compie un’analisi. Le istituzioni non sono passate indenni dal sisma, lo hanno dovuto affrontare, non dimentichiamoci poi che i poteri che derivavano dall’attribuzione di competenze specifiche nel post-sisma non è che hanno sin dall’inizio attribuito alle istituzioni locali la gestione di tutto il post-terremoto.

E quindi c’è stato un affiancamento delle istituzioni locali ad altre entità istituzionali centrali che nei primissimi tempi hanno gestito con incidenze molto significative.

Ovviamente cessata quella gestione straordinaria i poteri di una ricomposizione della città sono stati riattribuiti agli Enti locali, al sindaco dell’Aquila e agli altri dei 56 Comuni del cratere, e lì naturalmente si sono disvelate quelle necessità di potenziamenti degli uffici, di maggiore capacità di analisi delle problematiche.

Oggi per quanto riguarda ad esempio la ricostruzione edile è stato realizzato il percorso tecnico ed amministrativo migliore che si possa realizzare con le leggi vigenti, nel senso che ci sono dei controlli non soltanto su ciò che si realizza, ma sui progetti, ci sono delle attenzioni affinché questi prima di essere approvati e quindi finanziati con soldi pubblici sono oggetto di appropriata attenzione.

Certo le indagini della magistratura ci dimostrano purtroppo molto frequentemente patologie e  comportamenti che assumono profili di rilevanza penale e c’è ancora una aliquota di cittadini aquilani che si ostina a non accettare il principio della più assoluta legalità, che deve contraddistinguere non soltanto la condotta del cittadino quando guida l’autovettura ma l’attività quotidiana che ciascun imprenditore, ciascun professionista, ciascun soggetto è costretto a realizzare.

Il rispetto della legge naturalmente deve essere assicurato dalla Valle d’Aosta fino alla Sicilia, ma secondo me il rispetto della legge deve essere ancora di più assicurato in terre dove a causa di fenomeni naturali o di accadimenti magari provocati dall’uomo ma che hanno avuto un respiro di conseguenza forte e pesante la situazione è diventata precaria.

Non è possibile che questa città consenta oggi il mantenimento di posizioni di privilegio a chicchessia, non è possibile che permetta ad alcune categorie di continuare ad arricchirsi e a proliferare in quella che è l’acquisizione di profitti in ambiti di lavoro magari assolutamente leciti quando c’è una situazione che tutto questo non ha.

Alcuni colleghi l’hanno definita “Il prefetto dei ‘No'”, si riconosce in questa definizione?

Naturalmente i Sì sono quotidiani e quindi sono direi quasi scontati ed ordinari, di essi non si fa notizia. Qualche volta naturalmente, non accettando che provvedimenti che devono avere una loro legittimità possano dispiegare pienamente i loro effetti, si viene poi ricordati per quel “No” che è stato detto.

Innanzitutto sono una persona che tende a costruire e non a distruggere.

Se io creo problemi alla comunità ad esempio quando nella logica di una politica nazionale che si correla ad esigenze internazionali, anzi mondiali, provvedo a distribuire sul nostro territorio provinciale decine e decine di immigrati non è che lo faccio per fare un dispetto agli aquilani o per creare problemi a casa loro, ma perché io come tutti gli altri 109 prefetti nelle altre 109 province italiane devo collocare in modo spero di poter dire appropriato e rispettoso delle leggi vigenti questi immigrati che giungono a volte anche a migliaia nel giro di uno o due giorni con questi sbarchi drammatici che avvengono e con queste immissioni sul territorio nazionale di realtà umane che da un canto devono essere considerate tali e quindi con il massimo rispetto e sempre con la più assoluta dignità.

A proposito di senso e rispetto delle istituzioni si sente l’assenza dell’Europa su questo fronte?

Certo, non lo dico io. Lo dicono tutti, anche lo stesso Governo che per definizione è stato ed è rappresentante di quella nazione che dell’Europa fa parte pienamente sia perché siamo stati tra i padri fondatori ma anche perché al bilancio della stessa Unione europea contribuiamo in maniera significativa con destinazioni di risorse finanziaria prodotte qui in Italia.

Certamente siamo nella necessità di essere accompagnati dall’Europa in questo processo di difficilissima acquisizione di queste entità umane così molteplici. Se l’Europa invece che accompagnarci, non ci sostiene con quegli interventi a qualsiasi livello collaborativi, automaticamente per noi diventa ancora più difficile fare quello che comunque stiamo continuando a fare con una coerenza che non è ostinazione fine a sè stessa.

Sul tema dell’immigrazione io ho un approccio che dovrebbe essere quantomai attento a non dimenticare di cosa parliamo.

I problemi quando sono veramente tali non è che lo diventano se uno ne parla, sono lì, se poi tu per un infingimento o per paura fai finta di non vederli vuol dire che sei anche stupido oltre che non sei corretto solutore dei problemi medesimi.

A cosa si dedicherà dalla prossima settimana?

Concluderò qualsiasi tipo di attività di lavoro dipendente, non desidero assolutamente acquisire nuovi adempimenti perché credo che abbia già esaurito questa fase della mia vita. Ho la fortuna di avere una famiglia alla quale non ho potuto rivolgere in questi anni le dovute attenzioni anche perché per motivi legati all’attività di lavoro di mia moglie che essendo un magistrato non è mai riuscita a venire ad esercitare le sue funzioni dove io esercitavo quelle di prefetto, sono stato lontano non solo da mia moglie ma anche dai miei figli.

Sono fortunato perché sono ancora abbastanza piccoli, ho una figlia di 10 anni e un figlio di 13, quindi ho ancora degli spazi genitoriali che posso recuperare e lì si vedrà la mia capacità di ritornare ad essere il marito e il padre di questa famiglia. E sono convinto che questo sarà per me fonte di grande soddisfazione perché si potrà completare questo percorso di un essere umano che ha bisogno di onorare il lavoro che gli è stato concesso di esercitare ma anche bisogno di coltivare al meglio delle sue capacità questi valori personali e familiari.