PESCARA – L’Abruzzo, a causa di una contrazione del tasso di crescita naturale (-4,7 per mille; 11esimo posizione tra le regioni italiane) e di una scarsa attrattività nei confronti dei flussi migratori (-0,9 per mille, 13esimo posto) riporta un tasso di crescita totale del -5,6 per mille (14esima posizione), seconda tra le regioni meridionali dopo la Campania. In termini numerici, tale decremento significa la perdita di 7.204 residenti nel 2019.

Il Cresa – Centro Studi dell’Agenzia per lo Sviluppo azienda speciale della Camera di Commercio del Gran Sasso d’Italia – ha letto i dati Istat contestualizzando l’analisi della situazione dell’Abruzzo nello scenario nazionale. Si osserva innanzitutto che il calo demografico è più intenso nelle regioni meridionali.

LO STUDIO

A livello nazionale, si contano -189 mila residenti al 31 dicembre 2019 rispetto alla fine dell’anno precedente con un calo demografico del 3,2 per mille abitanti. Questa contrazione affonda le radici in un sempre più evidente calo delle nascite (66,2 bambini nati vivi ogni 100 morti contro gli 87,2 del 2012) e in un rallentamento della crescita dei flussi migratori con l’estero (151.654 individui contro i 244.556 del 2012).

La conseguenza più evidente dell’insieme di questi fenomeni è l’invecchiamento della popolazione. L’età media a livello Italia è nel 2020 di 45,7 anni (43,8 nel 2012), la percentuale di anziani (65 anni e più) sul totale dei residenti è del 23,2% (20,8% nel 2012), l’indice di vecchiaia utilizzato in demografia per misurare la velocità di ricambio generazionale è 178,4 (148,6 nel 2012), vale a dire che in Italia vivono più di 178 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni, l’indice di dipendenza anziani, che misura il peso degli over 64 sulla popolazione in età attiva, è 36,2 (32,0 nel 2012).

Tra le province abruzzesi – emerge dallo studio – è L’Aquila ad assumere, per le contrazioni più evidenti sia sul fronte naturale che su quello da e verso l’estero, l’andamento peggiore, Pescara il migliore. Chieti è l’unica provincia a mostrare un valore positivo, sia pur debolmente, dei flussi migratori. L’Aquila perde 2.537 abitanti, Chieti 1.869, Teramo 1.480 e Pescara 1.318.

L’unica componente in attivo del tasso di crescita della regione Abruzzo è quella dei flussi in ingresso dall’estero che, con un valore del +2,5 per mille, colloca l’Abruzzo in nona posizione pari merito con il Veneto tra le regioni italiane, seguita dal Meridione, Molise escluso, e da qualche regione dell’Italia centrosettentrionale. Nell’ambito dei flussi migratori, tale positività è però annullata, oltre che dal saldo migratorio per altri motivi (riconducibile a rettifiche anagrafiche), dai tassi negativi della componente interna (-1,0 per mille, 14° tra le regioni italiane, seguita dalle regioni del Mezzogiorno Sardegna esclusa).

Anche riguardo i flussi migratori è L’Aquila a mostrare il peggior andamento con valori fortemente negativi di ambedue i movimenti. Si rilevano i soli valori positivi dei flussi interni a Pescara (0,3%) e di quelli esteri a Chieti.

In un’ottica di più ampio periodo (2002-2019) si osserva che il saldo migratorio con l’estero è positivo in Abruzzo da molto tempo e che esso ha subito, al pari di quello italiano di cui ricalca generalmente l’andamento, ampie oscillazioni a dimostrazione che è stato fortemente influenzato da interventi nazionali (regolarizzazione degli stranieri del 2002) e sovranazionali (ingresso della Romania in UE).

Il picco massimo, in Abruzzo come nelle altre aree del Paese, è stato raggiunto nel 2007 (Abruzzo: +9,7%; Italia: +7,5%), anno in cui la crescita dell’indicatore è riconducibile come già detto all’ingresso nell’UE della Romania.

Osservando l’andamento del saldo migratorio con l’estero nel periodo 2002-2019 si rileva che sono L’Aquila e Teramo a mostrare i valori più spiccatamente positivi con una crescita media annua superiore al 4%. Pescara e più marcatamente Chieti fanno osservare tassi assai più bassi che si aggirano intorno al 3% (Pescara: 3,1%; Chieti: 2,8%). In particolare, dopo un inizio di millennio (2002 e 2003) piuttosto brillante, L’Aquila cede il primato a Teramo fino al 2009 per poi riprenderlo e conservarlo negli otto anni successivi quando la sua posizione si indebolisce di nuovo rispetto a quella teramana. Al primo gennaio 2020 gli stranieri residenti in Abruzzo erano 88.400, pari al 6,8% contro una media nazionale dell’8,8%. Nel capoluogo di regione si contano 24.957 stranieri residenti, pari al 28,2% del totale regionale, a Teramo 24.155 (27,3%), a Pescara 17.713 (20,0%) e a Chieti 21.575 (24,0%).

L’incidenza percentuale della popolazione straniera su quella totale fa registrare i valori massimi all’Aquila (8,4%) e a Teramo (7,9%). Chieti e Pescara presentano valori uguali (5,6%), sensibilmente più bassi di quelli che si riscontrano nelle altre due province. Nel 2019 in Abruzzo sono nati 8.503 bambini e morte 14.612 persone, il che equivale a 58,2 nascite ogni 100 decessi contro una media nazionale di 66,2 ogni 100. Con 6,5 nuovi nati ogni 1.000 abitanti l’Abruzzo è tra le regioni con il più basso tasso di natalità (12° posizione) e, contestualmente, con 11,2 deceduti per 1.000 abitanti (11° posto), tra quelle con il più alto tasso di mortalità.

La nostra regione è tra le più anziane in Italia e questo comporta, da un lato, la minore presenza di donne in età fertile (convenzionalmente 15-49 anni; Abruzzo: 20,1%; Italia: 20,5, effetto della crescita zero tra gli anni ’80 e ’90), che a sua volta implica un tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) inferiore a quello medio nazionale (rispettivamente 1,18 e 1,28) e un’età media al parto superiore (Abruzzo: 32,4; Italia 32,1), dall’altro, un atteso aumento della mortalità per la presenza di un maggior numero di anziani e grandi anziani che presentano un maggior rischio di decesso per cause afferenti all’avanzare dei problemi di salute riconducibili all’età.

L’Abruzzo presenta una speranza di vita sia alla nascita sia a 65 anni d’età uguale o superiore alla media dell’Italia. In particolare, per speranza di vita alla nascita è l’11° regione in Italia per le femmine e la 10° per i maschi, in entrambi i casi comunque molto vicina alle regioni con i valori più alti. Mediamente un uomo nato in Abruzzo ha davanti a sé 81,0 anni come nella media nazionale, una donna 85,5 anni (Italia: 85,3). Il gap di genere si va riducendo con il passare degli anni: dal 2002 a oggi una donna abruzzese ha guadagnato circa 2,3 anni di speranza di vita alla nascita, un uomo circa 3,6.

Il panorama demografico abruzzese è conforme a quello nazionale ma presenta un più spiccato invecchiamento della popolazione riconducibile alla diminuzione della natalità (abbassamento del tasso di fecondità, aumento dell’età media al parto e affievolimento del contributo portato dalla popolazione proveniente da altri paesi, sia in termini di nuovi ingressi sia di fertilità) e al contemporaneo allungamento della vita media che si risolve in un più consistente aumento della popolazione anziana (over 64 anni). È un fenomeno destinato ad accentuarsi nei prossimi decenni, con una riduzione della popolazione in età lavorativa rispetto a quella anziana che invece aumenterà. L’Istat prevede per la fine del 2040 un calo della popolazione totale abruzzese pari al 3,6% (Italia: -1,7%) cui si accompagnerà una crescita significativa della popolazione anziana (Abruzzo: +34,1%; Italia: +38,3%).

In questo quadro ha inoltre forti ripercussioni sulla situazione socio-economica con cambiamenti nella fruizione dei servizi sanitari e sociali. È prevedibile un ulteriore aumento di malati cronici e non autosufficienti che richiederà risposte ad hoc da parte del sistema sanitario e di welfare. Inoltre si osserva che, anche se gli anziani dei nostri tempi sono assai diversi dagli anziani di qualche decennio fa poiché essi mantengono più a lungo buone condizioni di salute e partecipano più attivamente alla vita sociale, la loro vita, in particolare degli ultraottantenni, è più difficile a causa della frammentazione della famiglia tradizionale e del conseguente sfaldarsi delle relative reti di protezione.

Infine, potrebbero verificarsi effetti significativi sulla crescita economica perché l’invecchiamento impatterà fortemente sulla produttività del lavoro che è legata all’organizzazione dei processi produttivi e al grado di innovazione e competitività delle imprese e dei lavoratori, elementi questi ultimi due che risentono dell’invecchiamento della popolazione perché la forza lavoro anziana ha maggiori difficoltà nell’adattarsi ai cambiamenti richiesti dall’innovazione. Questo aspetto assegna all’invecchiamento della popolazione un impatto ben maggiore sulla crescita di quello derivante dal mutato rapporto tra lavoratori e pensionati e per i prossimi decenni è stimabile a livello Italia in una riduzione della produttività di quasi mezzo punto percentuale. Sarà necessario porre in essere tutti gli strumenti, quali l’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’istruzione e la formazione nelle discipline tecnico-scientifiche e la ricerca, necessari a fronteggiare l’impatto che l’invecchiamento della popolazione produrrà, oltre che a livello sociale e di welfare, anche direttamente sulla crescita economica.