L’AQUILA – I lavoratori di Abruzzo Engineering manifesteranno domani dalle 10 sotto la sede della Procura della Repubblica dell’Aquila, che sta indagando in due inchieste sulla società.

Scopo della protesta, avere chiarezza dai giudici sul colloquio tra il presidente della Regione, Gianni Chiodi, e il pm Antonietta Picardi, in cui il governatore si sarebbe sentito dire: “non sei stato arrestato solo perché non hai dato lavoro ad Abruzzo Engineering”.

I lavoratori chiedono di salvare l’azienda, ricordando che dare ad Ae affidamento diretto di lavori “non è reato”, vista la natura in house riconosciuta di recente anche dal Tar.

Oltre al 60 per cento in mano alla Regione, il pacchetto di Abruzzo Engineering è detenuto al 30 per cento da Finmeccanica tramite la società Selex Service Management, e al 10 per cento dalla Provincia dell’Aquila.

Creata inizialmente per abbattere in Regione il digital divide, la divisione digitale tra chi ha Internet veloce e chi no, Ae versa da tempo in una grave situazione, con una crisi economica e di commesse e un debito verso il socio privato Selex di 19 milioni di euro. A questo si aggiungono anche le inchieste.

Un mosaico tale che il socio pubblico potrebbe chiedere la messa in liquidazione della società, con immaginabili rischi occupazionalio per i circa 200 dipendentii.

Questo il testo completo della nota.

Abbiamo appreso dell’iniziativa dell’onorevole Giovanni Lolli che interroga il ministro Angelino Alfano chiedendo cosa si celi dietro le parole del presidente Gianni Chiodi che ha “dichiarato di non poter procedere affidando commesse ad Ae perché espressamente impedito dalla magistratura” ossia, tradotto da noi, se sia vero che il sostituto procuratrice Antonietta Picardi avrebbe minacciato Chiodi con le parole, riferite in più occasioni pubbliche dallo stesso presidente della Regione: “non sei stato arrestato solo perché non hai dato lavoro ad Abruzzo Engineering”; dunque, se fosse vero, il messaggio sarebbe: se dai lavoro alla società, vai dentro!

Restiamo assolutamente stupiti, indignati di quanto abbiamo appreso; il fatto sarebbe gravissimo tanto se fosse vero, perché costituirebbe un reato a sensi dell’articolo 338 del Codice civile (si tratta di un errore, probabilmente i lavoratori di Ae intendono l’articolo 338 del Codice penale, “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”, n.d.r.), quanto se fosse falso.

In entrambi i casi si starebbe giocando un gioco sporco, sporchissimo sulla pelle dei 190 lavoratori della società, in gran parte abitanti nelle terre colpite dal terremoto, certamente non colpevoli di nulla e oggi persino a rischio posto di lavoro per dinamiche assolutamente sconosciute.

A tutto ciò si aggiunge il fatto preoccupante, perché sembrerebbe avvalorare la veridicità di quanto affermato da Chiodi che, nella giornata di ieri, guarda caso proprio alla vigilia di una delicatissima assemblea dei soci che avrebbe potuto portare alla liquidazione di Ae, una pesante perquisizione abbia investito il Comune dell’Aquila, relativamente alle ordinanze della presidenza del Consiglio dei ministri, attraverso le quali circa 100 lavoratori di Ae prestano servizio nell’Ente su attività connesse alla ricostruzione.

Quali interessi si nascondono dietro al fatto che neanche con ordinanze del presidente del Consiglio dei ministri una società pubblica del territorio come Abruzzo Engineering possa avere affidamenti pubblici quando soggetti privati quali Reluiss, Cineas e altri godono di commesse milionarie sulla ricostruzione, affidate per via diretta, senza che nessuno abbia mai eccepito nulla?

Forse c’è qualche manovra per far sì che, dopo la sciagura del terremoto, persino le risorse destinate alla ricostruzione vengano dirottate in favore di un’economia extra territoriale?

Certo è che, se si chiudesse la società, anche la nostra rete di fibra ottica già realizzata con denaro pubblico in tutta la provincia dell’Aquila, utilizzata durante il G8 e quindi efficiente, sarebbe gestita da società non aquilane, non abruzzesi e non pubbliche! Forse sono queste le vere mire di chi vuole chiuderci?

Nella giornata di domani saremo sotto la sede della Procura della Repubblica dalle ore 10, per chiedere alla magistratura chiarezza e di procedere nella sua opera di perseguimento di tutti gli eventuali illeciti commessi, evidenziando però come non costituisca reato l’affidamento diretto alla nostra società che, anzi, è previsto dalla legge regionale numero 34 del 2007, oltre che dalle normative sulle società “in house”.

Chiediamo alla politica infine di non nascondersi dietro a un dito, di non assoggettarsi alle pure logiche ragionieristiche, ma di avere coraggio, cuore e intelligenza perché a essa è demandata la soluzione dei problemi, non il nasconderli aggirandoli con espedienti; la politica inoltre, ha il dovere di essere d’esempio nella salvaguardia dei posti di lavoro pubblici, altrimenti come mai potrà sedersi ai troppi tavoli sulle emergenze occupazionali, chiedendo ai vari soggetti privati in crisi di non licenziare? Quale credibilità potrebbe mai avere?

Infine ci domandiamo che etica possa mai esserci dietro il licenziamento di lavoratori già colpiti dal terremoto. Siamo certi che mai è accaduto in precedenza che amministratori pubblici abbiano infierito sulla vita di cittadini colpiti da una sciagura come quella a noi capitata.

Direttamente a Chiodi infine, e a prescindere, chiediamo almeno di terminare gli insulti che continuamente rivolge a noi lavoratori che meriteremmo almeno il rispetto umano di chi, per uno stipendio medio di 1.100 euro al mese, timbra ogni giorno il proprio cartellino e svolge con professionalità il proprio lavoro.

Se proprio deve rivolgere obiezioni di natura etica a qualcuno, lo faccia nei confronti dei comportamenti di quella parte della politica che, approfittando del proprio ruolo, elargisce consulenze ad amici, parenti, cugine e soci di studio…

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