L’AQUILA – Sì al collegio unico regionale perché “finalmente i consiglieri rappresenteranno tutto l’Abruzzo, e non solo la loro città e provincia”. No, perché “ad essere favoriti saranno i candidati dell’unica area metropolitana costiera, che va da Martinsicuro a Vasto, con una popolazione ben superiore, a discapito delle aree interne”.

Saranno questi gli argomenti che saranno branditi, a mo’ di tormentone nei prossimi mesi, intorno alla riforma della legge regionale elettorale: una priorità per il presidente Marco Marsilio, di Fdi, inserita nel programma del suo secondo mandato, da approvare in tempi stretti, come ribadito nel summit di metà settembre.

La legge prevede con una modifica della norma in vigore dal 2013, approvata dal centrodestra di Gianni Chiodi, innanzitutto il collegio unico regionale, con la conseguente abolizione dei quattro collegi provinciali, l’ampliamento del numero di candidati di lista che passerebbero dagli attuali 30 a 45, l’introduzione della tripla preferenza di genere con due uomini e una donna oppure due donne e un uomo, l’elezione alla carica di consigliere regionale anche di un secondo candidato presidente sconfitto, purché a capo di una coalizione che abbia eletto almeno due consiglieri. Infine una diverso calcolo delle preferenze, per quel che riguarda l’attribuzione dei resti.

Progetto di legge presentato da Marsilio già a ottobre 2023, nel suo primo mandato, ma essendo prossime le elezioni di marzo 2024, che hanno visto la sua storica riconferma, non c’erano stati i tempi per approvarla, e anche ora servirà un iter complesso, con due passaggi d’aula e con maggioranza qualificata, a distanza di un mese, visto che occorre modificare lo statuto regionale, e poi si potrà anche chiedere un referendum.

Marsilio ha detto chiaro e tondo, che “non è necessario essere tutti d’accordo”, visto che la riforma è nel programma del centrodestra, nella consapevolezza che anche nella sua maggioranza ci sono delle resistenze, che potrebbero anche fare “squadra” con le opposizioni quasi del tutto contrarie, ad eccezione del portavoce del Patto dell’Abruzzo, il professor Luciano D’Amico. Se non per affossare la riforma, almeno per mitigarne la portata con vari correttivi.

Vediamo dunque in sintesi i pro e i contro finora emersi nei dibattito, le ragioni del sì e quelle del no.

Cominciamo dal piatto forte: il collegio unico.

Per le ragioni del sì basta leggere la relazione introduttiva della norma: “il collegio unico elettorale consente di prefigurare un sistema nel quale un candidato possa sottoporsi al giudizio di tutti i cittadini della regione indipendentemente dal territorio di appartenenza”,  “permette di superare quella frammentarietà che caratterizza il nostro tessuto regionale e che molto spesso impedisce di creare sinergie in un ottico di sviluppo e crescita”. Infine: “l’abolizione dei quattro circoscrizioni elettorali rappresenta un passo in avanti per poter migliorare ulteriormente la qualità dell’azione del Governo regionale, dal momento che i consiglieri che saranno eletti e gli stessi assessori regionali potranno farsi carico di problemi che vanno al di là dei rispettivi contesti territoriali uscendo dalla logica degli eccessivi campanilismi”.

Al contrario, dal fronte del no si sostiene che il collegio unico penalizzerà le aree interne, con densità abitativa minore rispetto alla costa, rispetto alle popolose province di Pescara e Chieti e della costiera teramana che insieme formano un’area metropolitana di 700mila abitanti. Ci saranno insomma più candidati eletti in quell’area che nell’Abruzzo interno, con un evidente squilibrio.

Inoltre, altra criticità è che favorirà i candidati più ricchi, in una situazione in cui costi e gestione delle elezioni pesano quasi esclusivamente sulle tasche dei singoli. Sarà più difficile in un collegio regionale permettersi di coprire con eventi, spot, manifesti, banner sulle testate giornalistiche, volantini, dai monti della Laga fino ai confini con il Molise. Ergo: solo chi avrà molti soldi, magari sostenuto da qualche potentato economico a cui poi restituire il favore, potrà avere molte più chance di essere eletto.

Più di una volta Marsilio nel corso delle interviste e negli interventi d’aula ha invitato ad osservare che i candidati con più voti in assoluto alle regionali del 2024 sono proprio delle aree interne. E in effetti ecco il podio dei mister preferenze: il marsicano Mario Quaglieri di Fdi, 11.754 voti, il teramano Paolo Gatti, di Fdi, 10.878 voti, l’aquilano Roberto Santangelo, di Forza Italia, 9.587 voti. Si sostiene poi che chi viene dai territori e dispone di un radicamento vero, anche nelle aree interne, non avrà neanche con il collegio unico difficoltà ad acquisire consensi, che spesso nelle città più grandi può essere più difficile da ottenere.

C’è però chi ribatte che è un argomento che non regge, perché con il collegio unico si tratterebbe di una partita completamente diversa. E allora per fare un esempio il candidato pescarese che può attingere ad un bacino elettorale oggettivamente più ampio e condensato in un territorio più ristretto, avrà un risultato ben superiore a quello del 2024, potrà allargarsi a città come Francavilla, che ora è nel collegio di Chieti. E ad essere favoriti saranno chi come assessori e consiglieri uscenti delle città popolose hanno modo di creare in aggiunta relazioni e consensi in tutta la regione, rispetto ad esempio ad un sindaco di un piccolo centro montano che si candida per la prima volta, a prescindere dalla sua competenza e spessore politico.

Per quanto riguarda poi la tripla preferenza di genere l’argomento a favore è chiaramente quello di allargare la partecipazione e la rappresentanza femminile, e si ricorda che questo è previsto anche nelle elezioni per il Parlamento europeo.

Argomento contrario è invece quello per il quale la tripla preferenza di genere, rischia invece di ridurre paradossalmente la rappresentanza femminile. Se infatti oggi la doppia preferenza risponde pienamente al principio di parità nelle condizioni di partenza per uomini e donne, altrettanto non accadrà se le preferenze saranno tre, con l’opzione di votare anche due uomini e una donna soltanto.

Per quanto riguarda la previsione dell’entrata in consiglio anche del terzo candidato presidente non eletto, argomento a favore è che in questo modo si garantirà maggiore rappresentanza oltre lo schema bipolare, dando voce a plurime anime dell’opposizione.

Il fronte del no osserva che in questo modo ci si avvicina al modello delle elezioni comunali ma  senza la previsione del voto disgiunto e del doppio turno, e nel centro sinistra il sospetto, per non dire la certezza, è che anche questa innovazione serva al centrodestra a minare il campo avverso: se infatti il centrodestra solitamente al di là poi degli scontri anche feroci al suo interno si presenta compatto a sostegno di un unico candidato, non è affatto scontato che ciò avvenga nel campo largo, che nelle ultime elezioni, quella del 2024, è vero che ha trovato unità intorno al professor D’Amico.

Ma questo non è avvenuto nelle elezioni precedenti dove Movimento 5 stelle e centrosinistra con i Pd forza trainante si sono divisi.  E dunque garantire l’elezione automatica anche ad un terzo candidato presidente di fatto è un allettante invito alla divisione e alla tentazione di azzardare un’avventura in solitaria come terzo incomodo, magari di matrice centrista, che poi possa giocare alla cara vecchia tattica dei due “forni”, e come appoggio esterno alla maggioranza.