PESCARA – Un protocollo d’intesa contenente le linee guida per l’identificazione e la tutela delle vittime della tratta e grave sfruttamento sessuale e lavorativo è stato illustrato, questa mattina, nei locali della questura di Pescara a tutti i soggetti che lo dovranno sottoscrivere e, quindi, attuarlo.
L’iniziativa è della Procura della Repubblica di Pescara ed è finalizzata ad attuare una più energica azione di contrasto alle attività criminali, connesse ai fenomeni di sfruttamento degli esseri umani e a fornire una più efficace tutela alle vittime attraverso la piena operatività degli strumenti legislativi a disposizione (come il soggiorno per motivi di protezione sociale) e l’attuazione di specifici interventi, in sinergia tra autorità giudiziaria, forze dell’ordine, organizzazioni della società civile e altri enti.
Si crea, quindi, una rete organizzata di soggetti in grado di intervenire con competenza portando avanti un lavoro congiunto, anche per tutelare le persone sfruttate, recuperarle e favorirne il reinserimento sociale.
Si tratta, per il procuratore Nicola Trifuoggi, di “una materia specialistica in cui c’è bisogno della collaborazione di tutte le componenti. Ognuno dovrà fare la propria parte e si dovrà anche cercare di recuperare le persone sfruttate”.
“L’approccio intrapreso – ha commentato il questore Paolo Passamonti – ci consentirà di dare una speranza alle ragazze sfruttate, che saranno aiutate da operatori preparati, mentre oggi non lo sono. Lo sviluppo sul fronte sociale di questa problematica è importante”.
Tra gli altri c’era Vincenzo Castelli, presidente dell’associazione On the road, che ha già partecipato a un protocollo simile a Teramo e Campobasso e si occupa di circa 3.000 – 4.000 ragazze l’anno da Civitanova a Campobasso, prendendone in carico ogni anno 150, seguendole da tutti i punti di vista, per farle uscire dallo sfruttamento.
Castelli ha parlato della complessità del fenomeno dello sfruttamento, oggi riconducibile per lo più a albanesi e romeni, e della carenza di fondi e dei “finanziamenti sempre più liofilizzati che rischiano di far chiudere l’attività”.





