CASTELBASSO – “Per questo esiste l’arte, perché noi non possiamo vivere nel vero nel falso, siamo sudditi di un altro regno, di cui solo le cose che accadono due volte ci fanno intravedere la strada”.

Una frase campeggia nell’antico palazzo De Sanctis, tratta da un racconto di Emanuele Trevi, che già invita, prima di varcare la soglia, ad una esperienza insolita, che arricchisce come ogni nuova esperienza. Ancor prima le seggiole delle nonne color d’argento fuso, traslate dal loro essere davanti ad un caminetto, ad una dimensione metafisica.

Benvenuti a Paso doble, mostra d’arte che sarà possibile visitare fino a domenica prossima a Castelbasso, in provincia di Teramo, fulcro della manifestazione “Castelbasso borgo della cultura”, organizzato dalla fondazione Malvina Menegaz, presieduta da Osvaldo Menegaz, che anche quest’anno, come venti a questa parte, sta offrendo un ricchissimo programma di musica, letteratura e appunto di arte.

Tra gli ultimi appuntamenti venerdì prossimo l’incontro con gli autori di Lercio, popolare sito e pagina facebook di satira, venerdì 27 agosto, alle 21,30 in piazza Belvedere.

La mostra Paso doble, allestita nei due edifici storici del piccolo paese, il citato palazzo De Sanctis e palazzo Clemente, ha come ideatore il critico d’arte calabrese d’origine e toscano di adozione Pietro Gaglianò, e rappresenta una rivisitazione, un rimescolamento ermeneutico della ricchissima collezione Menegaz che conta oltre 180 opere, dall’ottocento ad oggi, accoppiando 46 di esse lungo le trame di un dialogo possibile tra epoche, generi e sensibilità diverse.

“La frase che ho scelto – spiega a questa testata -, è tratta da un breve racconto di Trevi sui legami familiari, e ben riflette il senso della ricerca che è stata messa in campo con questa mostra, produrre una eco che amplifichi la nostra esistenza, prendere consapevolezza che l’arte può farci vivere in una dimensione raddoppiata”.

Un esempio di dialogo è il piccolo quadro degli anni ’30 di Leonetta Pieraccini in  cui è raffigurata la figlia che poi sarebbe Suso Cecchi D’Amico, diventata da grande la famosa sceneggiatrice di Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti, affiancata all’opera di Maddalena Tesser che raffigura un’altra volto femminile, “un’opera contemporanea – spiega Gaglianò – uno stile e una sensibilità per il colore completamente diversi. Eppure questi due volti hanno qualcosa in comune, dialogano fanno parte di uno stesso racconto a distanza di un secolo”.

Come pure dialogano il  paesaggio monumentale romano di Piero Guccione e quello industriale di Andrea Chiesi riflesso in una pozza d’acqua, o la piccola tela di Giulio Frigo e la goccia di bronzo di Azuma Kengiro, visto che entrambe declinano in forme diverse un misticismo laico e e intimista. Per non dire dei dialoghi sottili  tra gli infiniti modi in cui l’arte astratta può rappresentare il mondo, reale o immaginario che sia poco conta, attraverso le opere in questo caso di Giulio Turcato, Manfredi Beninati e ancora Luigi Boyle e Paolo Pretolani, oppure nella celebrazione del colore nero nei lavori di Claudio Cintoli e Gianfranco Notargiacomo.

Palestra di congetture e interpretazioni il finestrone con le vetrate di terra di Sophie Ko e il leggio di Domenico Brancale,  dove si legge, “come se avessimo promesso a qualcuno o qualcosa che dobbiamo ancora incontrare”.

“La mostra sta riscuotendo un buon successo di pubblico – afferma Gaglianò -,  a conferma che Castelbasso è oramai un consolidato polo culturale. Arrivano i visitatori da molte altre regioni. Per partecipare al ricco programma di eventi culturali, certamente. Ma la mostra è una tappa obbligata. Tengo a sottolineare con grande soddisfazione che non è un pubblico di soli specialisti e appassionati d’arte, ma persone che magari è la prima volta che fanno una esperienza del genere. Aspetto importante della mostra è poi che è stata divisa per generi, dalla natura morta al paesaggio, ad esempio. A voler confermare che sono generi ancora vivi, che si evolvono, che trovano sempre nuove articolazioni ed espressioni”.

Da qui uno dei messaggi di  Paso doble, “far comprendere che l’arte è una condizione aperta e tutti possono essere lettori autorizzate legittimi. La mostra invita a fare l’esperienza della diversità, della differenza e della ricerca dei punti di contatto. Io ho passato mesi ad analizzare le opere della collezione Menegaz per creare gli accoppiamenti ora in esposizione. Ma erano possibili, forse, altri nessi”.

Visto che buona parte delle opere sono di arte contemporanea, ci sarà stato senz’altro qualche visitatore che tra sé e sé o ad alta voce avrà proferito la fatidica frase, “ma cosa significa questo quadro?”.

Osserva a tal proposito il critico d’arte: “c’è un mito da sfatare, a proposito dell’arte contemporanea: non è centrale il significato come comunemente lo intendiamo, univoco, chiaro, e non è fondamentale capire, ma piuttosto attraversare un’esperienza, godere delle forme dei colori delle emozioni che suscitano, provare ad entrare in sintonia con quello che l’artista ha provato a dire, mettersi in ascolto. Certo, c’è chi l’arte contemporanea la studia,  e che magari sa apprezzare la particolare tecnica, le influenze culturali, la scuola in cui l’opera si inserisce e l’eventuale novità e rottura che essa rappresenta. Ma neanche questo è poi così importante. Possiamo godere di un tramonto anche se non sappiamo a che temperatura brucia il sole”.