L’AQUILA – Trema lo scranno più alto dell’Emiciclo, quello del presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Di Pangrazio.

Nelle ultime settimane si sono intensificate di nuovo le manovre di una cordata di congiurati, rigorosamente bipartisan, che avrebbe in mente di tirare fuori, nell’ambito di un percorso non si sa quanto percorribile, una mozione di sfiducia per cacciare l’esponente del Partito democratico, fratello del sindaco di Avezzano (L’Aquila), Gianni.

Per la verità, come hanno spesso ammesso a microfoni spenti numerosi inquilini dell’aula, la mozione è nel cassetto da tempo.

Per atteggiamenti e comportamenti del presidente ritenuti non in linea con l’importante ruolo di garante delle prerogative dei consiglieri, più volte in passato si è fatto ciclicamente teso il rapporto tra lui e qualche esponente sia di minoranza, su tutti l’ex grillino ora Sinistra italiana Leandro Bracco, sia di maggioranza, in testa Andrea Gerosolimo di Abruzzo civico, che è anche assessore.

Tuttavia, la mancanza di numeri sufficienti, di candidati riconosciuti come sostituti e in particolare la brutta figura e l’imbarazzo che creerebbe nella coalizione di governo, in particolare nel Pd, hanno finora fatto desistere, a vario titolo, coloro che vogliono sfiduciare Di Pangrazio.

Anche perché sarebbe la prima volta nella storia che accade un fatto così impattante dopo la riforma con l’elezione diretta del governatore.

LO SCAMBIO DI D’ALFONSO

Ma il presidente del Consiglio è suo malgrado al centro delle attenzioni non solo per questa manovra non proprio amicale.

C’è anche un altro “progetto” che, in questo caso, vede come regista il presidente della Giunta, Luciano D’Alfonso, per togliere di mezzo dalla sua squadra di governo il collega del Pd Donato Di Matteo con il quale è ormai ai ferri corti, come raccontano i protagonisti: il rapporto tra i due avrebbe imboccato una strada di non ritorno.

Ecco perché il governatore starebbe lavorando alacremente per portare Di Pangrazio, con il quale qualche incomprensione, anche recente, pure c’è stata, nell’esecutivo e Di Matteo nello scranno più alto dell’Emiciclo. Come dire, D’Alfonso ha scelto il male minore!

C’è da rimarcare che un cambio di poltrone di tale portata non si annuncia un gioco da ragazzi perché Di Matteo non incontrerebbe un apprezzamento tale da trovare facilmente i voti sufficienti e poi perché darebbe vita a un rimpasto problematico che vedrebbe l’ex assessore e attuale sottosegretario alla Presidenza della Giunta Mario Mazzocca, già privato del ruolo in Giunta nel primo rimescolamento del 2015 per colpa proprio di Gerosolimo, serio candidato a tornare a fare solo il consigliere regionale.

Con conseguenti, facilmente ipotizzabili mal di pancia dell’ala sinistra della coalizione, priva, a quel punto, di ogni rappresentanza.

DI NICOLA: “PRESIDENTE CONTESTATO, CI SI INTERROGA SU SOLUZIONI”

Tornando alla congiura contro Di Pangrazio, a confermare la problematica ad AbruzzoWeb è il capogruppo di Centro democratico e presidente della prima commissione consiliare (Bilancio), Maurizio Di Nicola, originario di Pescina (L’Aquila), quindi marsicano con il presidente del Consiglio.

Un uomo che i rumors danno al momento come più accreditato sostituto di Di Pangrazio nel borsino in caso di successo dei congiurati, escludendo ovviamente l’ipotesi dalfonsiana.

Interpellato da questo giornale, però, Di Nicola si sfila almeno pubblicamente dalla lista dei ribelli, pur non risparmiando critiche a Di Pangrazio con il quale non ha rapporti stretti, come pure con il fratello Gianni.

“C’è l’esigenza di disciplinare i lavori del Consiglio nel modo più rigoroso possibile e in qualche occasione il presidente ha avuto contestazioni – spiega Di Nicola – e ci sono alcuni consiglieri si sono interrogati, come giusto che sia, sulle possibili soluzioni”.

I NUMERI E I NOMI DEI RIBELLI

Parlando di numeri, la mozione ha bisogno di essere appoggiata da almeno da 16 consiglieri, quanto basta per avere la maggioranza dei 31 voti.

Oggi, sempre stando ai rumors, ai 13 delle opposizioni di centrodestra e del Movimento 5 stelle, si aggiungerebbero i voti di Gerosolimo e del suo collega di partito Mario Olivieri, presidente della quinta commissione (Sanità).

Ecco che Di Nicola sarebbe il sedicesimo, cioè quello decisivo, e finora è stato questo l’ostacolo alla sfiducia perché l’esponente centrista non se la sente di essere determinante per staccare la spina.

Un ruolo che, al contrario, potrebbe avere piacere di esercitare Di Matteo, nella considerazione, valida per tutti, che lo scranno più alto dell’Emiciclo è ideale trampolino di lancio per future fortune politiche in Abruzzo e anche a Roma.

Questi dunque i nomi dei congiurati, confermati da più di una gola profonda nei corridoi dell’Emiciclo.

In primis quelli dell’opposizione, e ci si stupirebbe del contrario: i cinque del Movimento 5 stelle (Sara Marcozzi, Domenico Pettinari, Riccardo Mercante, Gianluca Ranieri e Pietro Smargiassi) i cinque di Forza Italia (Paolo Gatti, Mauro Febbo, Lorenzo Sospiri, Emilio Iamperi e Gianni Chiodi), e ancora Giorgio D’Ignazio del Nuovo centro destra, Mauro Di Dalmazio di Abruzzo futuro e Leandro Bracco di Sinistra italiana.

A loro si potrebbero aggiungere, nella maggioranza, i due esponenti di Abruzzo civico, Andrea Gerosolimo e Mario Olivieri, non nuovi a strappi, e uno tra Donato Di Matteo del Pd e, anche se titubante, Maurizio Di Nicola del Centro democratico, portando il totale a 16 o in teoria addirittura 17.

GEROSOLIMO IL “SOLITO” REGISTA?

Va ricordato che Gerosolimo è diventato assessore a seguito del rimpasto che ha risolto la crisi di maggioranza esplosa nell’estate 2015, provocata da Abruzzo civico assieme a Luciano Monticelli del Pd, quest’ultimo poi rientrato nei ranghi.

Tanto per cambiare Gerosolimo è stato indicato come uno dei registi della nuova “congiura”, ma il diretto interessato ha pubblicamente e categoricamente smentito la notizia che si era diffusa di una mozione di sfiducia a sua firma da presentare in una delle scorse sedute.

Resta il fatto, comunque, che sono molti i motivi di attrito con Di Pangrazio, che ha osteggiato la candidatura di Annamaria Casini a sindaco di Sulmona (L’Aquila), la città di Gerosolimo, sua creatura poi diventata sindaco.

Inoltre l’ambizioso assessore punta alla conquista di Avezzano alle comunali del maggio 2017, dove Abruzzo civico dovrà vedersela proprio con il sindaco uscente, l’altro Di Pangrazio.

Altro retroscena: Gerosolimo in Giunta avrebbe pochi margini di manovra, si sentirebbe oramai in gabbia e non disdegnerebbe di tornare a fare il battitore libero in Consiglio, pur di non perdere consenso in particolare nella sua Valle Peligna, dove tra crisi economica e declassamento dell’ospedale sono molte le ragioni di scontento nei confronti di D’Alfonso e della sua Giunta.

GLI OUTSIDER

Ma in maggioranza i mal di pancia sarebbero più estesi. Tra i possibili interessati alla sfiducia, nei corridoi dell’Emiciclo, si fanno anche i nomi di Lorenzo Berardinetti, ex Pd, conterraneo del presidente Di Pangrazio, consigliere di Regione facile, Pierpaolo Pietrucci consigliere aquilano del Pd, che ha avuto come furioso avversario proprio Di Pangrazio alle elezioni regionali 2014 nel collegio elettorale provinciale aquilano, perfino con alterchi pubblici durante la campagna elettorale, e addirittura quello di Sandro Mariani, teramano,che del Pd è capogruppo, forse per i tanti conflitti territoriali in tempi di scarsità di risorse, che nascono in Consiglio tra la provincia teramana di Mariani e la Marsica di Di Pangrazio.

Ma è ovvio che per loro pesa più che mai il vincolo di maggioranza e di partito, a differenza, per esempio, di un battitore libero come Di Matteo, che tra l’altro ha un pessimo rapporto con Pietrucci.

LE CONTESTAZIONI

Il solitamente schivo Di Nicola entra nel merito della sfiducia, smorzando i toni: “Cercare la giusta soluzione operativa del Consiglio e sfiduciare un presidente sono cose che non necessariamente vanno di pari passo – rileva – perché il presidente rappresenta la maggioranza, una scelta iniziale e quindi ritengo che non ci siano le condizioni di una sfiducia”.

“In alcuni momenti le sedute potevano essere gestite in modo più equilibrato, nell’interesse di tutte le parti in campo – ammette poi – Il Consiglio non svolge un ruolo di esecutivo, è un’assemblea parlamentare, e la sua gestione deve essere impeccabile nel garantire le minoranze”.

Per Di Nicola “anche un errore commesso in buona fede, o nel tentativo di pervenire una soluzione conciliante, può determinare la percezione di una disattenzione istituzionale, soprattutto in un momento come questo dove la credibilità delle istituzioni è al minimo”.

E in effetti se la sfiducia resta per ora nel cassetto, è anche perché essa si intreccia con la partita del rimpasto di Giunta, e quella della sostituzione alla presidenza di Di Pangrazio, essendo come detto più d’uno i pretendenti.

In particolare Di Pangrazio è accusato di provocare continui rinvii delle sedute, consentendo che le varie commissioni vengano convocate lo stesso giorno dei Consigli regionali.

Una mossa poco astuta, dicono i consiglieri di maggioranza a fari spenti, visto che in questo modo l’opposizione ha gioco facile nel fare ostruzionismo in commissione, facendo rimandare anche a ore tarda l’inizio delle sedute.

Un andazzo particolarmente odioso anche agli occhi dei cittadini, che sono abituati a iniziare il lavoro, o ad aprire la loro attività, con puntualità e nell’orario prestabilito, pena il licenziamento, e la perdita di soldi e credibilità.

Vero è che spesso i ritardi sono dovuti all’arrivo di progetto di legge della Giunta senza preavviso, e per di più lacunosi. Ma anche qui si osserva che dovrebbe essere Di Pangrazio a battere i pugni sul tavolo per richiamare all’ordine gli assessori e il presidente D’Alfonso.

Le opposizioni, poi, lo hanno più volte e platealmente accusato in aula e fuori dall’aula di non essere un arbitro imparziale, di non essere una figura di garanzia.

I componenti dell’ufficio di presidenza, ovvero Gatti, D’Ignazio, Alessio Monaco di Regione facile e Lucrezio Paolini dell’Italia dei valori, chi più chi meno si lamentano di non essere coinvolti e resi protagonisti nelle scelte che competono a questo importante organismo, che in un Consiglio ideale dovrebbe essere una squadra compatta e coesa. Insomma, una polveriera. (f.t. – b.s.)