Da Alfonso De Amicis, esponente aquilano della sinistra di classe, riceviamo e pubblichiamo.
L’AQUILA – È indecente che in queste elezioni non si parli di Sanità dell’Aquila e delle sue aree interne. È arrivato il momento di assumere medici e personale infermieristico. È arrivato il momento di assumere tutti quei lavoratori che in questi anni, pur in presenza di contratti precari, hanno mandato avanti è il caso di dirlo, la baracca.
In un contesto, purtroppo, in cui il declino della sanità italiana appare inarrestabile. A ben pensarci esso risiede nella sua stessa formula. Da Unità socio sanitaria, si è passati nel breve giro di posta ad Azienda. Azienda: organismo composto di persone e beni diretto al raggiungimento di un fine economico, organizzato dall’imprenditore per l’esercizio di impresa. Da servizio universale e gratuito, dunque, il salto verso la concorrenza, la profittabilità e la sua finanziarizzazione ha impegnato circa trent’anni. Siamo dentro il “sogno” americano.
Pare che il disastro del Covid, la precarietà del sistema lombardo e la sua scellerata modalità delle autonomie differenziate non abbiano insegnato nulla. Anzi. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, contestato l’altro ieri (anche) all’Aquila, aveva promesso maggiore impegno finanziario per assunzioni e per un generale ritorno ad una gestione pubblica. Viceversa, se hai la sfortuna di un qualsiasi incidente, entri al pronto soccorso alle due di pomeriggio e se ti va bene esci alle tre di notte. Dodici ore. Per tacere dei casi in cui si attende un letto d’ospedale per giorni. Non ci sono medici, non ci sono infermieri. Quelli rimasti vengono sottoposti a turni infernali; e alcuni che cercano di sottrarsi a queste forme assurde di sfruttamento sono costretti a genuflettersi ai sindacati complici per ricavarsi un posto in amministrazione e avere turni di lavoro “normale”.
Nella Prima Repubblica, il sindacato era conflittuale e trattava salario lavoro cottimo turni elementi pensionistici. Azienda sanitaria, allora, significa rapporti ormai di tipo feudale. Capita altresì che chiedi una visita diagnostica e l’appuntamento è tra otto mesi; e nel contempo incontri nei meandri dell’ospedale regionale “San Salvatore” dell’Aquila un povero cittadino di Isola Liri o di Sora che per una qualsiasi analisi è stato costretto ad attraversare la Valle Roveto per accorciare tempi di attesa indicibili dalle sue parti. Succederà tra poco, ma forse succede già, che l’aquilano o un suo conterraneo debbano recarsi nelle Marche, o a Roma, per una qualsivoglia analisi di controllo. O di intervento.
Siamo come gli scoiattoli americani che si agitano in modo smisurato, per poi rimanere al punto di partenza. In tutto questo, la sanità aquilana è allo sbando e allo stremo. Di fatto alcuni reparti è come se fossero chiusi, alcuni chiuderanno non appena i vari primari andranno in pensione. Già alcune prestazioni non sono più soddisfatte. Di fronte alle autonomie differenziate ed ai federalismi fiscali, si va verso il baratro.
Come se ne esce? Lo Stato deve riappropriarsi del sistema sanitario nazionale. Il declino portato dalla privatizzazione trae origine nell’impianto liberista neocorporativo dei trattati di Maastricht e Amsterdam, soprattutto in quegli articoli riguardanti il principio di sussidiarietà e il patto di stabilità, i cui dettami sono stati in gran parte recepiti nella riforma del Titolo V della Costituzione. Si è visto, direi chiaramente, come queste filosofie giuridiche abbiano investito fino in fondo i diritti costituzionali dei lavoratori e come essi abbiano dispiegato fino in fondo in impianti legislativi nazionale e regionale, volti allo smantellamento del salario sociale e alla riproduzione dell’esercito industriale di riserva. È maturato il tempo per un ritorno allo spirito iniziale della legge Anselmi.





