SULMONA – E’ ancora tutto sulla carta, nella fase di studio di pre-fattibilità, l’epocale progetto della velocizzazione e potenziamento della ferrovia da Pescara a Roma, passando per Sulmona e Avezzano, dal costo stimato di 6,2 miliardi di euro, e non meno di 10-15 anni stimati per realizzarla. Eppure l’ipotesi messa a punto dagli ingegneri dell’azienda pubblica Rete ferroviaria italiana (Rfi), è il caso di dire, comincia già a fare acqua. Sul tratto della valle Peligna, in particolare, dove sono previste due gallerie da 9,8 chilometri e 1,4 chilometri, da Scafa a Pratola Peligna, sotto il massiccio del Monte Morrone, accorciando l’attuale tracciato di 10 minuti.
Assicura infatti l’ex presidente dell’Ispra e direttore dell’Arta regione, nonchè ex assessore regionale dei Verdi, Giovanni Damiani, ora vicepresidente nazionale di Italia Nostra: “quella galleria bucherebbe la grande falda acquifera dentro la montagna, mettendo a rischio di scomparsa completa o parziale di gran parte delle 37 sorgenti che la alimentano”, e che garantisce l’acqua per tutti i centri abitati della valle del Pescara, inclusi i capoluoghi Chieti e Pescara e, con le interconnessioni acquedottistiche, ai 64 Comuni dell’Ambito Ottimale gestito dall’Aca. In totale, nel periodi estivo, a 600mila persone.
Insomma: il faraonico progetto, ancora sulla carta, incontra già ostacoli molto severi, e non alimentati questa volta da campanilismi, da argomenti pretestuosi dei soliti comitati del No “a prescindere”, o da amministratori locali ligi ai dettami del “no nel mio Giardino”, meglio conosciuto con l’acronimo inglese Nimby.
Inoltre, a protestare contro quella galleria si schiera già anche il comune di Popoli, che sarebbe tagliato fuori dal nuovo tracciato, con gravi ripercussioni per l’economia territoriale, che poggia anche nell’essere snodo di transito del trasporto ferroviario.
Dall’altra parte della montagna, sul versante pescarese, si sta poi scatenando un putiferio, in uno dei tratti della nuova ferrovia dove i lavori sono già finanziati e imminenti, per quel che riguarda il raddoppio della tratta all’altezza di Manoppello, che comporterebbe l’abbattimento di numerose abitazioni, e il tagliare in due il centro abitato. In prospettiva si possono ipotizzare proteste di altri territori che avranno più da perdere che da guadagnare dal nuovo tracciato, si pensi ai quelli tagliati completamente fuori nel versante laziale, e in Abruzzo nella valle subequana. mettiamoci pure il dibattito che si è sviluppato a L’Aquila e Teramo, dove si arriva a chiedere un tracciato alternativo, o almeno una ferrovia veloce di interconnessione a quello proposto da Rfi, ma dal costo anche qui iperbolico.
Per anni la politica regionale di ogni colore si è sperticata nell’osannare, al fianco delle associazioni di categoria, la necessità di realizzare una grande opera che consentirà un giorno di ridurre il tempo di percorrenza tra tra Pescara e Roma a 2 ore 40 minuti, da Pescara a Sulmona a circa 50 minuti, da Avezzano a Roma a circa 50 minuti, a metà di quello che occorre ora. Grazie al raddoppio della linea, tagli in galleria del tracciato attuale, per ben 53 chilometri, l’incremento della velocità dei treni.
Senza però fare i conti, si scopre ore, senza l’oste: ovvero le resistenze e le levate di scudi dei territori che dovrà questa ferrovia attraversare creando un impatto ambientale, sociale ed economico, non indifferente.
Ecco perché è già emblematico quello che sta avvenendo a proposito della galleria sotto il monte Morrone, che il base allo studio di pre-fattibilità, avrebbe un costo di 930 milioni di euro, e sette anni di tempi di realizzazione.
“Il traforo – spiega Damiani – interesserebbe completamente le sorgenti del Giardino, col rischio che in presenza di drenaggi le stesse possano addirittura seccarsi. Il nuovo tracciato , infatti, andrebbe ad intercettare trasversalmente il flusso della grande falda idrica del Monte Morrone. Quelle del Giardino, con acque oligominerali di eccezionale qualità chimico-fisica, sono captate fin dal 1958 ad uso potabile e distribuite tramite il principale acquedotto d’Abruzzo”.
Grazie a quelle sorgenti, spiega l’esperto, “vengono immessi in rete 88.000.000 di metri cubi di acqua all’anno a beneficio non solo di tutti i comuni della Provincia di Pescara, ma anche di popolosi Comuni della costa, come Francavilla a Mare, dell’interno, come Bucchianico, e parte di quella di Teramo, come Silvi e Atri. La popolazione residente, che utilizza l’acqua del Morrone, è di circa 450.000 abitanti, con punte di oltre 650.000 nei periodi estivi”.
La necessità di drenare l’acqua svuotando la montagna per le gallerie, mette dunque a rischio di scomparsa completa o parziale “di gran parte delle 37 sorgenti censite alimentate dalla stessa falda, la scomparsa habitat con la loro biodiversità nelle pregevoli zone umide della Valle Peligna all’interno del Parco Nazionale della Majella-Morrone. Scontata pure la diminuzione, a tratti drastica, delle portate idriche fluviali dei fiumi Sagittario, Vella, Pescara”.
Esiste del resto un precedente: la realizzazione del traforo del Gran Sasso.
“Questa esperienza – spiega Damiani – ha mostrato come neppure le acque drenate ed eventualmente ‘recuperate’ ad uso potabile dalle gallerie sono immuni da impatti perché soggette a episodi d’inquinamento. Per capire la gravità dei rischi, basti guardare anche alla tratta Firenze-Bologna: a causa dei tunnel ferroviari, il Mugello è divenuto una terra devastata per lo sconvolgimento dell’intero equilibrio idrogeologico del territorio. La diminuzione dell’acqua ha comportato ricadute pesanti sull’ecosistema montano, influendo negativamente sulla flora e sulla fauna anche in aree a tutela naturalistica; ha costretto aziende agro-zootecniche a chiudere i battenti. Le gallerie principali del Tav hanno svuotato la montagna e provocato scomparse di sorgenti, pozzi e torrenti. Diversi corsi d’acqua sono stati dichiarati biologicamente morti, a causa della perdita totale del deflusso estivo”.
Da qui le conclusioni di Damiani: “Il tracciato proposto non si motiva né sotto il profilo costi-benefici, ovvero opere faraoniche e costosissime per guadagnare circa 10 minuti di percorrenza, né sotto quello dell’impatto ambientale. I rischi ecologici legati soprattutto all’alterazione del sistema idrogeologico, sono potenzialmente irreversibili, così come i danni economici e sociali. Proprio per questo si chiede a Rfi di abbandonare questa ipotesi di nuovo tracciato e di valutare opzioni alternative meno impattanti sull’ambiente sul paesaggio e di avviare un confronto con le comunità locali e l’associazionismo”.






