L’AQUILA – “I teatri come il nostro che non hanno accesso ai fondi statali, partono da un vantaggio: la nostra situazione economica è stata da sempre disastrosa, dunque siamo temprati anche a davanti a questa catastrofe, che anzi può essere l’occasione per immaginare nuove forme, modi e spazi della nostra produzione artistica, non inventandosi nulla di nuovo, però che non sia una vicinanza che, attraverso la condivisione delle arti, renda più gradevole la riflessione sui temi che l’uomo vive e affronta da sempre”.
Stagione teatrale e attività formative interrotte, nessuna certezza di come e quando poter ricominciare, due dipendenti in cassa integrazione in deroga, fino a quando durerà. La sensazione, per non dire la certezza di essere stati lasciati soli, tanto per cambiare, dalle istituzioni, ma anche tanta voglia di reinventarsi per far continuare a vivere un arte vecchia quanto l’homo sapiens.
Questa in sommaria sintesi l’ipotetica sinossi di una assurda commedia degna del genio perverso di Samuel Beckett o Eugène Ionesco, che ha come protagonista, oltre al coronavirus, e suo malgrado, Giancarlo Gentilucci, ex docente d’universitario e dell’Accademia delle belle arti dell’Aquila, presidente e direttore artistico di Arti e Spettacolo, che gestisce un teatro sui generis, il Nobelperlapace tirato su con fondi provenienti da privati una decina di anni fa, non in una città, ma a San Demetrio ne’ Vestini, nella conca aquilana, punto di riferimento anche sociale e civile del pulviscolo di paesini dell’entroterra in via di inesorabile spopolamento.
Gentilucci è tra i firmatari di una lettera aperta di una sessantina di teatri abruzzesi sotto i 200 posti sull’orlo del tracollo, e che contano oltre cento dipendenti e migliaia di spettatori, dati precisi non esistono, il coordinamento di teatri extra-fus sta facendo il censimento prorio in queste settimane), ma che non accedono ai fondi pubblici del Fus, il fondo unico dello spettacolo, finanziato dallo Stato.
E non hanno a loro favore, ad oggi, nessun sostengo degno di questo nome per far fronte alla pandemia economica provocata da un microscopico virus.
“In questi due mesi di inattività forzata – spiega ad Abruzzoweb Gentilucci -, con tutta la stagione e le attività formative cancellate, dal 16 aprile siamo riusciti a riprendere solo il lavoro di organizzazione di un archivio che annovera materiali accumulati in cinquantanni di attività, grazie alla collaborazione del Servizio Civile Universale che ci ha affidato dei volontari. Archivio che poi sarà messo gratuitamente a disposizione di cittadini e studenti”.
Inoltre spiega Gentilucci, “con altri operatori, anche di natura politica, stiamo confrontandoci sul futuro del nostro lavoro e in generale dello spettacolo. Saremo costretti a reinventare forme e spazi di espressione, cogliendo l’occasione dell’obbligo del distanziamento sociale imposto dal coronavirus. Personalmente però non credo affatto a parodie del teatro, con gli attori che recitano in collegamento web. Il teatro non può prescindere dal pubblico, dal suo essere un’espressione d’arte immediata e dal vivo. Personalmente, non vorrei inventare nulla che sia un surrogato della specificità dell’agire spazio temporale del teatro per il rispetto che ho dello spettatore. Ecco, la sfida è questa, e in aiuto possono venire anche le esperienze delle avanguardie storiche, e l’uso opportuno della multimedialità, l’utilizzo della tecnologia e di altri linguaggi. Quanto la tecnologia prende il sopravvento si perde la poesia, ma possiamo e dobbiamo essere capaci di inserirla in un percorso nuovo, che salvaguardi la poesia, che non faccia perdere l’immediatezza. Il teatro oggi si può salvare reinventando i contenuti, prima ancora che con gli aiuti economici d’emergenza”.
Certo è che però anche il vil denaro è ora un problema drammatico per il mondo del teatro e di tutto lo spettacolo, tra i più colpiti dal “tutti a casa”, e dalla totale cancellazione di qualsivoglia attività che presuppone assembramento e promiscuità.
“Quello che sta accadendo – commenta Gentilucci a questo proposito – conferma che c’è molta differenza fra chi è inserito nel Fus e chi ne è fuori. I primi hanno una garanzia, a monte, grazie ai contributi dello Stato. I secondi devono contare sulle loro forze e dovrebbero in queste situaziono poter contare almeno sugli Enti locali”.
Una realtà che però allo stato attuale, con le porte sbarrate dei teatri e i palchi deserti, che potrebbero rimanere tali anche per tutta l’estate, conta un gran numero di attori, e addetti a vario e assortito titolo, a casa e senza nessun sostegno economico, se non i 600 euro previsti nel Cura Italia e la cassa integrazione in deroga per chi ha i dipendenti.
“Da questo punto di vista la Regione è del tutto assente, lo confermo, come pure dal governo e dal ministro dei beni culturali, Dario Franceschini – afferma Gentilucci -, finora sono arrivate solo promesse e rassicurazioni, ma pochi fatti concreti. Io ho dovuto mettere in cassa integrazione in deroga i nostri due impiegati, ma non si sa nemmeno fino a quando questo paracadute sarà garantito, e comunque ancora non arriva un euro. Una cosa è certa, non saranno licenziati, qualcosa ci inventeremo. Mi sono informato sul prestito agevolato di 25 mila euro previsto dal decreto Cura Italia, ma le banche non sono ancora del tutto attrezzate, spiegano che il quadro non è ancora chiaro. Sarebbe in ogni caso una boccata di ossigeno nel breve periodo, ma poi questi soldi andranno seppure a rate restituiti, e con questo scenario potrebbe essere un problema”.
Gentilucci però non ha nessuna intenzione di gettare la spugna. E sarebbe un grave danno se accadesse, per i tanti paesi dell’aquilano i cui giovani e meno giovani non solo vengono a vedere spettacoli sempre di alto livello, anche internazionale, ma partecipano a corsi, seminari, laboratori, e più di uno ha scoperto grazie al Nobelperlapace, anche un talento e una vocazione che sarebbero rimasto silente e inespresse.
“Sono ottimista, questa professione la faccio per passione, e non mi spavento nemmeno a difficoltà di questa portata. Del resto il teatro ha superato difficoltà ben maggiori, anche le persecuzioni della Chiesa nel medioevo. Come abbiamo fatto già undici anni fa, dopo il terremoto del 6 aprile 2009, ci adatteremo ancora una volta al mondo nuovo”.






