AVEZZANO – Un raro gioiello del rugby nel cuore della Marsica.
Giovambattista Venditti è l’ultimo talento abruzzese in ordine di tempo, primo atleta marsicano a indossare la maglia della Nazionale maggiore Azzurra.
Vera e propria rivelazione dell’Italrugby al Sei Nazioni 2012 l’ala avezzanese ha sfruttato al meglio la vetrina offerta dal ct Jacques Brunel.
Già nel cuore dei tifosi italiani dopo soli quattro presenze, ha marcato due mete allo stadio “Olimpico” di Roma che hanno lasciato il segno: la prima a un passo dalla storia contro l’Inghilterra (match poi perso dagli Azzurri 15-19, ndr), la seconda decisiva con la Scozia che ha permesso all’Italia di vincere la partita 13-6 evitando il “Cucchiaio di legno”, titolo assegnato alla squadra che arriva ultima nel torneo europeo.
Rimasto con i piedi per terra nonostante i boati esplosi dal pubblico per le sue mete, il giocatore classe ’90 si racconta ad AbruzzoWeb con semplicità e tanta speranza per il futuro nel mondo della palla ovale.
Cresciuto nelle giovanili dell’Avezzano Rugby, a quindici anni si è trasferito a Roma; per tre anni “alunno” dell’Accademia federale di Tirrenia, nel weekend tornava a giocare con l’Unione Rugby Capitolina.
Firmato il primo contratto professionistico con il Gran Parma, il metaman è da due stagioni in forza negli Aironi, franchigia italiana inserita nel RaboDirect Pro 12, ex Magners Celtic League.
Sei reduce dal tuo primo Sei Nazioni. Hai marcato in azzurro due mete importanti e collezionato quattro caps. Come ti senti di aver giocato?
Diciamo che le mete hanno salvato le prestazioni. Le prime due partite (con Francia e Inghilterra) non sono state sufficienti, contro l’Irlanda abbiamo sprecato il secondo tempo perché avevamo giocato bene. Con il Galles non è stata una buona prestazione, mentre con la Scozia abbiamo meritato la vittoria. Sono contento di aver disputato un po’ di partite e ho avuto la fortuna di aver marcato entrambe mete (la prima con l’Inghilterra, la seconda decisiva con la Scozia, ndr) in Italia.
Dopo il debutto con la maglia azzurra com’è cambiato il rapporto con il pubblico?
Adesso intorno a me c’è senza dubbio più movimento e mi ha aiutato molto il fatto di segnare le mete allo stadio “Olimpico”. Credo però che il rugby sia ancora uno sport poco conosciuto e c’è ancora tanta strada da fare per la diffusione.
Oggi giochi nella franchigia degli Aironi. Cosa pensi della Lega Celtica e del fisiologico abbassamento di livello nel massimo campionato italiano d’Eccellenza?
Sono negli Aironi da due stagioni. L’anno passato il campionato è stato difficile e personalmente ho giocato davvero poco. Secondo me non c’è paragone: è un altro rugby e questo è uno sprone davvero grande. L’Eccellenza è sottovalutata, sicuramente i giocatori stranieri sono diminuiti, ma ci sono tantissimi campioni nelle nazionali giovanili. Ogni squadra è piena di atleti promettenti, quindi per il ricambio generazionale il loro impiego è molto importante.
Facciamo un passo indietro. Come ti sei avvicinato alla palla ovale?
Ho incominciato a nove anni nelle giovanili dell’Avezzano Rugby dell’allora presidente Angelo Trombetta (oggi a capo del Comitato Abruzzo, ndr). La mia famiglia non conosceva il rugby; ho iniziato perché un mio compagno di classe delle elementari giocava e mi sono appassionato. Ho fatto tutto il mini rugby e poi sono andato a Roma.
Tu sei uno dei giovani cresciuti dall’Accademia di Tirrenia. Che ricordo hai della tua formazione nella scuola federale?
Sono stato lì tre anni. Dal lunedì al venerdì ero in accademia, poi il venerdì rientravo nel mio club assieme ad altri compagni. Il sabato eravamo liberi, poi la domenica giocavamo con l’under 19 (con cui ha conquistato due campionati, ndr). Nel 2009 ho firmato un contratto professionistico con il Gran Parma.
Soffermiamoci sugli allenatori che hai avuto. Chi è stato determinante per la tua formazione?
Ho avuto la fortuna di avere allenatori di livello. Daniele Pacini mi ha portato a Roma e per me è stato quasi un papà: mi prendeva da scuola e mi firmava persino le giustificazioni. Nei tre anni passati in Accademia ho avuto la fortuna di essere formato da Gianluca Guidi e Stefano Romagnoli, attuali allenatori della Nazionale Emergenti.
Il rugby ti tiene lontano da casa già da anni. Oggi sei in forza negli Aironi e vivi con la tua famiglia a Parma. Qual è il tuo legame con l’Abruzzo?
Torno poco a casa. Quando ho qualche giorno libero provo sempre a tornare soprattutto per far stare mio figlio Leonardo con i nonni.
Hai compiuto da poco 22 anni e sei soltanto all’inizio della tua carriera. Come e dove vedi il tuo futuro nel mondo del rugby?
Spero di avere ancora tanti anni di carriera davanti a me. Come e dove, vedremo… l’importante è continuare a giocare a rugby. Mi ritengo un ragazzo molto fortunato che è sempre capitato in ottimi gruppi.
Tuo figlio Leonardo è ancora piccolo per giocare a rugby. Credi in futuro seguirà le tue orme?
Diciamo che qualche ovale a casa gira (ride). Quando ho segnato la mia prima meta allo stadio “Olimpico” contro l’Inghilterra mi hanno detto che ha guardato il maxi schermo e mi ha riconosciuto!



