ARI – Il sindaco e vice sindaco di Ari (Chieti), Elena Di Biase e Renato D’Alessandro, che nella vita privata sono anche compagni, sono stati rinviati a giudizio per reati contro i diritti politici dei cittadini, ovvero avrebbero fatto pressioni durante la campagna elettorale su numerosi elettori affinché votassero per loro.
I due amministratori del piccolo comune del Teatino, poco più di 1.800 persone, dovranno presentarsi davanti al tribunale di Ortona (Chieti) per rispondere di un’accusa particolarmente pesante per chi, come D’Alessandro, ha fatto della legalità la propria bandiera di fronte agli occhi di compaesani e non.
È stato proprio lui, nei dieci anni che ha trascorso da sindaco di Ari, prima di far presentare la compagna, a connotare il piccolo centro come il “paese della legalità”, con numerose manifestazione svolte in nome e per conto di questo valore.
Secondo il decreto di citazione a giudizio firmato dal pubblico ministero Giuseppe Falasca, sindaco e vice sindaco, durante l’ultima campagna elettorale, hanno “esercitato pressioni” e “minacce” nei confronti di diversi compaesani per costringerli a votare per loro.
Per essere certi che questo avvenisse, avrebbero escogitato “sistemi illeciti che aggiravano la segretezza del voto”: in pratica segni di riconoscimento sulle schede nel modo di scrivere il nome del candidato cui accordare la preferenza, in questo caso quello di Renato D’Alessandro.
Le elezioni sono state vinte con uno scarto di 31 voti e, dunque, la conclusione del processo potrebbe anche metterne a rischio la legittimità. Eventualità comunque remota visto che il processo è fissato nel 2013 e che nel 2014 si torna al voto.
L’indagine ha avuto inizio a seguito di un esposto del capogruppo di minoranza (lista civica “Ari Futura”), Marcello Salerno.
La Digos ha subito evidenziato la possibilità del reato contro i diritti politici del cittadino (articolo 294 del codice penale) con particolare gravità, sottolineano gli agenti, per “le richieste effettuate nei confronti di titolari di attività commerciali e imprenditoriali”.
Ci sono sei testimonianze di aresi che confermano le tesi del capogruppo di minoranza.
Secondo uno dei testimoni, sabato 6 giugno 2009, durante la campagna elettorale, il candidato sindaco Di Biase si era recato nella sua abitazione e aveva ordinato: “Da questa casa devono uscire sei voti” e poi, prendendo un fac simile della scheda elettorale, “i voti devono uscire così” e contemporaneamente aveva scritto il nome del candidato consigliere Renato D’Alessandro tutto in stampatello con una sola “e” in corsivo. Quel particolare doveva essere il segno di riconoscimento, la prova che tutta la famiglia avrebbe votato per loro. Il tutto condito con un “mi raccomando… altrimenti tu sai…”.
Sindaco e vice sindaco sono stati chiamati dalla polizia giudiziaria presso gli uffici della Digos a rilasciare un saggio grafico per una perizia calligrafica che accertasse che la calligrafia dei fac simile delle schede elettorali con i segni di riconoscimento fosse proprio la loro. Da un primo sommario esame la Digos attesta che effettivamente ci sono similitudini.
A margine di questa indagine c’è anche un altro filone d’inchiesta che riguarda le utenze telefoniche intestate al Comune. La Digos ha scoperto che ce n’erano una quarantina, prontamente disattivate al momento in cui il capogruppo Salerno ha inoltrato formale richiesta per sapere a quante persone il piccolo Comune di Ari pagava il cellulare.





