L’AQUILA – “Mi ricordo”. Questa l’espressione più frequente nel vivido racconto del chirurgo Vincenzo Vittorini, che oggi ha testimoniato nell’ottava udienza del processo alla commissione Grandi rischi.
L’uomo ha perso la moglie e una figlia nella notte del 6 aprile 2009. Una testimonianza toccante in cui Vittorini ha affermato al giudice di aver cambiato totalmente atteggiamento dopo la riunione della commissione del 31 marzo, che ha definito “maledetta” e che ha affermato che ha “anestetizzato” gli aquilani, annullando la loro “paura atavica” del terremoto.
“Ce l’ho impresso nella mente – ha affermato Vittorini, interrogato dal pm Roberta D’Avolio – Ricordo benissimo alcune persone e alcune dichiarazioni. Ricordo Barberi in un corridoio con pareti bianche sollecitato da giornalisti diceva che sì, i terremoti non si potevano prevedere ma che la situazione poteva essere definita normale”.
“Ricordo poi – ha aggiunto – la conferenza stampa cui parteciparono il sindaco, Massimo Cialente, l’assessore regionale alla Protezione civile, Daniela Stati, il professor Bernardo De Bernardinis e ricordo le loro parole. Oltre le parole, però, era importante quello che emergeva dai loro visi”.
Il chirurgo ha poi spiegato che “per il mestiere che faccio guardo anche molto la mimica delle persone. Non erano atterriti – ha asserito – anzi emergeva una tranquillità, le parole erano suffragate dalle espressioni del viso, come quando ho sentito che più scaricava con piccole scosse e meglio era. Una delle frasi che ho sentito e che più mi colpì e a cui ho fatto riferimento quella notte, sbagliando purtroppo”.
“Emergeva anche – ha continuato il racconto – che un sisma più forte di quello del 30 non ci sarebbe stato. Mettendo assieme tutto questo, le paure sul perché si riunissero all’Aquila erano scemate. Ci dicemmo la situazione è tranquilla, ci conviviamo”.
Ricordando la scomparsa moglie Claudia Spaziani, Vittorini ha detto che “era una donna risoluta, se avesse deciso di uscire non c’era commissione che l’avrebbe fermata. Purtroppo ci siamo fidati – ha detto al giudice – e ho preso una decisione sbagliata, di contravvenire a quella che era stata un’abitudine, un qualcosa che mio padre mi inculcava, il fatto di dire intanto si scappa, poi si riflette”.
“Eravamo come anestetizzati – ha cercato di spiegare con una metafora medica – come se qualcuno ci avesse tolto l’atavica paura del terremoto con la quale da sempre conviviamo. L’anestesia ti toglie la percezione, il dolore e la coscienza. Dopo quella maledetta riunione ci hanno inculcato che qualcosa di tremendo non potesse accadere”.
“Se solo qualcuno – ha concluso Vittorini – ci avesse detto che gli edifici dell’Aquila erano deboli, fragili, che era una città di cartapesta e per motivi storici può andare incontro a terremoti, che era meglio passare qualche notte in più al freddo! Non volevo far evacuare la città, ma poter scegliere il mio futuro”.



