L’AQUILA – Abitudini stravolte, orizzonti fisici e morali mutati, amici e vicinato lontani, nuove facce sul pianerottolo di casa, spesso con lingua e abitudini diverse, spazi che non sono più i loro e soprattutto un senso di provvisorietà, di temporaneità che non permette un adattamento completo alle nuove sistemazioni.

È questa la nuova vita degli aquilani che vivono nei moduli abitativi provvisori o nel progetto C.a.s.e., dati che emergono anche dall’indagine sul campo che AbruzzoWeb fa periodicamente nell’inchiesta “C.a.s.e. Tour”.

La sensazione è quella di essere ospiti, di dover prima o poi partire di nuovo, compiere l’ennesimo trasloco che in questi due anni e mezzo sembra essere stata l’occupazione principale degli aquilani.

“Ritengo sia arrivato il momento, dopo la fase dell’emergenza e la sistemazione in alloggi non di fortuna, di analizzare le condizioni di vita all’interno dei siti del progetto C.a.s.e. e più ancora negli insediamenti dei Moduli abitativi provvisori (Map)”.

L’ha detto ad Abruzzoweb Roberto Petullà, coordinatore della Struttura per la gestione dell’emergenza, parlando delle necessità di compiere uno studio per verificare le condizioni di vita mutate e la nuova socialità nell’ambito dei Progetti C.a.s.e. e dei Map.

“La Sge potrebbe anche compiere lo studio – ha continuato Petullà – fermo restando che sarebbe più un compito di natura sociologica. Sarebbe meglio se lo facesse il Comune dell’Aquila. Ci si dovrebbe accertare che nessun Comune lo stia già facendo”.

“La mia – ha precisato Petullà – è una sollecitazione affinché si faccia, potrebbe essere anche una iniziativa del Commissario per la ricostruzione. I Map sono comunque di pertinenza dei vari Comuni e dovrebbero essere loro a fare un’indagine del genere”.

A oggi, le uniche due indagini sulla socialità nei nuovi nuclei abitativi sono state svolte, in maniera del tutto indipendente dai Comuni di pertinenza, da Lina Calandra, professoressa della Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università dell’Aquila, studio intitolato Verso una nuova geografia sociale dell’Aquila post-sisma, e dall’Università di Roma “La Sapienza”, ancora in corso.

La situazione appare chiara a tutti, molte persone, soprattutto gli anziani, ma non solo loro, stanno vivendo la separazione dai luoghi della propria vita in maniera traumatica e angosciante.

Petullà ha aggiunto che è importante “capire come la delocalizzazione debba essere affrontata, affrontare il problema della socializzazione, individuare gli strumenti idonei a garantire una migliore qualità della vita”.

La reazione di molti è la chiusura totale verso le nuove relazioni sociali e le famiglie si chiudono nella loro “c.a.s.a.”, rifiutando il contatto con gli altri inquilini e limitandosi al “buongiorno” e “buonasera”.

“Non credo che a due anni e mezzo dal sisma si possa prescindere da valutazioni di questo tipo e qualcuno dovrebbe cominciare a farle: in maniera scientifica ma anche con vocazione didattica perché occorre formare a un diverso tipo di convivenza cui forse molti non erano abituati”, ha concluso Petullà.

La socialità, oggi, si cerca altrove, e quasi esclusivamente nei nuovi centri commerciali che, come funghi, nascono in ogni angolo della città, ma anche questo tipo di relazione è completamente diverso da quello, pre-sisma, del passeggio nel centro cittadino, del ritrovo nella piazza, inteso come punto nevralgico delle relazioni interpersonali, luogo di confronto e di “Socialità” con la “s” maiuscola.