L’AQUILA – Da dove cominciamo? Dal sangue dell’anziana donna sull’asfalto, risultato ovvio e per puro caso non mortale, dell’effetto ‘giungla’ del traffico aquilano post-sisma.

La scena è un ‘classico’ della filmografia stradale: una persona a piedi tenta di attraversare sulle strisce, un’automobile la centra in pieno.

La persona finisce per terra in stato di incoscienza, perde sangue, le ambulanze sono indisponibili (i tagli governativi questo impongono, forse d’ora in poi gli Stati dovranno andare avanti con le donazioni), il traffico è in tilt.

Ci pensa l’elicottero, certo, ma dopo quanto? Dopo venti minuti.

Scena numero due, nel caso in cui non sia buona la prima: una persona a piedi tenta di attraversare sulle strisce, un’automobile la sfiora, tragedia evitata: ma un’altra automobile, elemento ormai poco sorprendente, sorpassa e finisce il lavoro.

Stamattina all’Aquila la prima scena è quella ‘giusta’, quella che ha mostrato, ma non ce n’era affatto bisogno, lo stato terrificante in cui versa la gestione del traffico nel capoluogo abruzzese.

Qualcuno dirà che ovunque in Italia ci si trova nelle stesse condizioni, i ‘falciati’ in strada sono all’ordine del giorno.

Sì, ma in Italia il cantiere più grande, foriero di problematiche esponenziali da far paura, sta qui all’Aquila.

Il sisma di due anni fa ha sparigliato le carte a tutti i livelli, mostrando le lacune che hanno fatto dell’Aquila un modello infelice per soluzioni urbanistiche e viabilità, le stesse che rendono molte altre città italiane, non solo d’arte, assolutamente poco vivibili.

Qui però nessuno ha saputo mettere mano ai piani traffico e urbanistico neppure dopo il 6 aprile 2009.

La scelta di fare alla ‘viva il parroco’, di lasciare che l’emergenza fosse portata avanti senza una visione complessiva e a lungo termine, si è rivelata suicida.

Adesso a governare le strade aquilane è, senza alcun dubbio, il caos.

Perché, purtroppo, la psiche umana ha tante facce.

Alcune di queste portano a gettare in strada la frustrazione. Basta fare un giro per L’Aquila, a piedi o in macchina, per rendersi conto di quanta ce ne sia.

La mancanza di certezze minime in un territorio martoriato come il nostro, è figlia non soltanto della natura feroce e infame del terremoto, ma anche della approssimazione messa in campo da chi dovrebbe invece saper gestire almeno il gestibile.

In attesa della tanto sperata ricostruzione pesante, roba da far tremare i polsi a chi li ha ancora caldi, se le istituzioni e i tecnici non prenderanno decisioni drastiche e se non si darà un freno alla generale inadeguatezza dell’urbanistica e del traffico, si arriverà a contare non le persone svenute e i tamponamenti, ma i cadaveri.

Non è questo lo scenario che gli aquilani, quelli che rispettano le regole, si aspettano.