L’AQUILA – Archiviate la serrata ma poco brillante e litigiosa campagna elettorale e le elezioni politiche segnate in Abruzzo dal trionfo di Beppe Grillo, in tal senso in linea con il trend nazionale, ecco che nella nostra regione parte un’altra la corsa, questa volta molto più lunga, per la consultazione regionale che cade alla fine di questo anno.
A segnare, non solo simbolicamente, l’inizio di una campagna elettorale che si annuncia molto difficile è il ritorno all’attività amministrativa dell’Ente Regione: dopo la pausa per le politiche infatti torna oggi a riunirsi il Consiglio regionale.
La prima seduta dell’assemblea regionale coincide con l’inizio delle “ostilità” che attraverso una lunga volata dovranno portare al rinnovo del Consiglio regionale, una battaglia resa ancora più aspra dal fatto che potrebbe essere segnata dall’ingovernabilità e dal ritorno alle urne in campo nazionale.
Si annunciano mesi di grande contrapposizione tra i due schieramenti, la maggioranza di centrodestra guidata dal presidente della Regione, Gianni Chiodi, e l’opposizione di centrosinistra. Schieramenti che, oltre a fare i conti al proprio interno e scontrarsi tra di loro, dovranno fare i conti con l’ascesa alle Politiche, a loro spese, di Grillo che potrebbe confermarsi alle prossime Regionali.
I primi saranno impegnati nel sottolineare i successi nella riduzione dei costi della politica e nel risanamento del forte debito strutturale (circa 4 miliardi quando Chiodi è arrivato nel dicembre del 2008), ma soprattutto nell’aver tagliato le tasse dopo i buoni risultati ottenuti nell’azione di rientro del deficit della sanità e anche nel completare un programma che manca dell’approvazione di punti fondamentali.
I secondi nel mettere in evidenza il fallimento dell’amministrazione Chiodi attraverso la sottolineatura che il risanamento della sanità è stato solo un discorso ragionieristico che non però ha migliorato il livello dell’assistenza e che le promesse della campagna elettorale del 2008 non sono state mantenute.
Ma con il ritorno all’attività amministrativa i due schieramenti devono concentrarsi nel gestire gli effetti delle elezioni politiche in seno alle due coalizioni: considerando che il Pdl, partito di maggioranza relativa, nonostante abbia tenuto rispetto alle catastrofiche previsioni di qualche settimana prima del voto, ha comunque perso 18 punti percentuali, circa 160 mila voti, (41,5% e 344.203 a fronte dell’attuale 23,83% con 185.522 voti rispetto alle politiche del 2008, mentre il Pd, partito più grande del centrosinistra, il 24 e 25 febbraio in Abruzzo abbia deluso, con 11 punti di flessione con circa 101mila voti in meno sempre rispetto alle politiche del 2008, nonostante i favori del pronostico (33,50% e 277.226 nel 2008 a fronte del 22,60% e 175.968 lo scorso 24 e 25 febbraio).
Certamente i nodi da sciogliere sono soprattutto nella coalizione di centrodestra in particolare con il Pdl che si ritrova decimato in confronto alla gioiosa macchina da guerra di 24 consiglieri uscita dalle urne del 15 dicembre 2008.
Il Pdl deve fare i conti con le defezioni maturate strada facendo e con i frondisti e malpancisti delle ultime elezioni che sono insorti per l’esclusione dell’Aquila e Pescara da posti apparentemente utili per l’ingresso in Parlamento; anche se a Pescara, nel caso in cui Silvio Berlusconi opti per un seggio in un’altra regione, sarà eletta senatore il consigliere regionale Federica Chiavaroli, addirittura al numero cinque al Senato.
Oggi il Pdl potrebbe ritrovarsi con una decina di consiglieri alla luce dell’addio di Nicolettà Verì, non eletta con la lista Monti nonostante fosse capolista al Senato.
E con Paolo Gatti, assessore regionale molto vicino all’elezione alla Camera ed Emiliano Di Matteo, vice capogruppo in Consiglio regionale, passati a Fratelli d’Italia prima delle elezioni.
E con i tre dissidenti all’Emiciclo di “Presenza popolare”, gli assessori regionali Gianfranco Giuliante e Angelo Di Paolo, e il consigliere Riccardo Chiavaroli, portavoce pidiellino in Consiglio regionale.
E gli arrabbiati pescaresi come Carlo Masci, assessore regionale al Bilancio e candidato al Senato per la lista civica Rialzati Abruzzo fuori dalla coalizione di centrodestra, che comunque il 24 e 25 febbraio scorsi ha portato a casa circa 11mila voti.
Con Masci, tra l’altro, c’è da valutare la posizione degli altri due consiglieri regionali di Rialzati Abruzzo, Luciano Terra e Antonio Prospero, che Masci assicura essere al suo fianco.
Con un quadro del genere Chiodi, sicuro ricandidato del centrodestra, che non ha fatto mistero di lavorare a una ‘lista del presidente’, dovrà superarsi nell’esercizio delle pubbliche relazioni e nell’assicurare maggiori aperture per tenere unito non più il Pdl ma la coalizione nella quale pochi saranno disposti a fare sconti a partire dal concittadino Gatti, andato via dal Pdl proprio per l’insufficiente dialogo nel Popolo della libertà abruzzese.
Ciò per amministrare in questa parte finale della consiliatura, ma anche per avere una squadra forte alle elezioni.
L’unità del Pdl e della coalizione dipenderà molto anche dalla girandola di cambiamenti promessi prima delle elezioni per il riequilibrio territoriale violato dalla scelte dei candidati alle politiche con gli annunciati rimpasti della Giunta regionale, delle Giunte delle quattro Province abruzzesi e persino di quelle dei Comuni capoluogo dove governa il centrodestra e dove “comanda” il Popolo della libertà.
In questo balletto di poltrone era coinvolto anche del coordinamento regionale, da anni nelle mani del senatore uscente Filippo Piccone, eletto alla Camera come capolista, che era finito sul banco degli imputati insieme al suo vice, il senatore uscente e nuovo deputato Fabrizio Di Stefano e al presidente Chiodi, soprattutto per le scelte dei candidati alle elezioni politiche.
Questo vortice di cambiamenti non è più certo. A partire dalla poltrona di coordinatore regionale che Piccone vuole mantenere alla luce di quello che considera un successo elettorale del Pdl. E che prima delle elezioni aveva messo a disposizione di un pescarese, per il famoso riequilibrio territoriale (ora assicurato con la Chiavaroli).
A farne le spese il presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, escluso eccellente dai posti utili alle Politiche, insorto ma poi tornato all’ovile, ma anche l’outsider Mauro Di Dalmazio, assessore regionale esterno, fedelissimo di Chiodi, che il presidente aveva in mente di inserire all’ultimo momento tra i papabili approfittando della spaccatura sul nome di Pagano.
A questo punto non sembra certo neppure il rimpasto di Giunta che Chiodi per la verità non ha mai voluto fare: un rimescolamento di uomini che invece Piccone chiede per eliminare uno dei frondisti più duri nei suoi confronti , l’assessore regionale Giuliante, e per inserire il suo delfino, Massimo Verrecchia, marsicano come lui, a cui è sfuggita di un soffio l’elezione a Montecitorio, dopo essere stato candidato al numero 4. Una candidatura che non ha mancato di sollevare polemiche.
Ieri sera intanto si è tenuto un vertice del Pdl proprio per affrontare sorridenti. Volti distesi e sorrisi ritrovati alla luce degli insperati numeri venuti fuori dal voto, e nessuna decisione presa, nonostante la presenza di molti dei malpancisti. La conferma che le decisioni verranno prese a freddo e nell’immediato non ci sarà alcuno scombussolamento.
Anche in senso al centrosinistra sono molti i nodi da sciogliere, il tutto inserito nel contesto nazionale dove la coalizione guidata dal Pd ha vinto alla Camera ma non ha la maggioranza in Senato.
Nel centrosinistra, il Pd deve fare i conti con Luciano D’Alfonso, appena assolto dal ciclone che lo aveva investito come sindaco di Pescara, che punta dritto alla candidatura alla presidenza della Giunta regionale.
Nonostante le opinioni molto positive espresse dopo l’assoluzione, non tutti i vertici del Pd farebbero i salti di gioia. In lizza anche il riconfermato parlamentare Giovanni Legnini, passato da palazzo Madama a Montecitorio, e il non eletto Giovanni Lolli, ex sottosegretario.






