L’AQUILA – Dalla metà di ottobre niente più soldi per la ricostruzione.

È questo il quadro allarmante che è emerso dalle riunioni frenetiche tra i dirigenti delle ex strutture commissariali, gli emissari di Fabrizio Barca, i rappresentanti del ministero dell’Economia e le istituzioni locali che si stanno susseguendo all’Aquila da un po’ di tempo.

In soli due mesi il budget di 2 miliardi messo a disposizione da Cassa depositi è sceso da 400 a poco più di 135 milioni.

Statisticamente questo vuol dire che entro due-tre settimane la casella delle risorse disponibili segnerà zero, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare.

La richiesta di integrazione del plafond con un ulteriore miliardo, fatta dall’allora commissario Gianni Chiodi nel mese di luglio, non ha avuto esito e adesso i rappresentanti del governo stanno affannandosi per trovare altri soldi.

Questo significa che si arriverà al paradosso che i proprietari avranno in mano i provvedimenti di finanziamento firmati dai sindaci ma i titolari del contributo non sapranno che farsene perché le banche non concederanno l’apertura dei conti correnti.

Il meccanismo, infatti, funziona in questo modo: gli uffici tecnici dei Comuni o la filiera Fintecna-Cineas-Reluis per gli enti che hanno deciso di convenzionarsi esaminano i progetti e autorizzano la spesa per la riparazione degli immobili, il titolare dell’indennizzo si reca in un istituto di credito con il “pezzo di carta” e la banca accredita su un conto ad hoc l’importo ammesso a contributo.

Soldi che, grazie a un accordo tra l’Associazione banche d’Italia (Abi) e Cassa depositi e prestiti, vengono resi disponibili e su cui lo Stato paga gli interessi come fosse un privato. Quando le banche non avranno più la certezza della copertura finanziaria, dunque, chiuderanno i rubinetti. A meno che non arrivino altri euro sonanti.

I cittadini aquilani e del cratere, in pratica, saranno costretti come gli avventori dei saldi di fine stagione o le persone che, in queste ore, stanno facendo file chilometriche per accaparrarsi i nuovissimi iPhone 5: chi prima arriva prende la merce migliore, gli altri rimangono a mani vuote e si arrangiano.

La soluzione potrebbe essere un decreto urgente da convertire in Parlamento, magari aumentando ancora le accise sulla benzina, oppure infilando qualche emendamento in sede di approvazione della legge di stabilità, la vecchia finanziaria.

Al momento, però, la situazione è paralizzata e i pezzi grossi del Mef, a precisa domanda, fanno scena muta, come accaduto nel corso di uno dei vertici aquilani di qualche giorno fa.

A questo si aggiunge il problema del trasferimento delle risorse della contabilità speciale fino al 31 agosto in mano al commissario, che secondo la legge Barca dovranno andare a finire nelle casse degli enti locali.

Non si capisce in che modo destinare e ripartire queste somme né come fare per i successivi impegni di spesa al momento non prevedibili, vedi le messe in sicurezza o il rilascio di contributi per le pratiche depositate successivamente al provvedimento da parte del Mef. 

Una confusione totale, tanto che da più parti emerge la sensazione che la fine repentina dell’emergenza e la chiusura della contabilità speciale in mano al commissario sia stato un salto nel vuoto di cui non si sono calcolate a dovere le conseguenze.

Una scure che capita proprio nel momento in cui sembrava che la ricostruzione pesante, almeno nelle periferie dell’Aquila e degli altri centri del cratere, cominciasse a muovere passi importanti.

Una mazzata non solo per imprese e fornitori, che si troveranno a secco di liquidità, ma anche per i cittadini, stanchi di aspettare e di ascoltare tante belle parole che ogni volta si rivelano passi enfatici di un improbabile libro dei sogni, per giunta scritto male.ù

CHIODI: “GOVERNO NON LASCERA’ LE CASSE VUOTE”

“Il problema c’è sempre stato: i fondi per la ricostruzione non sono ancora tutti disponibili, ma sono sicuro che qualunque governo non farà mancare le risorse man mano che ce ne sarà l’esigenza”.

Sono le parole dell’ex commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, in relazione all’allarme fondi per la ricostruzione, passati da 400 a 135 milioni e che potrebbe portare a un blocco dell’intero processo.

Chiodi si mostra fiducioso nelle capacità del governo che “farà di tutto per assicurare la continuità di fondi”, e non manca di sottolineare più volte che l’intera responsabilità sulla ricostruzione post terremoto non è più sua, da quando a fine agosto ha rimesso le sue competenze da commissario.

“Fino al 31 agosto – dice – ho fatto tutto quello che dovevo, poi il governo stabilito un’organizzazione diversa. Rimango a disposizione, ovviamente, e mi farò sentire con le mie rimostranze. Ma a questo punto sarebbe il caso di chiamare il governo sulla questione dei fondi, anche perché sulle cifre residue dovrei fare una verifica con la Ragioneria dello Stato”.

Se sia stato un atto troppo repentino chiudere la contabilità speciale, che era nelle mani del commissario e che secondo la legge Barca passerà agli enti locali, Chiodi passa la palla al governo: “la legge è stata votata da Parlamento, non si può dire che sia un azzardo”.

“Gli alibi sono finiti per tutti – conclude – prima ero io il catalizzatore di tutto, invece le cose sono andate avanti. Speriamo proseguano anche in futuro”. Elisa Marulli