L’AQUILA – Il clima non è dei migliori per festeggiare: per la tragedia di Rigopiano, ancora in corso, per la paura delle scosse, per il gelo ancora largamente presente in città, ma comunque stasera all’Aquila pochi o tanti rinnoveranno un rito che non si è mai interrotto, neanche nel 2010 a pochi mesi dal terremoto cittadino: la tradizione di Sant’Agnese.

Amici, colleghi, gruppi di ogni genere si ritroveranno nei ristoranti cittadini e con libere elezioni voteranno tra loro i più maldicenti e linguacciuti, sulla base delle storiche cariche che vengono rinnovate anno dopo anno ormai dalla notte dei tempi. Come tutti gli anni AbruzzoWeb pubblicherà le foto e i nomi di chi farà arrivare i risultati degli scrutini elettorali all’indirizzo [email protected].

La novità del 2017 è che la festa delle malelingue o della maldicenza, particolare e pettegola tradizione tutta aquilana, potrebbe avere un’origine storica molto precisa: il 21 gennaio del 1371, giorno in cui giunse in città la notizia della fine di una lunga e sanguinosa guerra sociale tra le potenti famiglie dei Pretatti e dei Camponeschi, e il governo cittadino stabilì di “mettere a statuto” che il giorno di Sant’Agnese fosse festivo e non si dovesse svolgere attività alcuna.

“Quella novella in Santa Annesa in Aquila arecone / la palma in san Massimo subito ficcata fone”, recitava Antonio di Buccio di Ranallo alla strofa 220 del suo Antiquitates.

Il messo della regina Giovanna I entrò all’Aquila, da Napoli, a portare la notizia e, come da uso, pose un ramo di palma nel Duomo dei Santi Massimo e Giorgio. Le due potenti famiglie si contendevano da decenni l’egemonia cittadina in una faida combattuta su due fronti.

Da un lato la violenza reale, efferata, fatta di omicidi, furti, rapimenti, stupri, saccheggi e incendi; dall’altro, la sottile politica di ambiguità forte del malcontento abilmente lasciato serpeggiare tra la gente dai sostenitori di questa o quella fazione.

L’armistizio ottenuto dalla regina Giovanna significava la riammissione dei fuoriusciti Camponeschi e il termine di una guerra intestina talmente sanguinosa che il popolo aquilano, stanco di angherie e soprusi e del continuo aumento delle tasse imposte dal governo cittadino per riparare i danni provocati appunto dalle lotte, sottopose le lamentele, il Male dicere, sotto forma di supplica alla sovrana.

Che intervenì, convocando i rappresentanti dei Camponeschi e dei Pretatti e alcuni dei migliori uomini della città, a Tripergole, vicino Napoli, come chiesto dagli ambasciatori cittadini “che fornesse questa pace e vedesse le malitie loro”.

Tanto fece, appunto, la regina, mostrando ai contendenti “ il male” delle loro azioni violente e della loro condotta ambigua perché “io contenta non sone”è riportato sempre nella cronaca di Antonio di Buccio.

I capi dei Camponeschi e Pretatti furono imprigionati per settimane in Castel dell’Ovo, fin quando non accettarono di sottoscrivere l’armistizio.

L’istituzione della festa di Sant’Agnese sembra essere legata quindi, almeno stando a quanto risulta dai documenti dell’epoca, riformagioni, statuti e cronache, adun fatto reale, già pur citato nelle varie ricostruzioni “storiche” della storia di questa tradizione e forse sottovalutato.

Un avvenimento che ha trovato nella giornata del 21 gennaio 1371 il culmine, l’apice, ma non la sua conclusione.

Il passaggio chiave, cioè il come si è giunti all’accezione di festa dei pettegoli, è purtroppo nebuloso e incerto, e solo si può ipotizzare.

Anche se ancora nel ‘700 nel ceto borghese e nobile cittadino ci si divertiva a comporre versetti denigratori, ironici, beffardi, sparando a zero sulle donne, il clero, i signorotti e le loro beghe familiari.

Ne è prova una raccolta di satire esplicite e mordaci dal titolo Forme satiriche aquilane del Settecento tratte da manoscritti inediti conservati nell’archivio della famiglia De Nardis.

Facile, in ogni caso, credere alle varie teorie sui servitori e servitrici che si riunivano nelle bettole per sparlare dei padroni.

O alla pratica sostenuta dalle domestiche di bassa estrazione sociale, spesso prostitute o malmaritate ospitate nel convento cittadino proprio intitolato a Sant’Agnese, di riferire senza pudori e con esagerazioni e cattiverie, ciò che avveniva nelle case dei loro padroni, per una sorta di rivalsa nei loro confronti. 

Tesi questa citata e accreditata dal “devoto” Amedeo Esposito, tra i fondatori dell’Associazione culturale Devoti Di Sant’Agnese, che vuole appunto riscoprire ed esportare l’aspetto culturale della tradizione dei linguacciuti.

Riaffermare, cioè, la sua origine legata alla critica costruttiva, al “dire il male” apertamente e con franchezza, come messo in pratica dalla regina Giovanna I che sottolineò le malefatte di Pretatti e Camponeschi, ma sottilmente distinto dal “dire male”, cioè dalla calunnia gratuita, dal pettegolezzo e dalla chiacchiera.

Nel corso dei secoli, i fatti della vita reale del contado, della città, della politica, di ogni ceto sociale dalla servitù alla borghesia alla nobiltà, si sono mescolati con l’aspetto religioso della ricorrenza, il martirio della giovinetta Sant’Agnese in Roma, buttata in postribolo, costretta tra le prostitute, per essere disonorata, torturata e infine decapitata.

Tutto questo ha dato vita a una tradizione orale tramandata di madre in figlia, di nuora in suocera è il caso di dire, fino alla festa del Pettegolezzo moderna, con le sue “cariche” dai nomi satirici come “Lengua Zozza”, “Lavannara”, “Recchia Fredda”, “Mamma dei Ca..i deji atri” e le decine e decine di ‘congreghe’ che ogni anno rinnovano il rito dei linguacciuti.

I due aspetti, goliardico e culturale, non sono slegati, non c’è una predominanza dell’uno sull’altro. 

I fatti intanto restano indiscutibili, documentati negli atti e nelle cronache del passato. Il reale si mescola con l’immaginario e le consuetudini popolari , creando un fenomeno di costume, unico nel suo genere.