L’AQUILA – Diversa intensità, estensione ed evoluzione.

Più differenze che le analogie tra il terremoto aquilano del 6 aprile 2009 e quello che ha colpito l’Emilia Romagna il 20 maggio scorso. Non solo riguardo il numero di vittime, 309 all’Aquila e 24 in Emilia, ma anche nel numero e nell’intensità delle scosse.

A spiegarlo è Gaetano De Luca, responsabile della rete di monitoraggio abruzzese dell’Ingv, che fa un raffronto tra i due distruttivi terremoti che hanno messo in ginocchio, con tempi e modi diversi, due intere regioni italiane.

Ci sono analogie tra il sisma aquilano e quello che sta mettendo in ginocchio l’Emilia Romagna?

Il terremoto che ha devastato L’Aquila ha avuto una magnitudo momento di 6.3 gradi, mentre quello emiliano di dieci giorni fa, che prendo in considerazione perché è stato l’evento principale, ha registrato un 6.1.

Ciò significa che la scossa del 6 aprile 2009 è stata circa dieci volte più forte di quella del 20 maggio scorso.

All’Aquila le oscillazioni sono state pari a 1 g (accelerazione di gravità), nel Modenese il valore è stato pari a circa la metà. Per rendere meglio l’idea, si può pensare che se una persona viene spinta dal basso verso l’alto con l’accelerazione di 1g, prende il volo.

Un’altra differenza è che mentre L’Aquila è sprofondata, in Emilia c’è stato un innalzamento del terreno. Si è scesi di circa mezzo metro nel primo caso, dove le due zolle si sono allontanate, mentre nel secondo caso il suolo si è alzato di dieci centimetri perché queste hanno subito una compressione.

Per quanto riguarda  il numero e intensità delle scosse, possiamo fare qualche parallelismo?

I due terremoti stanno avendo comportamenti molto diversi. Dopo il 6 aprile si sono verificate alcune forti scosse: quella da 5.4 il giorno dopo e poi tre e eventi vicini ai 5 gradi della scala Richter nei giorni successivi.

In Emilia si stanno susseguendo tantissimi eventi superiori alla magnitudo 4. Si sta evolvendo in maniera del tutto diversa rispetto al terremoto aquilano.

Il terremoto di ieri di 5.8, che ha avuto epicentro vicino il  comune modenese di Cavezzo, è stato inizialmente identificato come una scossa di assestamento di quella di dieci giorni fa. È proprio così?

Non parlerei di scosse di assestamento. Ogni terremoto, anche il primo in assoluto, è infatti una nuova scossa. Ogni sisma crea una situazione di squilibrio e le scosse successive sono legate a questo.

Fino al 20 maggio si è sempre considerata l’Emilia Romagna una regione a basso rischio sismico. Come mai?

Bisogna fare distinzione tra pericolosità e vulnerabilità di un territorio. Possiamo dire che sicuramente è una regione meno pericolosa del territorio aquilano. Lo dimostra il fatto che prima del terremoto, nell’Aquilano c’erano 40 stazioni sismiche, in Emilia solo 10.

Il problema è la vulnerabilità degli edifici: quando una pericolosità non eccessiva si unisce a una vulnerabilità alta, si hanno molti danni.

Il rischio aumenta anche in proporzione alla densità della popolazione. All’Aquila è stata sconquassata un’intera città, anche per questo ci sono  state più vittime.

Anche in Emilia è mancata la prevenzione. I capannoni industriali si sono polverizzati. Non si può morire per una scossa da 5.8!

Si può fare qualche previsione su come evolverà la situazione?

Sicuramente ci saranno nuove scosse, che potrebbero essere di maggiore intensità o minore, non possiamo dirlo con certezza.

Il terremoto in Emilia potrebbe provocare nuove scosse all’Aquila?

Lo escluderei.  La distanza tra i due territori è troppo elevata affinché possa risvegliare qualcosa dalle nostre parti.