L’AQUILA – “Il terremoto del centro Italia ha interessato una serie di faglie non interessate dai precedenti terremoti, quelli di Norcia del 1979, dell’Umbria-Marche del 1997 e dell’Aquila del 2009, una zona che non aveva subìto terremoti in quelle occasioni, ma è comunque una zona altamente sismica, ci sono faglie attive, in questo caso quella del monte Vettore, che si conosce da tanto tempo”.

Così Nicola Tullo, presidente dell’Ordine dei geologi d’Abruzzo, spiega che “non c’è assolutamente” alcuna correlazione tra le faglie presenti in Abruzzo e quella che si è attivata il 24 agosto distruggendo Amatrice, Accumoli e altri centri tra Lazio, Marche e Umbria, e dunque nessuna ipotesi che quell’evento possa in qualche modo innescare reazioni della crosta terrestre nelle regioni limitrofe.

“Tutto l’Appennino è costellato di faglie, è una struttura recente in fase distensiva, sostanzialmente si muove, è in fase evolutiva – spiega – oggi il terremoto lo abbiamo avuto lì, domani probabilmente lo avremo su un’altra faglia ma non perché quest’altra faglia si sveglierà, non c’è correlazione”.

Tullo ripete che “non si possono risvegliare strutture particolari, come alcuni affermano”. E spiega come “tante faglie interessano l’Abruzzo, trasversali lungo l’Appennino, ma non significa nulla, potremmo avere dei terremoti ma non ci entrerebbe nulla con quello di Amatrice”.

“Lo stato della scienza non è tale da poter prevedere terremoti – ricorda Tullo – i vari metodi che da secoli si propongono sono assolutamente privi di base scientifica, la nostra politica deve essere solo di prevenzione: mettere in sicurezza il nostro patrimonio monumentale ed edilizio”.

“Nel terremoto agiscono le caratteristiche strutturali e quelle geologiche, questo sisma – aggiunge – è di medie intensità, in alcune zone si sono verificate tante frane, ma è una zona dove il patrimonio edilizio è estremamente datato, perciò ha creato tanti danni, ci sono case in pietra assolutamente senza criteri antisisimici”.

“La profondità ridotta dell’epicentro”, aggiunge, “provoca un grosso danno nella zona epicentrale, mentre lontano si sente ma non porta grossi effetti”.

Per Di Tullo, l’evento del 24 agosto è “ancora una volta il segnale che se non mettiamo in sicurezza ci saranno danni e morti sempre”.

“Occorre iniziare – dice – un’azione di informazione della popolazione che manca dappertutto, dei famosi piani di protezione civile, adottati dal 70 per cento dei comuni, che in Abruzzo addirittura raggiungono il 90, la popolazione non ne sa nulla, rimangono nel cassetto!”.

“Se uno muore non lo fa perché è scemo, ma perché nessuno gli ha mai detto come fare”, aggiunge.

Il presidente dei Geologi spiega anche che è puramente empirica e comunque priva di fondamento scientifico la tesi per la quale i forti terremoti si ripetono in una determinata località a distanza sempre dello stesso arco temporale, e fa l’esempio del Vesuvio, i cui “tempi di ritorno sono già superati”.

“Potrebbe tornare ad eruttare ma anche no”, dice, “sono tutti episodi che sono separati tra loro”.

Sugli effetti devastanti del terremoto ad Amatrice, Tullo spiega come “dal punto di vista geologico ci sono aree che possono avere gli effetti di sito, cioè quando hai due edifici simili vicini e uno regge e un altro no, lo abbiamo verificato anche all’Aquila”.

“In Abruzzo grazie al fondo del 2011 per la prevenzione sismica – ricorda – abbiamo studiato tutti i centri abitati, realizzando una microzonazione di livello 1, che suddivide il territorio in aree a comportamento sismico omogeneo. Nell’ambito di una singola area però è necessario studiare il singolo sito e questo lo si fa attraverso studi di risposta sismica locale, che sono fondamentali, è l’unico modo per sapere come si comporterà quel sito in caso di terremoto”.

“Basta vedere L’Aquila – dice – dove c’è Monticchio con ‘zero danni’ e di fronte c’è Onna che è andata distrutta completamente”.

Quando si costruisce, insomma, maggiore attenzione andrebbe rivolta alla qualità del sottosuolo.

“La legge prevede che la relazione geologica ci sia sempre – spiega Tullo – il problema è come questa viene percepita dai committenti: purtroppo ancora come l’ennesimo balzello, fare capire che per poter avere un modello è necessario fare sondaggi è molto difficile, il geologo fa tanto a occhio ma c’è spesso bisogno di carotaggi, sondaggi geognostici per la valutazione delle caratteristiche geologiche e geotecniche del terreno, che spesso però non si riescono a fare in modo esaustivo”.

“Con il regime autorizzativo, che ha sostituito quello del semplice deposito al Genio civile, il discorso dovrebbe cambiare”, aggiunge.

In ogni caso, “la gente dovrebbe iniziare a chiedersi se il proprio fabbricato è sicuro e speriamo che arrivino anche sgravi da parte dello Stato per gli adeguamenti”, conclude il presidente Tullo.