L’AQUILA – Merito e meritocrazia sono parole utilizzate quasi sempre, dal bar ai dibattiti sui media, per dimostrare soprattutto la loro assenza nei vari settori della nostra società e quanto sia importante, anzi, vitale, per migliorare la già citata società, dare spazio a chi merita.

“In Italia non c’è meritocrazia!”, tanto per citarne una, è frase che troneggia un po’ ovunque e che trova d’accordo operai e padroni, politici ed economisti di opposte fazioni, medici e infermieri, manager e perfino gli ubriachi nella balera più triste e infame in città.

E questo, se si dispone di un minimo di senso della logica, anche il più superficiale, dovrebbe, se non far preoccupare, quantomeno far riflettere.

Di questo e molto altro è convinto, da tempo, Mauro Boarelli, storico e saggista che, sul tema, ha pubblicato Contro l’ideologia del merito (Laterza), per spiegare, in sostanza, la derivazione e la deriva neoliberiste dello stesso concetto di meritocrazia.

Che, di fatto, ha travolto pressoché ogni settore della società, dalla scuola, all’università, al mondo del lavoro, alla famiglia, alle comunità.

Insomma, l’intera collettività spinta verso il basso, in termini culturali, sociali ed economici, in nome del libero mercato senza freni, quello della libertà totale di fare ciò che si vuole, in cui vince sempre il più forte e in cui tutti gli altri sono semplicemente “quelli che non ce l’hanno fatta”.

AbruzzoWeb ha intervistato l’autore.

Dottor Boarelli, perché ha deciso di scrivere un saggio su un tema del genere?

Alcuni anni fa scrissi un articolo per “Lo Straniero”, una rivista con cui collaboravo e che non esiste più, sulla meritocrazia, argomento che all’epoca non conoscevo per nulla, ma del quale sentivo l’ambiguità. E ho cominciato a studiarlo per capirne di più. Il primo articolo era dedicato all’origine del termine e una parte si ritrova nel libro, in maniera ovviamente sviluppata. Poi lo studio si è accresciuto per dieci anni, così ho deciso di dare una veste organica al tutto, perché in Italia riflessioni di questo genere sono scarse. E quando sono interessanti, sono anche “settoriali”, ad esempio da università. Mancava uno sguardo di insieme, mostrare come i pezzi fossero connessi.

Andiamo sul vivo del tema. 

Volevo capire bene cosa si nasconde dietro un concetto apparentemente positivo, poiché il termine “merito” ha delle connotazioni originarie positive poi trasmutate in altro. Come ho già detto, sentivo l’ambiguità del concetto. E mi sono chiesto il perché di queste ambiguità. Il titolo del libro è quindi preciso, “Contro l’ideologia del merito”, dunque contro ciò che è stato costruito sopra un concetto che ha origini differenti.

L’ideologia liberista è “coinvolta”? 

Sì. Il merito ha molto a che vedere con l’ideologia liberista, un legame molto stretto ma non sempre così evidente. A parlare di neoliberismo, inoltre, si pensa di fare a nostra volta ideologia ma non è così. Nel libro riporto degli esempi storici molto concreti. I concetti base a cui fa capo l’intero costrutto del merito affondano nei luoghi in cui fu elaborata l’ideologia neoliberista, a partire dal concetto di capitale sociale elaborato dalla Scuola di Chicago. Oggi una istituzione come la scuola ne è totalmente pervasa, idem l’università, e in generale è tutta la società intera ad esserne pervasa. Il liberismo, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, non ha più avuto nessun contraltare, nessun’altra ideologia o altre teorie economiche e sociali che si contrapponessero. Avendo campo libero, ha fagocitato tutto.

Questo cosa spiega?

Questo spiega molto del concetto di merito che è dilagato, finendo per essere un consenso “trasversale”. I politici di sinistra, di centro e di destra sono tutti d’accordo sul merito. E questo la dice lunga sulla pervasività di questa ideologia.

Secondo lei è tardi per rimediare?

No, credo che la società abbia sempre degli anticorpi, ma questi ultimi devono trovare un ambiente per svilupparsi e la loro reazione si coaguli in qualcosa di costruttivo. Certo, in questo momento il sistema politico in senso ampio è assolutamente debole, frantumato come è frantumata l’intera struttura sociale. Gli anticorpi sono sparsi nella società, ma, appunto sono sparsi e rimangono sparsi. Una reazione ci sarà, anche perché il meccanismo è sempre più distruttivo, ma va capito in che termini.

Nel mondo qualche segnale buono c’è?

I segnali in giro per il mondo ci sono. Sono segnali in cui il conflitto sociale troppo sopito sfocia anche in forme di violenza, ma bisogna fare in modo che il conflitto possa agire in forme costruttive. Il tema di opporsi all’ideologia del merito è il tema della ricostruzione delle forme sociali in cui gli individui riconoscono di non essere individui e basta, ma che agiscono dentro una collettività.

A scuola c’è consapevolezza da parte di chi siede in cattedra?

Per quello che vedo c’è fastidio, c’è a volte insofferenza ma anche purtroppo tacita accettazione, una accettazione passiva di questi meccanismi che ha finito per espropriare gli insegnanti stessi delle loro capacità. Uno degli strumenti principali dell’ideologia del merito è la valutazione standardizzata, parliamo di prove Invalsi, di test a risposta chiusa, tutte queste cose qui, ma non mi sembra che a questi strumenti ci sia una adesione totale o attiva, al contrario, vengono subiti. E questo è grave.

Cosa è mancato in questo settore?

Una forma più organizzata di resistenza sicuramente avrebbe giovato in questi ultimi anni, per far sì che certi meccanismi non penetrassero in maniera così invasiva. La debolezza del corpo docente, anche all’università, c’è stata. E all’università la situazione è addirittura peggiore. Però molti segnali di resistenza passiva ci sono, l’insofferenza e il fastidio crescono, ma non trovano luoghi organizzati per esprimersi. Siamo sempre sul piano di espressioni individuali che vengono frustrate.

Chi glielo spiega ai politici cosa non va? 

Noi cittadini. Noi lavoratori, insegnanti, studenti, genitori, consapevoli che questa classe politica non ha gli strumenti per andare al di là di uno schema entro il quale loro stessi sono prigionieri. Non credo, infatti, che siamo di fronte a una classe politica che si può riformare, ma non è neanche una classe politica inamovibile. La società ha sempre funzionato così. È la società che deve esprimere una classe politica diversa, prendendo piena consapevolezza di alcuni meccanismi che la stanno distruggendo. Una volta si chiamava società civile, forse oggi non significa più nulla, ma il punto di partenza deve essere quello originario.

Nel libro viene raccontata una storia che l’ha molto colpita e che spiega in maniera chiara ciò che è sbagliato in questo “universo”.

Già. Una maestra, di fronte al fallimento dei suoi allievi di seconda elementare alle prove Invalsi, si è chiesta, insieme a loro, il perché di questo fallimento. Alla fine, i bambini dimostrano che le risposte che avrebbero dovuto dare ai test, risposte che, sbagliando per l’Invalsi, non hanno dato, erano in realtà giuste. E ci sono arrivati tramite un ragionamento che il test non prevedeva. Applicato alla conoscenza umana, alla realtà, questo meccanismo non può esistere. Le forme di valutazione standardizzate, che poi diventano anche forme di didattica standardizzate, impoveriscono l’apprendimento e quindi la conoscenza. Li riducono a binari unici, ma la conoscenza è fatta di ramificazioni. La scuola dovrebbe insegnare a ragionare e ad articolare il pensiero, invece qui si insegna a fossilizzare il pensiero.

Tutto questo a cosa porta? 

Tra venti o trent’anni, queste persone entreranno nelle varie professioni, faranno parte della società. Nel libro cito un esempio tratto da uno studio francese, visto che in Italia, relativamente al merito, non ci sono studi applicati alla sanità, sull’impatto dell’ideologia del merito applicata al funzionamento pratico di un pronto soccorso. Ed è impressionante. Il tema è serissimo. E non è tecnico, settoriale, ma ci coinvolge tutti.