PESCARA – “Il punto è che non si può parlare nemmeno più di lavoro, ma dell’essere diversamente disoccupati. Con questi compensi da fame e questi mini job saltuari non hai alcun futuro, per questo ritengo che il reddito di cittadinanza sarebbe l’unica misura per aiutare la nostra generazione, il modo per riqualificare anche il lavoro che c’è”.
Luciana B., 32 anni, lavora, quando viene chiamata, in un pub di Pescara. Anche 12 ore al giorno di fila, pagate in parte con voucher in parte in contanti, ovvero in nero. Senza contratto e senza contributi, senza nessuna tutela. La sua condizione riassume in sè le piaghe del lavoro precario, ovvero il suo essere sottopagato, intermittente, e dunque svolto sotto ricatto.
Luciana B. non sa però che l’istituzione del reddito di cittadinanza, o del reddito di dignità, da lei invocato come deterrente allo sfruttamento, e come ammortizzatore sociale universale, la Regione Abruzzo lo ha addirittura inserito nel Documento di programmazione economia e finanziaria (Dpef) a dicembre 2015, come misura su scala regionale, con un provvedimento che ricalchi quello già approvato dalla Regione Puglia, ma non ancora attivo.
Nel Dpef si ricorda anche che il reddito di cittadinanza è una misura raccomandata dal 2011 dalla Comunità europea all’Italia, unico paese membro che assieme alla Grecia non prevede un simile ammortizzatore sociale. E non solo: ci sono giacenti nelle commissione regionali anche due progetti di legge da oltre un anno. Uno presentato dal gruppo del Movimento cinque stelle, un altro dal gruppo di Sinistra ecologia e libertà. La proposta grillina prevede un assegno mensile di 530 euro a beneficio di cittadini italiani, residenti in Abruzzo da almeno 3 anni e iscritti nelle liste dei centri per l’impiego, che siano disoccupati, inoccupati e precari.
Il beneficiario deve però seguire il percorso di ricerca attività di un’occupazione, è obbligato ad offrire la propria disponibilità a svolgere lavori socialmente utili. La proposta di Sel prevede un assegno di 600 euro mensili, e la misura non è ad esclusivo appannaggio di cittadini italiani, ma anche stranieri residenti da almeno due anni in Italia. La copertura per soddisfare ogni anno circa 6.000 persone, oscilla tra i 40 e 50 milioni di euro.
Il reddito minimo ha fatto capolino in Commissione a gennaio nella forma di una proposta di legge (pdl) risalente al 2002 sottoscritta da cinque Comuni in Provincia di Pescara, Bussi sul Tirino, Castiglione a Casauria, Lettomanoppello, Manoppello e Tocco da Casauria. Il pdl è stato di fatto affondato con l’argomentazione del presidente della IV Commissione Luciano Monticelli del Pd che la Giunta regionale si sarebbe assunta l’impegno di elaborare un progetto di legge che tenga conto di una versione organica, integrando le varie proposte in campo, e per tutti i cittadini abruzzesi.
Da quel momento però calma piatta, e assai sospetta, per Sara Marcozzi del Movimento 5 Stelle.
“Lo avevano detto a gennaio, e il tempo dice che avevamo ragione, quello della maggioranza è solo un espediente per affondare la nostra proposta e le altre in campo. Loro non hanno nessuna voglia di approvare una misura di civiltà che sottrarrebbe preziose risorse per i loro magheggi”.
E Marcozzi cita ad esempio “il project financing per la realizzazione per il nuovo ospedale di Chieti e Pescara, che nelle sciagurate intenzioni del presidente della Regione Luciano D’Alfonso costerebbe 3,2 miliardi di euro in trent’anni. Ebbene, se la Regione l’ospedale se lo costruisse da solo, il costo sarebbe di 2,5 miliardi. E con 800 milioni risparmiati ci sarebbe una copertura per molti anni del reddito minimo”.
Non la fa così facile il capogruppo del Pd, Sandro Mariani.
“È troppo comodo stare all’opposizione e dire facciamo questo e facciamo quello. Tanto non hanno mica l’onere di trovare le risorse. Le emergenze in Abruzzo sono tante, la situazione finanziaria non è rosea. Ma noi il reddito minimo vogliamo farlo, solo che ci piace essere concreti, partiamo dalla certezza delle coperture, non dalle enunciazioni di principio”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente della prima Commissione Bilancio Maurizio Di Nicola, del Centro democratico.
“Per una quantificazione della copertura economica occorre stabilire con esattezza la platea dei beneficiari a cui si intende erogare l’assegno, la durata temporale, e bisogna considerare anche le caratteristiche di questa misura, le prestazione offerte e quelle da garantire. Un analisi così dettagliata ad oggi non mi risulta che esista”.
Passando agli scranni del centrodestra, il consigliere Paolo Gatti di Forza Italia invita ad affrontare l’argomento anche dal punto di vista terminologico.
“Se questa forma di sostegno viene chiamata reddito di cittadinanza, allora io intendo, che ogni cittadino in quanto tale ha diritto ad un reddito anche se non lavora, e neanche se lo cerca. A tale impostazione siamo ovviamente contrari. Cosa diversa è invece il dovere di aiutare con un ammortizzatore sociale universale chi ha perso lavoro, parte da situazioni di svantaggio, e in una condizione di forte indigenza, purché queste persone si impegnino a formarsi, a ricollocarsi sul mercato del lavoro. In questo caso non sarebbe mero assistenzialismo”.
Mentre la politica regionale discetta e si accapiglia, gli ultimi dati sull’occupazione attestano in Abruzzo che lo scorso anno gli occupati sono cresciuti soltanto di 3 mila unità.
L’occupazione abruzzese non va meglio neppure nel confronto con altre regioni meridionali ad eccezione della Calabria e del Molise. Tra il 2008 e il 2015 però di posti di lavoro ne sono stati persi 32.000. Il tasso di disoccupazione giovanile, dei giovani tra i 15 e i 24 anni, è pari al 48,1 per cento.
La cassa integrazione totale, nel periodo gennaio-febbraio 2016 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, registra una riduzione da 4.441.012 a 2.475.026 ore, e tuttavia ben il 72,9 per cento è costituito da cassa integrazione straordinaria, l’anticamera del licenziamento.



