L’AQUILA – E’ arrivato il giorno del giudizio sulla famigerata direttiva Bolkestein, che impone le gare per le concessioni balneari: la Corte di giustizia europea si esprimerà tra poche ore, come almeno è stato annunciato, sul ricorso dell’Autorità italiana per la concorrenza contro le proroghe concesse senza appalto pubblico da Ginosa (Taranto), un piccolo comune della costa tarantina per il quale sono le norme nazionali ad avere la meglio su quelle europee. Secondo tutte le previsioni il verdetto confermerà la giurisprudenza in materia, ovvero che l’Italia deve applicare la Bolkestein, rafforzando così la procedura di infrazione con cui l’Italia è messa in mora dal dicembre 2020, e che dovrebbe essere accompagnato dalla richiesta all’Italia di conformarsi “entro due mesi”, con gare da indire entro l’anno.
Una partita che riguarda anche l’Abruzzo, dove sono, dati della Corte dei Conti, quasi 900 le concessioni, non solo strettamente balneari, sulle coste da Martinsicuro a San Salvo, che pagano un canone medio di 13mila euro l’anno, con punte di di 40.000 euro, ma con 25o di esse, che non superano il canone annuale di 5.000 euro.
A dare fuoco alle polveri del lungo confronto sull’asse Roma-Bruxelles nelle ultime settimane è stato il decreto Milleproroghe, con il via libera all’ulteriore dilazione di un anno – fino al 31 dicembre 2024 – delle concessioni (termine differibile di un ulteriore anno in caso di contenziosi o impedimenti per i Comuni che devono chiudere le procedure di gara). Un rinvio però che sarebbe del tutto contrario alla linea delineata dalla Commissione europea, è non è “andato giù” al commissario Ue per il Mercato interno, Thierry Breton.
La questione “deve essere risolta urgentemente”, hanno fatto sapere fonti Ue. Il premier Giorgia Meloni “si è impegnata a presentare all’Ue proposte molto rapidamente”, riferiscono le fonti.
C’è però anche in Italia un partito pro-Bolkestein, che osserva che i balneatori pagano cifre ridicole per le concessioni, detenute da decenni, e lo Stato incassa soltanto 107 milioni di euro anno, mentre il fatturato complessivo del settore è di 7 miliardi di euro. Ben vengano dunque le gare e la concorrenza, si sostiene, che potrebbe anche introdurre più tutele per i lavoratori, visto che il settore è connotato da un alta quota di lavoro irregolare e sottopagato, soprattutto quello stagionale.
Ad aprire ad un ritocco sul costo delle concessioni è stato anche il presidente Confcommercio Pescara e Sib (Sindacato italiano balneari) Abruzzo Riccardo Padovano che però giudica le gare una “sciagura” perché queste, sostiene, “non porteranno ad avere più spiagge libere come qualcuno sostiene, ma apriranno invece al mercato portando ad una invasione delle multinazionali, ad avere prezzi più alti e a rischiare, aggiunge, di avere infiltrazioni mafiose sul territorio. Per lui quella che si attuerà rischia di diventare un vero e proprio esproprio ai danni degli imprenditori”
“Il copione è ben noto: in nome delle cosiddette liberalizzazioni e della concorrenza – incalza il presidente della Sib Abruzzo – si rischia di far fallire migliaia di piccole imprese familiari e si svende l’ennesimo pezzo di patrimonio pubblico alle multinazionali. Il fatturato complessivo del settore è di 7 miliardi di euro e questo grazie al lavoro di imprese che da decenni hanno investito e speso per portare avanti le loro aziende. Gli attuali concessionari che finora hanno gestito le spiagge con eccellenza, facendosi carico di servizi pubblici come la pulizia e il salvamento e rispettando sempre la legge, devono avere il diritto di poter continuare la loro attività, riottenendo – sottolinea Padovano – le concessioni grazie al riconoscimento della loro professionalità, affidabilità ed esperienza. Se così non sarà per lui ci si troverà di fronte alla morte di un intero sistema economico, e a rimetterci saranno tutti gli italiani”.
Sui costi delle concessioni ammette al quotidiano Il Messaggero Padovano: “Non viene pagato il giusto? Va bene, rivediamo i canoni ma si deve pensare anche a una modifica strutturale. Oggi il canone viene versato allo Stato e si perde dunque nei meandri dei bilanci statali. Il canone – sottolinea – dovrebbe essere versato al Comune o alla Regione, in modo che questi enti possano utilizzare i fondi per attrezzare per esempio le spiagge libere. Inoltre credo che non sia giusto che il canone pagato a Torino di Sangro o a Casalbordino sia uguale a quello pagato a Forte dei Marmi o Portofino. Ci sono differenze evidenti ed enormi”.
In attesa di conoscere il pronunciamento della Corte Europea, CNA Balneari ha convocato una conferenza stampa per domani venerdì 21 aprile, alle ore 11, allo stabilimento Lido Aurora, in viale della Riviera 2, il primo a nord dopo la Nave di Cascella, ndr).
All’incontro con gli organi di stampa prenderanno parte il responsabile nazionale di CNA Balneari, Cristiano Tomei; il portavoce regionale, Claudio Mille; il direttore regionale di CNA Abruzzo, Graziano Di Costanzo; il titolare dello stabilimento, Lugi Di Marco.
Cuore della richiesta degli esercenti associati alla CNA è “la definizione a livello nazionale, attraverso la mappatura, del grado di disponibilità della risorsa “cosiddetta” spiaggia, da rilevare in tutti gli ambiti del demanio avente finalità turistica ricreativa, per garantire la continuità per le attuali imprese concessionarie, e al contempo programmare nuove iniziative imprenditoriali, sospendere le procedure di evidenza pubblica”.
In tal senso, CNA Balneari chiede di istituire “un tavolo tecnico con compiti consultivi e di indirizzo in materia di concessioni demaniali che definisca i criteri tecnici per la determinazione della sussistenza della scarsità della risorsa naturale disponibile”.






