L’AQUILA – “L’obiettivo che mi sono prefissato con questo libro è cercare di dare delle risposte al dilagante e preoccupante fenomeno del bullismo, dando voce proprio alle vittime, a questi ragazzi che non sono riusciti a difendersi da uno stillicidio continuo, quotidiano, che in alcuni casi ha portato anche alla morte”.
Lui è Antonio Murzio, giornalista pugliese che ha collaborato per Oggi, Gente, Visto, Giallo, linkiesta.it, attualmente caporedattore del settimanale Ora, autore del libro inchiesta Educati alla violenza – Storie di bullismo e baby gang, scritto con la collaborazione di Maura Manca, psicoterapeuta e psicologa clinica, pubblicato a maggio dalla casa editrice Imprimatur.
Maura Manca è specializzata in tutte le problematiche emotive e comportamentali dell’età evolutiva, con particolare riferimento a quelle adolescenziali e giovanili, docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università dell’Aquila, fondatrice di un blog dedicato alle problemtiche dell’età evolutiva.
Bullismo, baby gang, sono parole entrate oggi nel linguaggio comune, espressione di un fenomeno che colpisce una fascia di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, “le vittime preferite dei bulli sono ragazzi che vengono definiti diversi – spiega Murzio ad AbruzzoWeb – magari semlicemente perchè non hanno gli stessi vestiti firmati degli altri coetanei, oppure non possiedono il cellulare all’ultimo grido, oppure ancora vengono bersagliati per alcune caratteristiche fisiche”.
Cosa succede alle vittime di bullismo? Quali sono le conseguenze delle sopraffazioni e angherie di cui vengono fatti oggetto sempre più spesso i giovanissimi?
Per rispondere a queste domande, l’autore ha utilizzato i “ferri del mestiere” a lui più congeniali: quelli del cronista, cercando e intervistando ragazzi e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle il disastro psicologico che il bullismo produce.
Non volendosi, però, fermare al racconto fine a se stesso, si è rivolto a una delle massime autorità in materia, la psicologa Manca, per capire i “meccanismi” del fenomeno.
E nel suo libro viene alla fine scoperchiato un vaso di Pandora terribile, fatto di violenza, sadismo, mancanza di tutela da parte della scuola, in alcuni casi anche delle famiglie.
Allargando l’interesse alle baby gang e alla criminalità minorile, ha voluto fornire al lettore uno sguardo d’insieme sulla devianza minorile in Italia.
E con sorpresa ha scoperto che a essere messo sul banco degli imputati dovrebbe essere proprio quel mondo che quotidianamente frequenta per lavoro, quello dell’informazione, distorta, manipolata e in alcuni casi, “colpevole” di aver diffuso gli atti violenza.
“Ho utilizzato – chiarisce – il mezzo più semplice e diretto: farmi raccontare dai ragazzi la loro storia, o come nel caso di una delle vittime, che non ce l’ha fatta e non ha retto il peso di tanta violenza, ho incontrato sua madre, una donna distrutta che ancora oggi non riesce a darsi delle spiegazioni”.
Un fenomeno, quello della violenza minorile che ha colpito anche l’Abruzzo, l’anno scorso a Pescara furono arrestati due ragazzi che “per gioco”, avrebbero picchiato delle persone per strada senza nessun motivo, emulando il tristemente noto “knockout game”.
L’analisi dell’autore parte quindi dalla quotidianità, “sempre più piena di messaggi crudi, sovreccitanti, alienanti, che affossano in loro la capacità di interpretare adeguatamente la legalità. In un contesto sociale, familiare anche scolastico, dove la soglia dell’illecito si abbassa profondamente”.
Minori ed adolescenti che tendono quindi a percepire la violazione delle norme meno grave rispetto al passato. “La criminalità diventa una trasgressione ludica. Una filosofia di vita improntata sullo sballo costi quel che costi che va riempire dei vuoti in cui loro malgrado, questi ragazzi si ritrovano a crescere”.
Nel libro si comincia con la lettera di Arturo, morto suicida nel 2001 a 13 anni, che prima del folle gesto ha messo nero su bianco il suo malessere e la sua sofferenza.
E poi ci sono Aurora, Giovanni, Beatrice e Andrea, vittime delle baby gang, di violenze assurde e senza spiegazioni, alimentate sui banchi di scuola, che però hanno avuto a un certo punto la forza di ribellarsi e mettere al muro i loro aguzzini.
“Solo nel 2017 – commenta l’autore citando l’Osservatorio nazionale adolescenza – il 28% dei ragazzi italiani in una fascia d’età compresa tra i 14 e i 18 anni è stata vittima di bullismo. Poi a questo si aggiunge un 9% colpito da atti di cyber bullismo”.
Le chat, i messaggi, i video i moderni mezzi di comunicazione, sono gli strumenti usati oggi, “per colpire, annientare, distruggere le personalità, le certezze, l’autodeterminazione, la fiducia in sé stessi”.
Partendo da queste storie molto tristi, Murzio ha voluto tendere in qualche modo anche una mano a chi oggi ancora non riesce a denunciare le violenze subite.
“Ho visto e toccato tanta sofferenza, spesso nascosta, viviamo un peridoo storico molto delicato dove anche le famiglie giocano un ruolo fondamentale. I genitori spesso sono distratti o ancora cercano di compensare le loro assenze con oggetti materiali, che riempiono la vita di questi ragazzi di tanti vuoti”.
L’autore ha inoltre sottolineato come anche l’uso distorto dei social network abbia giocato un ruolo importante, “disponiamo di mezzi di comunicazione importanti e velocissimi che consentono di comunciare con tutto il mondo con un semplice click”.
Mezzi che, “se non sono gestiti bene, possono creare dei danni irreparabili”.
Come nel caso dei video virali, in cui spesso sono stati ripresi dei ragazzini oggetto di scherno da parte del “branco”, che nel giro di pochissimo tempo hanno fatto il giro del web, o come nel caso della giovanissima Tiziana Cantone, una giovane di Napoli, costretta a cambiare identità a causa di un video intimo e personale mandato in giro dal fidanzato dell’epoca.
La giovane due anni fa non ha retto il peso della gogna mediatica, e si è uccisa, nei giorni scorsi il fidanzato è stato rinviato a giudizio, per simulazione di reato, calunnia, accesso abusivo del sistema informatico.
Ed è proprio dai social network che spesso e volentieri si innesta la violenza, “in classe vengono fatti i gruppi su Whatsapp, ci sono gli esclusi, quelli che non vengono invitati a partecipare e tenuti fuori dalle feste, dagli incontri pomeridiani. Esclusioni che fanno male, che feriscono e che lacerano l’anima dei più deboli”.
L’ultimo capitolo è dedicato poi al bullismo come reato, l’autore ha sottolineato come, “non ci sia nel nostro Paese una legge dedicata, però sia il codice civile penale che civile hanno norme finalizzate a punire i bulli, per cui nel momento in cui la vittima trova il coraggio di denunciare, ci sono i mezzi per porre fine a queste vicende”.
“Mi auguro davvero che con questo mio lavoro io possa non solo interessare sull’argomento, ma dare degli spunti riflessivi. Affinchè sia uno stimolo per noi adulti, che dobbiamo educare i nostri giovani. Bisogna prestare maggiore attenzione anche ai piccoli segnali, alla piccola bugia, a un cambiamento d’umore repentino e soprattutto trovare la forza di denunciare, sempre!”, conclude.



