L’AQUILA – “Che cosa ho pensato quando lo scorso gennaio, 8 anni dopo il terremoto dell’Aquila, la nuova commissione Grandi rischi ha parlato di ‘rischio forti scosse’ e ‘rischio Vajont’? Non esiste un canone unico per comunicare, lo ha detto anche la Corte di Cassazione, ma bisogna valutare caso per caso, ponderare bene ogni parola e dare informazioni né rassicuranti né allarmistiche”.
C’è anche un passaggio sulla comunicazione, e non poteva essere altrimenti, nel libro La causalità psichica nei reati colposi – Il caso del processo alla commissione grandi rischi, che il giudice del tribunale dell’Aquila Marco Billi, quello della sentenza di primo grado alla commissione di scienziati che, ormai 8 anni fa, si riunì a 5 giorni dal sisma delle 3.32 e smentì il pericolo di terremoti distruttivi, presenterà sabato prossimo alle ore 15.30 presso l’auditorium dell’associazione costruttori Ance.
Una pubblicazione che, però, ci tiene a precisare il magistrato anticipandone alcuni contenuti ad AbruzzoWeb, “non entra nel merito e non è di cronaca: un libro così non lo devo scrivere io”, in riferimento alle assoluzioni tra le polemiche in Appello e Cassazione per tutti gli imputati da lui condannati in primo grado per omicidio colposo, tranne che per l’ex vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis.
“Ho voluto realizzare una pubblicazione tecnica sugli strumenti del giudice, visto che in questo processo per la prima volta in Italia si è parlato di nesso causale in un reato colposo. La difficoltà è trovarlo, questo nesso”, rimarca.
“Ci ho tenuto molto che la prima presentazione fosse fatta all’Aquila, era ovvio che dovessimo cominciare da qui”, spiega Billi, che oggi si divide tra Roma e il capoluogo abruzzese. Un evento che vedrà molti protagonisti del processo, da alcuni legali di parte civile a quelli degli imputati Filippo Dinacci e Roberto Petrelli.
Non ci sarà per impegni, ma aveva dato la sua disponibilità, anche la presidente del collegio del processo d’Appello, Fabrizia Francabandera, nel frattempo divenuta presidente della Corte.
“A scrivere un libro ci ho pensato solo dopo la sentenza di Cassazione – spiega Billi – Ho letto con attenzione le motivazioni per controllare che quel principio innovativo fosse stato confermato, e in questo punto le sentenze sono coincidenti, la mia come quella d’Appello”.
La Suprema Corte “viene citata solo dove consacra il principio, c’è qualche paragrafo sul ventennio precedente e sulla cosiddetta ‘sentenza Franzese’, spiego il principio giuridico e come è stato applicato, è un libro tecnico sugli strumenti del giudice”.
“Prendo in esame alcune posizioni singole, come quelle delle parti civili Cora, Vittorini e Cinque, dove la mia decisione è stata confermata, mostrando in parallelo stralci delle sentenze di primo e secondo grado di giudizio si vede come due giudici che hanno deciso allo stesso abbiano adottato questi strumenti – illustra ancora – Al contrario, cito poi il caso dei ragazzi Casa dello studente, dove la mia decisione non è stata confermata, per far vedere come la stessa piattaforma probatoria in altri casi sia stata usata diversamente”.
“Le mie conclusioni non sono nel merito, ma riguardano l’ambito della tecnica processuale, individuando i profili problematici che ha il giudice nell’affrontare questi processi, un’esperienza pregressa che in futuro sarà utile”, conclude.
Nell’ambito della presentazione del libro, il fotografo Fabrizio Politi esporrà alcune sue foto tratte dal progetto “Frammenti di identità”.



