VASTO – “È un momento difficile, una vicenda che ha sconvolto per sempre tre famiglie”, hanno detto Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni, i legali del foro di Vasto che assistono Fabio Di Lello. Il 34enne da mercoledì sera è rinchiuso in una cella del carcere di Torre Sinello a Vasto, dopo diverse ore trascorse nella caserma dei Carabinieri.

L’inchiesta è condotta dal pm Gabriella De Lucia. Gli avvocati sono in attesa delle decisioni della Procura, per conoscere il capo di imputazione, la data e il luogo dove sarà tenuto l’interrogatorio di garanzia. Il magistrato ha consegnato l’incarico dell’autopsia a Pietro Falco, responsabile di medicina legale dell’Asl Lanciano Vasto Chieti.

È sotto choc la popolazione di Roccavivara, il paese molisano in provincia di Campobasso di cui è originaria la famiglia di Italo D’Elisa, il giovane ucciso a colpi di pistola da Fabio Di Lello. Nel luglio scorso D’Elisa era alla guida dell’auto che a Vasto travolse lo scooter di Roberta Smargiassi, la moglie di Di Lello, morta dopo l’impatto.

“È una vicenda brutta che lascia tutti rattristati – ha commentato all’Ansa il sindaco di Roccavivara, Franco Antenucci – Una disgrazia che si aggiunge all’episodio dell’investimento”.

“Un senso di dolore per tre giovani vite spezzate, quella della ragazza morta per l’incidente, quella del giovane ucciso e quella dell’assassino, perché la sua esistenza ora è stata stravolta in maniera profonda”. È stato il primo pensiero dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte.

“Quello che addolora molto – continua Forte – è che questo giovane esasperato dalle lentezze di una giustizia che non dava segni, nei confronti di colui che aveva investito la moglie, abbia reagito facendosi, secondo lui, giustizia da sé. La vendetta non è mai giustizia. La vendetta produce solo ulteriore sofferenza e ulteriori mali”.

“Da una parte il ‘no’ assoluto a cercare giustizia da sé – spiega – dall’altra parte però una sollecitazione alla giustizia perché sia più sollecita. Una giustizia lenta non è più giustizia e produce anche effetti come questi tragici a cui si è assistito a Vasto”.

Forte evidenzia come la necessità di chiedere ‘Giustizia subito per Roberta’ era “un sentimento popolare diffuso di fronte a una giovane vita spezzata, a una giovane moglie uccisa”.

“Appare chiaro – sottolinea – che tra la gente c’era un’esigenza di giustizia e verità. Evidentemente giustizia non è mai giustizialismo, pertanto anche quel movimento, legittimo in sé non poteva giustificare, né ha giustificato l’uso della violenza su colui che era stato responsabile dell’incidente”.

E alle famiglie delle tre giovani vittime il pastore della diocesi di Chieti-Vasto conferma la sua vicinanza di affetto e di preghiera “perché tutte e tre vivono momenti drammatici e anche all’assassino una parola di vicinanza perché ha bisogno di fare un cammino di presa di coscienza per capire che quello che ha fatto è contro la verità, la giustizia, e contro la volontà di Dio”.

Per il capo della Procura vastese, Giampiero Di Florio, tuttavia, “le indagini sono durate 110 giorni dalla data dell’incidente, l’udienza davanti al Gup era prevista il 21 febbraio: direi che ci sono tutti i tempi rapidi per arrivare a una sentenza, in meno di otto mesi. Nessuna lentezza, ma anzi, al contrario, questo procedimento evidenzia la celerità di un tribunale come quello di Vasto nella trattazione dei processi”.

“C’è il pericolo – ha puntualizzato Di Florio – che certe affermazioni possano condizionare l’opinione pubblica”.