L’AQUILA – Cinque anni senza Mario Magnotta.

La notte fra il 4 e il 5 gennaio 2009 l’ultimo respiro di un signore diventato una leggenda ‘grazie’ ad alcuni scherzi telefonici subìti negli anni ‘80, di cui furono artefici i geniali Maurizio Videtta e Antonello De Dominicis, gestori del famoso ristorante ‘Le Antiche Mura’ dell’Aquila che all’epoca frequentavano l’istituto tecnico commerciale, la vecchia ragioneria, dove Mario lavorava come bidello.

Magnotta ha rappresentato e ancora rappresenta il punto più alto nella storia degli scherzi telefonici, settore che di artistico non ha nulla ma che riesce comunque a ‘sfornare’ pezzi di genialità, seppur a volte gonfi di volgarità, da chi nella vita non è un artista.

Oggi è tutto sul web, anni fa ci si riuniva in casa di qualcuno oppure in macchina per ascoltare le audiocassette con i bestemmioni e le ‘perle’ magnottiane. Tempi che cambiano. La grandezza di Magnotta? L’aver stupito tutti sbucando dal più completo anonimato incalzato da quei due fenomeni, a modo loro sì due artisti, di Videtta e De Dominicis.

Non solo. Magnotta, nonostante qualcuno si sia sempre lamentato, ha pure ‘esportato’ il nome dell’Aquila, città spesso chiusa e presuntuosa, al di fuori dei confini locali e nazionali, cosa che evidentemente avrebbero dovuto fare altri senza riuscirci, visto che, fatto fuori il teatro di alto livello, c’è voluto un terremoto devastante per mostrare al mondo quanto L’Aquila fosse bella.

Inoltre si faccia attenzione: Mario, che disponeva di pochi mezzi culturali, presto orfano (era nato a Pieve di Teco, in provincia di Imperia, il 14 ottobre 1942), cresciuto nel difficilissimo dopoguerra italiano, dell’Aquila conosceva molto, compresi quei pezzi di storia e di arte che oggi, scomparsi o dilaniati dal sisma del 6 aprile 2009, riempiono la bocca di tanti esperti di beni culturali e di aquilani improvvisati tra cui gli immancabili eroi da tendopoli, quelli che si conosce una città solo se si dorme in tenda nell’emergenza post-sisma, gli stessi che magari del centro storico conoscevano soltanto la posizione.

Lo scriviamo ogni anno. Mario è scomparso 3 mesi prima del terremoto. Sono passati 5 anni. Lui non vissuto lo scempio e il dramma dalle 3.32 in poi, se n’è andato per un guaio ai polmoni dopo una delle solite, lunghe corse nel cuore della notte che lo tenevano in forma.

Si sarebbe incazzato come suo solito, bastonando politici e sciattoni vari, ma non ha avuto tempo. Per fortuna sua, per sfortuna nostra.

“Non mi piace più L’Aquila, me ne voglio andare!”, le parole nell’ultimo video della sua vita. Il minimo che si possa fare è dedicargli la famosa via e rimettere in sesto quei pochi metri in cui riposa al cimitero monumentale. E a chi storcerà il naso, una sola risposta: “Arrivederci! E non rompermi più i c……i!”. Roberto Santilli

E PER INTITOLARGLI UNA VIA BISOGNA FARSI SENTIRE

“Sono passati 5 anni ma per chiedere di intitolare una via ne dovrebbero passare 10: se però ci sarà fermento della comunità aquilana in questa richiesta, possiamo provare una procedura in deroga con la prefettura”.

Rinnova la sua disponibilità per quanto possibile l’assessore all’Anagrafe Lelio De Santis, accorto nel capire (a differenza di alcuni soloni del capoluogo) che, pur non essendo un letterato o un uomo delle istituzioni, vedere una via intitolata al “semplice cliente” della lavatrice San Giorgio non sarebbe affatto un’eresia.

“Oppure – azzarda l’assessore – come alternativa potremmo trovare uno spazio interno, escluso dalle regole della toponomastica, come quanto avvenuto per aule comunali intitolate a ex sindaci. Lui era un personaggio popolare, bisognerebbe trovare qualcosa di dignitoso e in linea con lui. Io sono disponibile”. (alb.or.)