L’AQUILA – Lo zafferano potrebbe diventare ingrediente fondamentale anche nella sanità, in particolare per curare degenerazioni della retina che portano alla cecità.
Lo spiega ad AbruzzoWeb Silvia Bisti del dipartimento di Scienze Cliniche Applicate e Biotecnologiche all’Università dell’Aquila, professoressa ordinaria di Fisiologia , responsabile del laboratorio di neuro fisiologia della visione e partner del ‘center of excellence in vision science’, che da sempre si occupa di studiare gli occhi e le loro degenerazioni.
I fotorecettori, le cellule nervose che trasformano la luce in segnali elettrici per il cervello, hanno un metabolismo intenso, che richiede un enorme apporto di ossigeno. Purtroppo, con il passare degli anni, da vitale l’ossigeno può diventare tossico fino a provocare la morte dei fotorecettori. Questo è il meccanismo che porta a diverse forme di cecità senile o altre patologie. Il danno di ossigeno si contrasta con un prodotto antiossidante che permetta, almeno, di rallentare il processo degenerativo.
“Stavo già studiando da tempo – ci racconta la Bisti – i vari antiossidanti per catalogare i loro effetti. Tutti conoscono gli effetti antiossidanti dello zafferano e così, vivendo in una regione che ne produce moltissimo ho pensato di provarlo. I risultati sono stati di molto superiori alle ipotesi di partenza. A volte, nella ricerca, trovarsi al posto giusto è fondamentale”.
Da qui è partita la sperimentazione sullo zafferano e sui suoi effetti. Il primo passo sono stati esperimenti sulle cavie. Ai ratti, animali che soffrono particolarmente i danni provocati dalla luce, è stato somministrato lo zafferano che si è dimostrato in grado di proteggerli dai danni luminosi molto più del beta carotene che, fino a quel momento, era la sostanza antiossidante per eccellenza in questo campo.
“Certo quando si dice zafferano non si può pensare che qualsiasi tipo funzioni. Ne ho provate varie tipologie, e quello che mi ha dato risultati migliori, probabilmente perché più puro, è diventato il mio punto di partenza. Alla ricerca bisogna dare una certa stabilità – ci spiega la professoressa – è per questo che ormai uso sempre lo stesso tipo prodotto qui in Abruzzo”.

Nella ricerca, inoltre, sono di fondamentale importanza anche le collaborazioni. È stato l’incontro tra la Bisti e il professor Benedetto Falsini a dare un’importante svolta alla ricerca.
Falsini è oftalmologo dell’Università Cattolica di Roma ed è responsabile dell’ambulatorio di degenerazioni retiniche ereditarie, del laboratorio di Neurofisiologia della visione e del centro di Neuroftalmologia pediatrica.
“C’era, e c’è ancora, la necessità – continua la Bisti – di capire a fondo quali sono le vie di azione di questa cura, quali sono i suoi limiti e anche quanta possibilità di successo c’è per ogni paziente, in base ai diversi genotipi. Ma la sperimentazione solo su cavie non dà tutte le informazioni necessarie”.
Proprio per questo la collaborazione con Falsini è stata fondamentale. “Insieme ai ragazzi del laboratorio curo principalmente lo studio in sulle cavie, lui ha iniziato la sperimentazione sulle persone – continua – Proseguendo la ricerca su strade parallele, i nostri sforzi stanno dando grandi risultati in tempi più compressi. Se facciamo una scoperta in laboratorio la comunico a lui che applica le nostre intuizioni sui pazienti e viceversa. In questo modo sta diventando più semplice capire quale strada potrebbe essere quella giusta da seguire”.
La prima sperimentazione su persone ha previsto la produzione di pasticche di zafferano e pasticche identiche ma senza lo zafferano, il placebo, per poter fare dei confronti tra chi assumeva la sostanza e chi no. Questo test ha dato risultati insperati, molto al di sopra delle aspettative, ma si sa, nel campo della ricerca la strada da seguire è sempre lunga.
La correttezza del metodo di ricerca sullo zafferano e, quindi, le potenzialità di una terapia che lo usi sono state riconosciute dalla Commissione scientifica di Telethon che ha deciso di finanziare una parte della ricerca.
Per quanto riguarda gli obiettivi da porsi nel futuro, “prima di tutto abbiamo l’obiettivo di standardizzare i risultati della ricerca, in modo da poter dare una cura applicabile a un gran numero di pazienti. Bisogna in tutti i modi cercare di ridurre le variabili che portano ai risultati sperati – sottolinea la ricercatrice – proprio per questo andiamo con i piedi di piombo invece che sbandierare troppo i nostri risultati. La strada è ancora lunga, ci sono molte forme di degenerazione diversa da studiare, speriamo, però di poter dare nel minor tempo possibile una soluzione efficace ai pazienti”.
Lo studio, inoltre, si sta allargando anche da un punto di vista territoriale. “La ricerca per ottenere i migliori risultati possibili deve avere vari input. È fondamentale condividere conoscenze ed esperienze con altri studiosi, la collaborazione porta da sempre salti qualitativi notevoli. Il riscontro continuo con altri studi è fondamentale, per questo in questi anni abbiamo collaborato con Stati Uniti e Australia. Oggi stiamo allargando la collaborazione anche con Napoli. La speranza – conclude la Bisti – è quella di allargarci a macchia d’olio in modo da poter confrontarci sempre con più persone”.



